Giuseppe Garibaldi.
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Memorie.
Parte 1.
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EDIZIONE DIPLOMATICA DALL'AUTOGRAFO DEFINITIVO A CURA DI ERNESTO NATHAN.
1907. SOCIET TIPOGRAFICO EDITRICE NAZIONALE, TORINO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano 
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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PRESENTAZIONE. 
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La vita e le imprese, dalla giovinezza alla maturit, di uno dei pi noti eroi del Risorgimento. Scritte a pi riprese tra il 1849 e gli anni dell'esilio a Caprera, queste Memorie autobiografiche presentano un Garibaldi diverso e forse pi grande di quello che ci consegna la leggenda: non un eroe proteso esclusivamente all'azione, ma una personalit dotata di acuto senso politico e di autentico genio militare, accompagnati sempre da un profondo impegno morale. Non solo, rivelano anche un insospettato talento di scrittore, che sa rendere con immediatezza quasi visiva eventi drammatici, grazie a un linguaggio tanto ribelle alle regole quanto aderente alla realt. Completano l'opera alcuni Scritti politici che si riferiscono al periodo post-unitario e contengono importanti interventi di Garibaldi su questioni di attualit.
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INDICE di questa Parte.
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Introduzione. di ERNESTO NATHAN.
Prefazione alle mie Memorie.
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PRIMO PERIODO.
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1. miei genitori.
2. I miei primi anni.
3. I miei primi viaggi.
4. Altri viaggi.
5. Rossetti.
6. Corsaro
7. 
8. 
9.
10 Luigi Carniglia
11. Prigioniero
12.Libero
13. Ancora Corsaro
14.Quattordici contro cento e cinquanta
15. Spedizione di Santa Caterina
16. Naufragio
17. Assalto e presa della Laguna di Santa Catterina
18. Innamorato
19. Ancora Corsaro
20. Ritirata.
21. Combattimento ed incendio.
22. Vita militare per terra. Vittoria e sconfitta.
23. Ritorno in Lages.
24. Soggiorno in Lages. Discesa della Serra. e combattimento.
25. Combattimento di fanteria.
26. Spedizione del Nord.
27. Invernata e preparazione di canoe.
28. Ritirata disastrosa per la Serra.
29. Montevideo
30. Comando la squadra di Montevideo. Combattimenti nei fiumi.
31. Combattimento di due giorni con Brown.
32. Ritirata su Corrientes. Battaglia del Arroyo-grande.
33. Preparativi di resistenza.
34. Principio dell'assedio di Montevideo.
35. Primi fatti della Legione Italiana
36. Flottiglia - Fatti di questa
37. Pugne brillanti della Legione Italiana
38. Spedizione del Salto
39. Il Matrero
40. Jaguary.
41. Spedizione a Gualeguaych. Hervidero. Anzani.
42. Arrivo al Salto. Vittoria del Tapeby.
43. Arrivo d'Urquiza.
44. Assediati nel Salto da Lamas e Vergara.
45. S. Antonio.
46. Rivoluzione a Montevideo e Corrientes. Combattimento del Dayman (20 Maggio 1846)
47. Alcuni morti e feriti della Legione.
48. Ritorno a Montevideo.
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FINE Indice.
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Introduzione. di ERNESTO NATHAN.
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Da quando il bipede umano ha comunicato al suo simile il proprio pensiero, per desiderio fraterno di illuminarne la buaggine, o per vanit di sopravvivere a se stesso nell'opera dell'immaginazione, tracciasse giroglifici, incidesse collo stile sulla cera o scrivesse colla penna sulla carta, quando da lui qualcosa di luminoso  emanato, non  mai mancato chi l'abbia rievocato dopo la di lui morte, sia rabberciandolo ed associandolo all'opera di altri come per la bibbia, sia commentandolo, spiegandolo, restituendolo alla "corretta lezione", come si sta facendo per Dante, sia raffazzonandolo ad uso delle famiglie, come per Shakespeare, sia divulgandolo e vivificandolo, come per le ricerche degli scienziati, ridotte ad uso dei profani dall'ammirevole ingegno volgarizzatore dei Francesi. E cotesti uffici di elucidare il pensiero denso, talvolta astruso o mistico del poeta, di rendere i ritrovati della scienza accessibili alle masse, che non hanno potuto seguire il processo lento attraverso cui si giunge al risultato finale, di riassumere fatti ed eventi, perch in breve sintesi balzi fuori il loro significato, son lodevoli, indispensabili per la pi larga diffusione del sapere.
Dove, peraltro, colle migliori intenzioni, non  lecito la intromissione della mano altrui - dove n modificazioni, n chiose, n compendi sono consentiti - dove l'alterazione della forma o di parte della sostanza assume quasi aspetto di sacrilegio, mancanza di rispetto alla memoria del pensatore ed a quanti vorrebbero conoscerne il pensiero, offesa alla accuratezza storica ed all'inviolabile diritto di autore,  nella pubblicazione di memorie o di autobiografie lasciate da coloro i quali hanno conquistato il diritto di essere ricordati da' posteri; sopratutto quando siano tali da appartenere alla storia, e competa quindi alla storia di giudicarli, non attraverso le chiose, le manomissioni e le considerazioni dei contemporanei, ma dai loro atti, dai loro scritti, ove consegnarono il loro pensiero, perch ai posteri potesse essere trasmesso. Alterare di una riga quel testamento in cui il grande dispone della sua eredit morale, equivale e supera l'alterare o stornare, in tutto od in parte, la erogazione, secondo la volont esternata, dei suoi beni materiali.
Le edizioni diplomatiche, ogni giorno pi numerose, di memorie e di autobiografie attestano pi generale consapevolezza di queste evidenti considerazioni, ed hanno inoltre l'enorme vantaggio di dare allo studioso ed al lettore sicura guarentigia di avere dinanzi a s inalterato il pensiero dell'autore, quale da lui venne formolato, e non quale possa apparire pi corretto attraverso l'altrui mentalit, ritoccato, limato, accorciato od allungato per soddisfare agli scrupoli dell'altrui coscienza storica o letteraria.
Sopratutto per le memorie di Garibaldi, l'obbligo di seguire quel sistema s'impose, tanto pi quando si ebbe la fortuna singolare di possedere l'autografo da lui ritenuto ed affermato definitivo; autografo redatto, rivedendo e correggendo le precedenti sue note e memorie, poco tempo prima ch'egli scendesse nella tomba. Cos scrisse, come Egli afferma, per la storia, e la storia ha diritto di sapere quello ch'Egli scrisse.
Un giorno venne a trovarmi un amico con una cartella sotto il braccio. Era Ferruccio Prina. Mi  grato cos ricordarlo, cos denominarlo ora, dopo i tristi rovesci subti.
Il padre suo, repubblicano genovese del vecchio stampo, di quei che non conoscevano Mazzini sotto altra denominazione che quella di Pippo, fu amico fedele di Maurizio Quadrio: del Valtellinese dal carattere forte come l'intelletto, dal cuore sensibile ad ogni gentile ispirazione, ad ogni umana piet, maestro mio, fin da quando, per sbarcare il lunario magrissimo attraverso stenti e digiuni, mi dava, fanciullo di 11 anni, a Londra, ripetizioni di latino e di francese.
Veniva dunque il Prina per dirmi di avere acquistato un autografo di grande valore, nientemeno che quello delle memorie di Garibaldi; e, aprendo la cartella, mi spieg sotto agli occhi le 673 pagine coperte colla nitida e caratteristica calligrafia del Generale, ereditata fedelmente con altre qualit da Menotti. Assorbito negli affari, soggiunse, non voleva tenere quel documento; desiderava che l'accettassi io, che avevo gi cominciato a raccogliere manoscritti riferentisi al Risorgimento. Accettare un dono di tanta importanza, che costava al donatore una somma ragguardevole, era difficile; rifiutarlo pi difficile ancora. Trovai una via di mezzo: accettai, alla condizione che il prezioso manoscritto dovesse unirsi agli altri, con atto regolare da me trasferiti allo Stato e, per esso, al futuro Museo del Risorgimento Nazionale.
Cos fu combinato. M'affrettai a comunicare al ministro l'aggiunta preziosissima che cos s'era fatta alla mia raccolta. Soltanto pensando, fin d'allora, al vicino centenario della nascita di Garibaldi, parve a noi opera utile ed omaggio a Lui degno, il ripubblicare quelle Memorie, offrendone copia alle maggiori biblioteche d'Italia, a fin che cos fossero accessibili a tutti gli studiosi.
Ripubblicare le Memorie; ma ripubblicarle con scrupolosa osservanza del testo nei pi minuti particolari.
Giuseppe Garibaldi, l'Eroe di Due Mondi, era uomo di azione. Dove v'era da sostenere la causa della nazionalit e della libert, l fiammeggiava la sua lucente spada, segnacolo agli oppressi. Egli, nato alla nobilt del sentimento, assorto per irresistibile vocazione all'eroismo, non aveva, da ginnasio a liceo, da liceo a universit, speso la fresca giovent, d'ideali assetata, a guadagnarsi diploma da dottore: la laurea l'aveva conseguita a bordo della sua nave, a cavallo, sulle sponde del Rio de la Plata. Partiva per il glorioso viaggio attraverso la vita, munito di scarso bagaglio letterario, n ebbe tempo ed opportunit di accrescerlo gran fatto per istrada.
Al contrario di tanti compatrioti che, nella breve carriera, seppero scalare i pi alti uffici ed illustrarsi per breve tratto nel mondo del sapere e della politica; di coloro le cui figure, innalzate su cataste di carta, spariscono, logorate e disfatte dal tempo, l'azione gli era spontanea. Consegnarne il ricordo alla stampa in bella e levigata forma, perch giganteggiasse dinanzi agli occhi dei contemporanei e fruttasse plauso e ricompensa, non era nella sua natura, n nei suoi mezzi. Lo stile suo, dalle molte mende,  il riflesso dell'uomo: frasi brevi, dettate militarmente, e secondo le esigenze del momento; un tratto di penna per separarle, una punteggiatura cacciata l un po' all'azzardo; talvolta errori di ortografia, che dimostravano come, tra libri tascabili, quello a cui meno teneva, era il dizionario.
Chi  occupato a fare la storia, non si preoccupa intorno alle minuzie per prepararne la lettura agli altri. Cos, talvolta, le parole nelle Memorie non sono le pi appropriate ad esprimere la sfumatura del pensiero; e framezzo a tutto, traspare, deliziosamente ingenua, una pretesa di letteraria eccellenza. I grandi sono tutti cos; e fin da Salomone emerge cotesta auto-inscienza. Nessuno toglieva dalla mente di Federico il Grande la persuasione di innalzarsi sui contemporanei, sopratutto come scrittore e filosofo; n a Bismarck ch'egli fosse il pi dotto degli agricoltori e uomo di spirito fine e coltivato; n a Richelieu che in fatti di strategia avesse l'intuito del genio, lo sguardo d'aquila: cos in Garibaldi era nata e cresciuta la persuasione di avere singolari attitudini letterarie.
Nella prima edizione del volume, pubblicata dal Barbra, compilata da un benemerito patriota, amicissimo del Generale, che da breve tempo, fra il generale rimpianto, ha raggiunto la forte generazione con cui a lungo oper, Adriano Lemmi - in quella edizione le Memorie sono, per cos dire, vestite un po' a festa. Dove erano errori furono corretti; emendata la punteggiatura, raddrizzata la frase, steso un velo sulle mende di forma che troppo sfacciatamente si facevano innanzi. Non fu, a mio avviso, velo pietoso, sebbene steso da mano amante ed amica, e con sincero e riverente pensiero d'affetto: fu errore. La prosa di Garibaldi, per quanto si voglia pettinare, sar sempre incolta e difettosa, sia lodato il Signore! N da lui altro era da aspettarsi. Meglio, dunque, le mille volte, non cercare di mascherarne le mende, come fa il maestrucolo di disegno colle provucce dei suoi esaminandi: vada, dinanzi agli occhi dell'Italia, del mondo intero, la prosa dell'Eroe qual', quale sgorg dalla sua mente, quale tracci la sua penna negli intervalli brevi nei quali la spada rimaneva nel fodero o le gloriose ferite lo confinavano a letto; vada quella prosa, nella sua rozza semplicit, evocata dal cuore e dalle reminiscenze di una vita di avventure degna della Tavola Rotonda. Toccarla  alterarne la poesia;  voler togliere di dosso all'uomo il leggendario poncho, la camicia rossa e mettergli la marsina e la cravatta bianca delle persone per bene quando vanno in societ. Chi cerca in Giuseppe Garibaldi lo scrittore, il letterato; chi non capisce che i difetti stessi della sua penna rialzano la eminenza della sua gloria, non hanno mai visto o capito di quali foglie, nel Panteon della Storia, s'intrecciano le corone di lauro che la posterit riconoscente depone sulla fronte dei grandi benefattori dell'umanit. Essi hanno il gusto pettinato e profumato dal parrucchiere di moda, ed amano gli elci e le quercie coltivati in vaso, perch cos possono figurare degnamente fra i mobili del loro salotto.
Insieme a pochi altri, pochi assai della storia contemporanea, Giuseppe Garibaldi s'erge sul piedistallo della immortalit, e dinanzi sfilano le generazioni riverenti, in ammirazione crescente, man mano che i fatti leggendari s'allontanano. Come per i mezzi toscani che a preferenza fumava ed offriva a chi gli era vicino, cos per la forma pi o meno linda entro cui vestiva il pensiero, la luce radiosa entro cui risplende la figura leonina non s'altera n s'attenua; come non s'attenua, anzi pi rifulge, dinanzi alle tristi polemiche che si accendano intorno al santuario degli affetti suoi pi intimi:  la luce degli atti suoi, dell'eroismo, del magnanimo disinteresse, delle mai smentite aspirazioni nobili, pure e generose, che lo illumina: n mende di stile, n tampoco mende di uomini valgono ad offuscarla.
Dell'Eroe si riproducono qui tre fotografie. Quella dei tempi del Rio della Plata, quando sfavillava d'entusiasmo giovanile; quella del 1849, quando, condottiero delle forze della Repubblica Romana, nello zenit del suo prestigio virile, condusse i suoi legionari alla vittoria del 30 aprile, alla difesa eroica, alla ritirata epica; quella infine della maturit, ad Aspromonte, a Mentana, a Digione, quando per fede, volont, entusiasmo sfolgorava di giovane ardore attraverso il declinare degli anni. In quel ciclo dei quarant'anni, da quelle fotografie rappresentato,  la vita, son le memorie imperiture del campione glorioso della libert.
Le Memorie sono un'opera pensata, l'ultima redatta in forma definitiva dal Generale. Che fosse in mente sua raccogliere fin dai primi anni della vita avventurosissima i suoi ricordi, emerge dal lavoro stesso, dalle note su cui  steso. Talvolta il pensiero primitivo, registrato sommariamente nei primi anni, subisce variazioni nella forma: l'appendice ultima porta la data: Civitavecchia 25 luglio 1875. Niun dubbio che si tratti, in mente sua, di un testamento storico e letterario, consegnato ai contemporanei ed alla posterit. Il manoscritto  tutto a penna, quasi senza una cancellatura od una correzione, la diligente copia di una minuta; e quella minuta, in lapis, esiste;  fra i documenti alla biblioteca Vittorio Emanuele, attestando, nella sua evidenza, tutto l'amore, tutto lo studio posti da Garibaldi a dare impronta precisa al suo pensiero. Dalle note, redatte o scarabocchiate nell'uno o nell'altro emisfero, alla minuta, dalla minuta al manoscritto che serve alla stampa, il processo di elaborazione si svolge semplice e chiaro sotto gli occhi nostri.
Abbondano i giudizi e le impressioni su di uomini e di eventi; n altrimenti poteva essere in chi fra tanti uomini ed eventi aveva vissuto, cercando di guidarli verso gli alti fini ai quali aveva consacrato l'esistenza. Coteste personali osservazioni, espresse attraverso la narrazione, saranno tutte dalla storia convalidate, ovvero, quando franchi la spesa, da essa subiranno rettifica, laddove influenze esterne o predisposizioni interne valsero a velare od a contraffare in parte il vero? Comunque ci sia; si confermi o si modifichi questo o quel giudizio, resta e rester sempre intatto ed intangibile quanto egli scrive nella prefazione: "Nell'apprezzamento del merito individuale di ognuno che mi fu compagno - non pretendo certo all'infallibilit - e se commisi errore - ripeto: fu involontariamente".
Dissapori, dispareri, malintelligenze non di rado sorsero fra Garibaldi e Mazzini: sugli eventi, sull'attitudine da assumersi v'era spesso divergenza di apprezzamento, e il giudizio di quegli su questi, espresso nelle Memorie,  duro ed ostile. Giustificato? Allo storico imparziale il pronunciarsi, non all'editore; ma  lecito esprimere la convinzione che in parte quelle divergenze si sarebbero evitate o non avrebbero durato qualora i rapporti fra i due fossero stati sempre diretti e personali, non turbati dall'opera di intermediari che artatamente od inconsciamente il pensiero dell'uno o dell'altro coloriva col proprio. E quando, tolte le occasioni di malintesi, avessero di conserva agito, le sorti d'Italia sarebbero quali oggi sono?
Cos nelle relazioni fra Vittorio Emanuele ed il Generale. Ancor l le politiche e le politichette, i generali vecchio stile, come il calendario russo, che potevano invidiare non capire quel fulmine di guerra, gli uomini di Stato, devoti al Regno piemontese, troppo devoti perch il loro sguardo potesse spaziare qua e l, abbracciare l'Italia tutta: questi e quelli, intromettitori e confidenti, non confusero, non turbarono, nei momenti pi critici, i rapporti fra quei due grandi fattori della unit? E, se questi rapporti fossero stati limpidi, diretti, ininterrotti, le sorti delle guerre, le sorti del paese sarebbero state quali erano, sarebbero quali sono?
L'uno e l'altro sono punti interrogativi su cui noi, della generazione vicina al tramonto, non possiamo dogmatizzare; sono troppe le correnti che sviluppa il pieno della vita vissuta, perch non ne siano alterati gli strumenti di precisione nell'osservatorio della nostra intelligenza; sono troppo vicini gli uomini e gli eventi per poterli dall'alto collocare nel nostro campo visivo e dare ad ognuno il posto ed il peso che ebbe nel risolvere od attraversare le battaglie del Risorgimento nostro:  cmpito della storia. Finito il giuoco, scomparsi per sempre i giuocatori, le simpatie, le antipatie che le loro personali relazioni svegliavano e determinavano, dir chi esaminer serenamente i ricordi dei tempi e da essi sapr desumere quali mosse assicurarono agli uni la vittoria, per quali errori od imprevidenze gli altri furono disfatti.
Roma, 20 maggio 1907.
ERNESTO NATHAN.
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Prefazione alle mie Memorie.
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3 Luglio 1872.
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Vita tempestosa, composta di bene e di male, come credo della maggior parte delle genti - Coscienza d'aver cercato il bene sempre, per me, e per i miei simili - E se ho fatto il male qualche volta - certo, lo feci involontariamente - Odiatore della tirannide e della menzogna - col profondo convincimento: esser con esse l'origine principale dei mali, e della corruzione del genere umano.
Republicano quindi - essendo questo il sistema della gente onesta - sistema normale voluto dai pi - e per conseguenza non imposto colla violenza e coll'impostura.
Tollerante, e non esclusivista - non capace d'imporre per forza il mio Republicanismo - Per esempio: agli Inglesi - se essi sono contenti col governo della regina Vittoria - E contenti che siano, Republicano deve considerarsi il loro governo - Republicano - ma sempre pi, convinto della necessit, d'una Dittatura onesta e temporaria a capo di quelle nazioni - che come la Francia, la Spagna e l'Italia, sono vittime del bisantismo il pi pernicioso.
Tutto quanto ho narrato nelle mie memorie pu servir alla storia - Della maggior parte dei fatti, io fui testimonio oculare.
Fui largo di lodi ai morti - caduti sui campi di battaglia della libert - Lodai meno i vivi - massime i miei congiunti - E quando spinto da giusto rancore, contro chi m'offese - io ho cercato di placare il mio rissentimento - pria di parlare dell'offesa e dell'offensore.
In ogni mio scritto - io ho sempre attacatto il pretismo pi particolarmente - perch in esso ho sempre creduto trovare il puntello d'ogni despotismo - d'ogni vizio, d'ogni corruzione.
Il prete  la personificazione della menzogna - il mentitore  ladro - il ladro  assassino - e potrei trovare al prete una serie d'infami corollari.
Molta gente, ed io con questa ci figuriamo di poter sanare il mondo dalla lepra pretina - coll'istruzione. - Ma non sono istruiti gli uomini del privilegio governanti il mondo, che lo mantengono lupanare?
"Libert per tutti" si vocifera nel mondo - e si osserva tale massima anche tra i popoli meglio governati - Quindi libert per i ladri, per gli assassini, le zanzare, le vipere, i preti! E cotesta ultima nera gena, gramigna contagiosa dell'umanit - Cariatide dei troni, puzzolenta ancora di carne umana bruciata - ove signoreggia la tirannide, si siede fra i servi, e conta nella loro affamata turba - Ma nei paesi liberi - essa presume a libert - e non vuol altro! non protezione fuori della legge - non sussidii - la libert basta al rettile: dei cretini e delle beghine - non difetta il mondo - dei birbanti interessati al cretinismo ed alle superstizioni delle masse - v' sempre abbondanza!
Sar accusato di pessimismo - ma mi perdoni chi ha la pazienza di leggermi - oggi entro ne' miei 65 anni - ed avendo creduto per la maggior parte della mia vita, ad un miglioramento umano - sono amareggiato nel veder tanti malanni, e tanta corruzione, in questo sedicente secolo civile.
Non essendo un fior di memoria - ho forse dimenticato di nominare alcuni uomini cari, e meritevoli - Fra i chirurghi, che da Montevideo a Dijon divisero meco le fatiche delle campagne militari io ricorder i seguenti - Odicini, chirurgo della legione di Montevideo valse molto ai militi nostri concittadini - per l'abilit non comune della professione sua - Ripari, amico mio carissimo - fu mio compagno a Roma (1849), ove curommi d'una ferita - Chirurgo in capo nella spedizione dei Mille, ademp col patriotismo e l'abilit che lo distingue al difficile e nobile incarico - Ad Aspromonte io dovetti la conservazione del mio piede destro, e forse della vita, alle cure gentili dei chirurghi Ripari, Basile, ed Albanese.
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Bertani fu chirurgo in capo delle forze da me comandate nel '59 e '66 - e credo incontestabile la somma sua abilit come capo, e come chirurgo - Anche nel '67 egli si distinse nella sventurata pugna di Mentana. I distintissimi professori: Partridge, Nelaton, e Pirogoff - col loro generoso interesse alla pericolosa mia situazione provarono: che il vero merito la scienza vera, non distingue confini nella famiglia umana.
Ai cari D.ri Prandina, Cipriani, Riboli, io devo pure una parola di gratitudine - siccome al D.re Pastore.
Il D.re Riboli in Francia - chirurgo capo dell'esercito dei Vosges - fu contrariato da indisposizione seria ed accanita - Cos stesso, egli non manc di prestar opera utilissima.
Nell'apprezzamento del merito individuale d'ognuno che mi fu compagno - non pretendo certo all'infallibilit - e se commisi errore - ripeto: fu involontariamente.
Che la societ odierna sia in uno stato normale - lo lascio giudicare agli uomini di senno (4 Luglio 1872). Gli uragani non hanno spazzato ancora l'atmosfera apestato dal puzzo de' cadavari - e gi si pensa alla rivincita - Le genti sono afflitte da malanni d'ogni specie: carestie, inondazioni, Cholera - che importa: tutti s'armano sino ai denti - tutti son soldati! Il prete! Ah! questo  il vero flagello di Dio! In Italia esso mantiene un governo codardo, in una umiliazione la pi degradante, e si ritempra nella corruzione, e nelle miserie del popolo! In Francia - esso spinge alla guerra quella sventurata nazione! Ed in Spagna peggio ancora: spinge alla guerra civile - capitanando bande di fanatici - e seminando lo sterminio dovunque!
Amanti della pace, del diritto, della giustizia -  forza nonostante concludere coll'assioma d'un generale Americano: "La guerra es la verdadera vida del hombre!"
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Caprera 7 Decembre 1871.
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REVISIONE ALLE MIE MEMORIE
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CAPITOLO 1.
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I miei genitori.
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Io non devo dar principio a narrare della mia vita - senza far cenno de' miei buoni Genitori - il di cui carattere ed amorevolezza - tanto influirono sull'educazione mia - e sulle disposizioni del mio fisico.
Mio padre figlio di marino, e marino lui stesso dall'et pi tenera - non avea certamente quelle cognizioni di cui sono fregiati gli uomini del suo ceto - nella generazione nostra.
Giovine aveva servito sui bastimenti di mio avo - pi avanti, aveva comandato bastimenti propri.
Vari erano stati i periodi della di lui fortuna - e non di rado - lo ud racontare - che pi agiati avrebbe potuto lasciarci - Io per li sono riconoscentissimo, del come mi ha lasciato - ben persuaso, ch'ei nulla trascur per educarmi, anche in tempi, ove scaduto di fortuna - l'educazione dei figli, disagiava certo l'onestissima sua esistenza.
Se mio padre poi, non mi fece dare pi colta educazione, esercitare nella ginnastica, scherma, ed altri esercizi corporei - fu piutosto colpa dei tempi - in cui grazie agli Istitutori chercuti - propendevano piutosto a far della giovent, tanti frati e legali, anzich buoni cittadini, capaci di professioni virili ed utili - ed atti a servire il loro devastato paese.
Daltronde era sviscerato l'amor suo pei figli - e quindi temente: non si spingessero a bellici divisamenti.
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Tale trepidazione dell'amato mio padre - prodotta da soverchio affetto -  forse l'unico rimprovero da farli - giacch per timore di espormi troppo giovane ai disagi, ed ai pericoli del mare - egli mi trattenne contrariamente all'indole mia - sino verso i quindici anni - senza permettermi di navigare.
E non fu savia determinazione - essendo io, oggi, persuaso: che un marino deve cominciare la carriera giovanissimo - se possibile prima degli otto anni - Essendo in tale pratica: maestri i Genovesi - e gl'inglesi massime.
Far studiare i giovani destinati al mare, a Torino, o a Parigi - ed inviarli a bordo oltre i vent'anni -  sistema pessimo - Io credo meglio: far fare i loro studi a bordo, e la pratica di navigazione nello stesso tempo.
E mia madre! Io asserisco con orgoglio, poter essa servir di modello alle madri. E credo, con questo aver detto tutto.
Uno dei rammarichi della mia vita - sar quello, di non poter far felici gli ultimi giorni della mia buona genitrice - la di cui vita ho seminato di tante amarezze colla mia avventurosa carriera.
Soverchia  forse stata la di lei tenerezza per me Ma non devo io all'amor suo - all'angelico di lei carattere, il poco di buono che si rinviene nel mio?
Alla piet di madre - verso il prossimo - all'indole sua benefica e caritatevole - alla compassione sua, gentile, per il tapino, per il sofferente - non devo io forse la poca carit patria, che mi valse la simpatia e l'affetto de' miei infelici ma buoni concittadini?
Oh! abbench non superstizioso certamente - non di rado - nel pi arduo della strepitosa mia esistenza - sorto illeso dai frangenti dell'Oceano - dalle grandini del campo di battaglia.... mi si presentava: genuflessa, curva, al cospetto dell'infinito - l'amorevole mia genitrice - implorandolo per la vita del nato dalle sue viscere!... Ed io bench poco credente all'eficacia della preghiera - n'ero commosso! felice! o meno sventurato!
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CAPITOLO 2.
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I miei primi anni.
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Nacqui il 4 Luglio 1807 in Nizza-marittima - verso il fondo del porto Olimpio - in una casa sulla sponda del mare.
Io ho passato il periodo dell'infanzia - come tanti fanciulli, tra i trastulli, le allegrezze ed il pianto - pi amico del divertimento che dello studio.
Non aprofitai il dovuto delle cure, e delle spese in cui s'impegnarono i miei genitori per educarmi. Nulla di strano nella mia giovinezza. Io ebbi buon cuore - ed i fatti seguenti, bench di poca entit lo provano.
Raccolto un giorno al di fuori un grillo, e portatolo in casa - ruppi al poveretto una gamba nel maneggiarlo - me ne addolorai talmente - che rinchiusomi nella mia stanza - io piansi amaramente per pi ore.
Un'altra volta, accompagnando un mio cugino a caccia nel Varo - io m'era fermato sull'orlo d'un fosso profondo - ove costumasi d'immergervi la canapa - ed ove trovavasi una povera donna lavando panni.
Non so perch - quella donna cadette nell'acqua a testa prima, e pericolava la vita. Io, bench piccolino ed imbarazzato con un carniere - mi precipitai, e valsi a trarla in salvo.
Ogni qual volta poi trattossi della vita d'un mio simile - io non fui resto giammai - anche a rischio della mia.
I primi miei maestri furon due preti - e credo l'inferiorit fisica e morale della razza Italica, provenga massime da tale nociva costumanza. Del Sig.r Arena terzo mio maestro, d'Italiano, calligrafia, e matematica - conservo cara rimembranza.
Se avessi avuto pi discernimento - ed avessi potuto indovinare le future mie relazioni cogli Inglesi - io avrei potuto studiare pi acuratamente la loro lingua, ciocch potevo fare col mio secondo maestro il padre Giaume - prete spregiudicato, e versatissimo nella bella lingua di Byron.
Io ebbi sempre un rimorso: di non aver studiato dovutamente l'Inglese - quando lo potevo - rimorso rinnato in ogni circostanza della mia vita in cui mi son trovato cogli Inglesi.
Al terzo laco istutore il signor Arena, io devo il poco che so, e sempre conserver di lui, cara rimembranza - sopratutto per avermi iniziato nella lingua patria, e nella storia Romana.
Il difetto di non esser istruiti seriamente nelle cose, e nella storia patria  generale in Italia ma in particolare a Nizza, citt limitrofa, e sventuratamente tante volte sotto la dominazione Francese.
In cotesta mia citt nata, sino al tempo in cui scrivo (1849) non molti sapevano d'esser Italiani; la grande affluenza di Francesi, il dialetto che tanto si somiglia al provenzale; e la noncuranza de' governanti nostri - del popolo occupandosi solo di due cose: depredarlo e toglierli i figli per farne dei soldati - tutti motivi da spingere i Nizzardi all'indifferentismo patriotico assoluto - e finalmente a facilitare ai preti ed a Buonaparte lo svellere quel bel ramo dalla madre pianta nel 1860.
Io devo dunque, in parte, a quella prima lettura delle nostra storia - ed all'incitamento di mio fratello maggiore Angelo - che dall'America mi raccomandava lo studio della mia - e pi bella tra le lingue - quel poco che sono pervenuto ad acquistarne.
Io terminer questo primo periodo della mia vita, colla laconica narrazione d'un fatto - primo saggio dell'avventure avvenire.
Stanco della scuola, ed insofferente d'un'esistenza stanziaria, io propongo un giorno a certi coetanei compagni miei, di fuggire a Genova - senza progetto determinato - ma in sostanza per tentare fortuna - Detto fatto: prendiamo un batello, imbarchiamo alcuni viveri, attrezzi da pesca - e voga verso levante. Gi erimo all'altura di Monaco - quando un corsaro mandato dal mio buon padre - ci raggiunse, e ci ricondusse a casa, mortificatissimi.
Un abbate, avea svelato la nostra fuga - Vedete che combinazione: un abbate l'embrione d'un prete - contribuiva forse a salvarmi - ed io tanto ingrato da perseguire quei poveri preti - Comunque un prete  un impostore - ed io mi devo al santo culto del vero.
I miei compagni d'impresa di cui mi sovvengo, erano: Cesare Parodi, Raffaele Deandreis - e non ricordo gli altri.
Qui mi giova ricordare la giovent Nizzese: svelta, forte, coraggiosa - elemento magnifico per disposizioni di genio, sociale e militare. Ma condotta disgraziatamente su perverso sentiero - prima dai preti - secondo dalla deprevazione importata dallo straniero, che ha fatto della bellissima Cimele dei Romani la sede cosmopolita d'ogni corruzione.
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CAPITOLO 3.
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I miei primi viaggi.
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Oh! come tutto  abbellito dalla giovinezza ardente di lanciarsi nelle avventure dell'incognito! Com'eri bella, o Costanza! Il primo bastimento con cui ho navigato e su cui dovevo solcare il Mediterraneo, quindi il Mar Nero, per la prima volta!
Gli ampi tuoi fianchi, la snella tua alberatura, la spaziosa tua tolda, persino il tuo pettoruto busto di donna rimarranno impressi sempre nella mia immaginazione.
Come dondolavansi graziosamente quei tuoi marini Sanremesi, vero tipo de' nostri intrepidi Liguri!
Con che diletto, io mi avventava al balcone per udire i loro popolari canti - gli armonici loro cori - Essi cantavano d'amore e m'intenerivano m'innebbriavano, per un affetto allora insignificante. Oh! se mi avessero cantato di patria, d'Italia! d'insofferenza di servaggio - E chi aveva insegnato loro: ad esser patriota, Italiani, militi della dignit umana? Chi ci diceva a noi giovani, che v'era un'Italia, una patria, da vendicare, da redimere? Chi! I preti, unici nostri istitutori!
Noi, fummo cresciuti come gli Ebrei! E non ci additarono per premio, per mta della vita, che l'oro! Intanto l'addolorata madre mia, preparavami il necessario per il viaggio a Odessa, col brigantino Costanza, Capitano Angelo Pesante di Sanremo - il miglior Capitano di mare, ch'io m'abbia conosciuto.
Se la nostra marina da guerra, prendesse l'incremento dovuto, il Capitano Angelo Pesante, morto ormai da vari anni ma vivente quando principiai le mie memorie, dovrebbe comandarne uno dei primi legni da guerra, e certamente non ve ne sarebbe meglio comandato. Pesante non ha comandato bastimenti da guerra ma egli creerebbe, inventerebbe ciocch abbisogna in un barco qualunque, dal palischermo al vascello per portarli allo stato d'onorare l'Italia.
E qui devo ricordare: in caso d'una guerra marittima dover il nostro paese far capitale della sua brava marina mercantile. Semenzaio di valorosi marinai non solo ma di prodi ufficiali, capaci del loro dovere, anche nelle battaglie.
Feci il mio primo viaggio a Odessa. Cotesti viaggi son diventati cos comuni che inopportuno sarebbe lo scriverne.
Il mio secondo viaggio lo feci a Roma, con mio padre, a bordo della propria Tartana, S.ta Reparata. Roma! E Roma..... non dovea sembrarmi se no la capitale d'un mondo! Oggi la capitale della pi odiosa delle Stte!
La capitale d'un mondo - dalle sue ruine, sublimi, immense - ove si ritrovano affastellate le reliquie di ci ch'ebbe di pi grande il passato!
Capitale d'una stta - un d, di seguaci del Giusto - liberatore di servi! Istitutore dell'uguaglianza umana, da lui nobilitata - benedetto da infinite generazioni - con sacerdoti, apostoli del diritto de' popoli - Oggi degenerati, trattanti - vero flagello dell'Italia, che vendettero allo straniero settanta e sette volte!
No! La Roma ch'io scorgeva nel mio giovanile intendimento, era la Roma dell'avvenire, come scrivevo nel 1849. Roma! di cui giammai ho disperato: naufrago, moribondo, relegato nel fondo delle foreste Americane!
La Roma dell'idea rigeneratrice d'un gran popolo! Idea dominatrice, di quanto potevano ispirarmi il presente, ed il passato - siccome dell'intiera mia vita!
Oh! Roma, mi diventava allora cara, sopra tutte le esistenze mondane - Ed io l'adoravo con tutto il fervore dell'anima mia! Non solo ne' superbi propugnacoli della sua grandezza di tanti secoli ma, nelle minime sue macerie e racchiudevo nel mio cuore, preziosissimo deposito, il mio amore per Roma. E non lo svelavo, senonch allor quando, io potevo esaltare ardentemente l'oggetto del mio culto!
Anzich scemarsi, il mio amore per Roma s'ingagliard colla lontananza e coll'esiglio. Sovente, e ben sovente, io mi beava nell'idea di rivederla una volta ancora.
Infine, Roma per me  l'Italia e non vedo Italia possibile, senonch nell'Unione compatta, o federata delle sparse sue membra!
Roma  il simbolo dell'Italia una sotto qualunque forma voi la vogliate, E l'opera pi infernale del papato era quella di tenerla divisa, moralmente e materialmente!. Tali furono sempre le mie idee, scritte nel 1849 e copiate oggi 1871.
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CAPITOLO 4.
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Altri viaggi.
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Alcuni viaggi ancora io feci con mio padre - quindi un viaggio a Cagliari, col Capitano Giuseppe Gervino, brigantino Enea.
In quel viaggio fui spettatore d'un tremendo naufragio - la di cui memoria mi rimane incancellabile.
Al ritorno di Cagliari, erimo giunti sul capo di Noli e come noi, vari bastimenti, fra i quali un felucio catalano.
Da vari giorni minacciava il Libeccio - e grossissimo n'era il mare - quindi si scagli il vento con tanta furia da farci apogiare in Vado essendo pericoloso di entrare nel porto di Genova con tale uragano.
Il felucio da principio gallegiava mirabilmente, e sostenevasi, da far dire ai nostri marinari pi proveti: esser preferibile trovarsi a bordo di quello.
Ma dolorosissimo spettacolo, dovea presentarci ben presto, quella sventurata gente!... Un orrendo maroso rovesci il loro legno - e non vidimo pi che alcuni individui sul suo fianco superiore - stenderci le braccia, e sparire travolti nel frangente d'un secondo pi terribile ancora.
Avea luogo, la catastrofe, verso il nostro giardino di destra,  l'angolo destro alla poppa della nave e quindi era impossibile ajutare i miseri naufraghi.
I barchi che dietro di noi venivano, furono pure nell'impossibilit di soccorrerli - essendo troppa la violenza della bufera, e l'agitazione del mare. E miseramente perivano nove individui della stessa famiglia (ciocch si seppe poi). Alcune lacrime sgorgarono dagli occhi dei pi sensibili, al miserando spettacolo, esauste presto dall'idea del proprio pericolo.
Da Vado in Genova, quindi in Nizza; ove principiai una serie di viaggi in Levante ed altrove, con bastimenti della casa Gioan.
Viaggiai a Gibilterra ed alle Canarie, col Coromandel nave del Signor Giacomo Galleano, comandata da suo nipote Capitan Giuseppe dello stesso nome di cui conservo grata memoria.
Tornai poi ai viaggi di levante. Ed in uno di quelli col brigantino Cortese, Capitano Carlo Semeria, rimasi ammalato a Costantinopoli. Il bastimento part, e prolungandosi la malattia pi del creduto - io mi trovai alle strette.
In qualunque circostanza di strettezze, o di pericolo, mai mi sono sgomentato.
Io ho avuto molta fortuna nell'incontro d'individui benevoli da interessarsi alla mia sorte - Tra codesti, mai dimenticher la signora Luigia Sauvaige di Nizza, una di quelle donne che mi hanno fatto dire tante volte: esser la donna, la pi perfetta delle creature - chech ne presumano gli uomini.
Madre, modello delle madri - essa faceva la felicit del suo eccellente sposo, e dell'amabile sua prole - che educava con una squisitezza imparegiabile - La guerra accesa tra la Russia e la Porta, contribu a prolungare il mio soggiorno in Costantinopoli - In tale periodo, mi successe per la prima volta, impiegarmi a precettore di ragazzi - offertomi dal Sig.r Diego dottore in Medicina - e che mi present alla vedova Timoni che ne abbisognava.
Entrai in quella casa maestro di tre ragazzi - e profitai di tale periodo di quiete, per studiare un po' di Greco - dimenticato poi, siccome il Latino che avevo imparato nei prim'anni.
Ripresi quindi a navigare, imbarcandomi col Cap.no Antonio Casabona - Brigantino Nostra Signora delle Grazie.
uel bastimento fu il primo ch'io comandai da Capitano, in un viaggio a Maone, e Gibilterra, di ritorno a Costantinopoli.
Io salter la narrazione del resto de' miei viaggi, in levante, non essendomi accaduto in quelli cosa importante.
Amante passionato del mio paese, sin dai prim'anni - e insofferente del suo servaggio - io bramavo ardentemente iniziarmi nei misteri del suo risorgimento - Perci cercavo ovunque libri, scritti che della libert Italiana trattassero, ed individui consacrati ad essa.
In un viaggio a Taganrog, m'incontrai con un giovine Ligure - che primo mi diede alcune notizie dell'andamento delle cose nostre.
Certo non prov Colombo tanta soddisfazione alla scoperta dell'America, come ne provai io, al ritrovare chi s'occupasse della redenzione patria - Mi tuffai corpo e anima in quell'elemento, che sentivo esser il mio, da tanto tempo - ed in Genova il 5 Febbraio 1834, io sortivo la porta della lanterna alle 7 p. m., travestito da contadino, e proscritto.
Qui comincia la mia vita pubblica: e pochi giorni dopo, leggevo per la prima volta, il mio nome su d'un giornale - Era una condanna di morte al mio indirizzo - raportata dal Popolo Sovrano di Marsiglia.
Stetti inoperoso in Marsiglia alcuni mesi.
Un giorno, imbarcato da secondo a bordo dell'Unione (brigantino mercantile Francese) Capitano Francesco Gazan, mi trovavo verso sera nella camera, vestito in galla per scendere a terra. In quell'epoca, era proibito a Marsiglia di tener lumi, anche di notte a bordo ai bastimenti. Udimmo un romore nell'acqua del porto, e ci affaciammo, il Capitano ed io, ad ambi i balconi. Un individuo si annegava sotto la poppa del brigantino tra questa ed il molo. Io mi lanciai, e con molta fortuna e salvai la vita al Francese. Spettatrice una immensa popolazione plaudente.
Era il salvato: Giuseppe Rambaud quattordicenne. Io ebbi la guancia bagnata dalle lagrime di gratitudine d'una madre, e la benedizione d'una famiglia intiera.
Anni prima, sulla rada di Smirne avevo avuto la stessa fortuna col mio amico, e compagno d'infanzia Claudio Terese.
Un viaggio ancora coll'Unione nel mar Nero. Uno in Tunis con una fregata da guerra, costrutta in Marsiglia  per il Bey. Quindi, da Marsiglia a Rio-Janeiro, col Nautonier, brigantino di Nantes, Capitano Beauregard.
Nel mio ultimo soggiorno in Marsiglia, ov'ero ritornato da Tunis, con un barco da guerra Tunisino, ferveva in quella citt il cholera, facendo strage grandissima.
Eransi istituite delle ambulanze, in cui si presentavano volonterosi ad offrire serviggi, Io diedi il mio nome ad una di quelle, e nei pochi giorni che rimasi in Marsiglia, passai parte delle notti, custodendo cholerici.
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CAPITOLO 5.
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Rossetti.
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Giunto al Rio-Janeiro, non ebbi molto ad impiegare per trovare amici. Rossetti, che non avevo mai veduto, ma che avrei distinto in qualunque moltitudine per quell'attrazione reciproca, e benevola della simpatia, m'incontr al Largo do Passo.
Gli occhi nostri s'incontrarono - e non sembr per la prima volta - com'era realmente. Ci sorridemmo reciprocamente, e fummo fratelli per la vita - Per la vita, inseparabili!
Non sar questa, una delle tante emanazioni di quell'intelligenza Infinita - che pu probabilmente animare lo spazio, i mondi, e gl'insetti che brulicano, sulle loro superficii?
Perch devo io privarmi della volutt gentile che mi bea, pensando alla corrispondenza degli affetti materni rientrati nell'infinita sorgente, da dove scaturirono - ed a quelli del mio carissimo Rossetti.
Io ho descritto altrove l'amorevolezza di quella bell'anima. E morr forse privo del contento, di posare un sasso, sulla terra Americana, nel sito ove giacciono l'ossa del generosissimo, fra i caldi amatori della nostra bella, e povera patria! Nel camposanto di Viamo devono trovarsi gli avanzi del prode Ligure caduto in una sorpresa di notte fatta dagli Imperiali su quel villaggio ove casualmente trovavasi Rossetti. Viamo,  quel villagio fuori di Porto-Alegre, a poche miglia, nella provincia del Rio Grande del Sud. I Republicani avean chiamato quel villaggio Settembrina in onore d'una vittoria in settembre.
Passati alcuni mesi, in una vita oziosa eccoci, Rossetti ed io, ingolfati nel commercio. Ma, al commercio io, e Rossetti non erimo atti.
Nella guerra sostenuta dalla Repubblica del Rio-grande contro l'impero del Brasile fu fatto prigioniero Bento-Gonales, ed il suo stato maggiore e come segretario dello stesso, presidente della Repubblica, e generale in capo dell'esercito, giunse pure prigioniero Zambeccari, figlio del famoso aeronauta Bolognese.
Rossetti ottenne lettere di corso dalla Repubblica, ed armammo il Mazzini, piccolissimo legno nel porto stesso di Rio-Janeiro.
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CAPITOLO 6.
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Corsaro.
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Corsaro! lanciato sull'Oceano con dodici compagni a bordo d'una Garopera, una barca destinata alla pesca delle garope, pesce squisito del Brasile, si sfidava un impero, e si facea sventolare per i primi, in quelle meridionali coste, una bandiera d'emancipazione! La bandiera Republicana del Rio-Grande!
Una sumaca carica di caf, fu incontrata all'altura dell'Isola Grande, e predata.
Il Mazzini fu messo a pico per non esservi altro pilota da condurlo per l'alto mare.
Rossetti era con me; ma non tutti i compagni miei eran dei Rossetti. Voglio dire uomini di costumi puri. Ed alcuni, oltre a fisionomie non troppo rassicuranti, si facean oltremodo truci, per intimorire gl'innocenti nostri nemici. Io, mi adoperava naturalmente a reprimerli, ed a scemare, quanto possibile lo spavento de' prigionieri nostri.
Un passegiero Brasiliano della sumaca, all'imbarcarmi io sulla stessa, mi si present supplichevole, e mi offr in una scattola, tre preziosi brillanti. Io glieli rifiutai siccome ordinai non si toccasse agli effetti individuali dell'equipaggio, e passeggieri.
Tale contegno io serbai in ogni simile circostanza ed i miei ordini, mai furono trasgrediti. Sicuri, senza dubbio, i miei subordinati ch'io ero disposto a non transigere su tale materia.
Furono sbarcati, passeggieri ed equipagio a tramontana della punta d'Itapekoroia, dando loro la lancia della Luisa (nome della sumaca), e permettendo loro d'imbarcare, oltre le proprie suppellettili, ogni vivere di loro piacimento.
Navigammo a mezzogiorno, e giunsimo dopo alcuni giorni nel porto di Maldonado, ove la buona accoglienza delle autorit e popolazione ci furono di buon'augurio.
Maldonado, all'entrata settentrionale del Rio della Plata,  importante per la sua posizione e per il porto mediocremente buono. Vi trovammo una nave Francese, destinata alla pesca della balena e vi passammo da corsari festosamente alcuni giorni.
Rossetti part per Montevideo, onde regolare le cose nostre. Io rimasi colla sumaca, circa otto giorni - dopo di che l'orizzonte nostro cominci ad offuscarsi - e tragicamente potea terminare l'affare nostro, se men buono fosse stato il capo politico di Maldonado, ed io men fortunato.
Fui avvertito dallo stesso che non solo (a rovescio delle mie istruzioni) la bandiera Rio-Grandense non era riconosciuta - ma che giunto era, per me, e per il bastimento, un sollenne ordine d'arresto - Eccomi obligato di metter alla vela, con un temporale da Greco, e dirigermi per l'interno del fiume, della Plata - quasi senza destino - poich appena avevo avuto tempo di manifestare ad un conosciuto - che mi dirigerei, verso la punta di Jesus-Maria, nelle Barrancas di S. Gregorio - al Settentrione di Montevideo - ove aspettare le deliberazioni di Rossetti coi nostri amici della capitale.
Giunsimo a Jesus-Maria, dopo stentata navigazione, e rischio di naufragare sulla punta di Piedras Negras - per una di quelle circostanze impreviste, da cui dipende spesso l'esistenza di molti individui -:
In Maldonado, colla minaccia dell'arresto, e diffidente anche della benevolenza del capo politico - io, rimasto in terra, per ultimare alcuni affari, avevo mandato ordine a bordo di preparare le armi. Ci fu eseguito subito ma successe che le armi tolte dalla stiva ove si trovavano, furono collocate per esser pi pronte, in un camerino confinante alla bittacola.
Messi alla vela, con un po' di precipitazione a nessuno venne in mente: esser le armi in situazione da poter influire sulle bussole - Per fortuna - avendo io poca voglia di dormire - ed essendo il vento cresciuto a bufera mi tenevo sottovento del timoniere - cio alla destra del bastimento - osservando con occhio abituato - la costa che corre tra Maldonado e Montevideo - assai pericolosa per le scogliere delle sue punte.
Era la prima guardia - cio dalle 8 a mezzanotte; la notte era oscura e tempestosa - Ad un occhio abituato per, a cercar la terra nelle tenebre - non era difficile di scorgere la costa, tanto pi ch'essa mi appariva sempre pi vicina - ad onta d'aver ordinato al timoniere un rombo, che doveva allontanarci da essa.
"Orza una quarta! orza un'altra quarta!" cio una rentaduesima parte di tutta la circonferenza della bussola, e credo avevo gi fatto orzare, pi d'un intiero vento (cio da quattro a cinque quarti) ed a mio dispetto la costa era sempre pi vicina.
Verso mezzanote la guardia da prua grida: "terra". Altro che terra! In pochi minuti noi ci trovammo avvolti in orribili frangenti e punte spaventose di scogli, mostrare le orride e nere loro teste fuori dell'acqua - senza possibilit di scansarle.
Il pericolo era immenso, ed inevitabile - Altro rimedio non v'era: che precipitarsi nei vuoti degli scogli, e cercarvi un passaggio.
Io ebbi la fortuna di non confondermi - montai sul pennone di trinchetto - e raccogliendo quanto avevo di forza nella mia voce di ventotto anni - diressi la corsa del bastimento - verso i punti che mi sembravan meno pericolosi - comandando nello stesso tempo le manovre ch'eran necessarie.
La povera Luisa era sommersa dai colpi di mare, che frangevano sulla sua tolta con tanto furore, quanto negli scogli -
Uno spettacolo per me nuovo - fu la vista di molti lupi marini - che senza curarsi della tempesta - attorniavano il bastimento da tutte le parti e vi trastullavano, come tanti bambini in un campo fiorito.
Le loro nere cervici per, dello stesso colore delle roccie che ci circondavano - e con un certo contegno minaccioso anche nei loro trastulli - era robba ben poco rassicurante -
Chi sa non alleggiasse in quelle tetre zucche Africane - il pensiero d'un pasto saporito delle nostre carni -
Comunque la riflessione del pericolo padroneggiava ogni altra - e fu un vero caso straordinario: poter uscire da quel labirinto senza toccarli - La minima scossa a quelle spaventose punte - avrebbe mandato in frantumi il tempestato legno -
Come gi dissi: giunsimo alla punta di Jesus-Maria nelle barrancas, le rupi di San Gregorio, a circa quaranta miglia da Montevideo, verso l'interno del Plata.
Solo in quel giorno, giunsi a sapere: essere state le armi tolte dalla stiva e collocate in un camerino accanto alle bossole.
Alla punta suddetta, niente di nuovo, ed era naturale: Rossetti minacciato dal governo di Montevideo, fu obbligato di nascondersi per non esser arrestato e non pot quindi occuparsi di noi.
I viveri mancavano, non avevimo lancia da poter sbarcare, eppure, bisognava soddisfare alla fame di dodici individui.
Avendo io scoperto, alla distanza di circa quattro miglia dalla costa, una casa, mi decisi di sbarcare su d'una tavola - e portar viveri a bordo ad ogni costo -
I venti soffiavano dal Pampero, il vento il pi formidabile per la costa sinistra del Rio de la Plata e che prende il suo nome dalle Pampas, pianure immense alluvionali nella costa destra, ed essendo loro traversia, perpendicolare con la costa, ne facevano l'approdo molto difficile, anche con palischermi.
Dammo fondo alle due ncore, tanto vicino della costa che possibile. Ad una distanza che sarebbe stata imprudente in altri tempi ma indispensabile per poter riguadagnar il bordo, con un tavolino sorretto da una botte per ogni estremit.
Eccomi con un marinaro, Maurizio Garibaldi, imbarcati in tavolino da camera, sorretti da due barili, e coi vestiti nostri appesi come un trofeo ad un'asta, eretta su quella nave di nuovo modello non navigando, ma rotando nei frangenti di quella costa inospitale.
Il Rio de la Plata, circonda lo stato di Montevideo, detto anche Banda Oriental, alla sua sinistra, e siccome cotesto bellissimo stato  formato da colline pi o meno alte, il fiume ne ha roso la costa, e vi ha formato delle rupi, quasi informi, in certi luoghi altissime, e per un lungo spazio.
Lo stesso importantissimo fiume, alla sua destra, lambe lo stato di Buenos Ayres e vi depone le sue alluvioni che formarono coll'andar dei secoli, le immense pianure de las Pampas. Giunsimo felicemente alla costa, misimo in terra la sconquassata nostra nave e lasciando Maurizio a rattoparla, mi avviai io solo verso la casa scoperta.
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CAPITOLO 7.
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Lo spettacolo che si offr alla mia vista, per la prima volta - quando salito sul vertice de las barrancas -  veramente degno di menzione.
Gl'immensi ed ondulati campi Orientali, presentano una natura affatto nuova ad un Europeo, e massime ad un Italiano, assuefato e cresciuto, ove palmo di terra, non si presenta, senonch coperto di case, sieppi, opere qualunque di mano d'uomo - L, nulla di questo: il creolo conserva la superficie di questo suolo, come gliela lasciarono gli indigeni, distrutti dagli Spagnuoli. Ho veduto l'ultima famiglia dei Chanuas, gli aborrigeni abitatori di quelle contrade mendicando un pezzo di carne nei nostri campamenti. I campi sono coperti di fieno e non variano che nelle valli sulla sponda dell'Arroyo, il Fiumicello, o nella caada coll'alta maciega.
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Il fiume e l'Arroyo, hanno le loro sponde, generalmente coperte di bellissimi boschi, spesso d'alto fusto. Il cavallo, il bue, la gazzella, lo struzzo, sono gli abitatori di quelle terre predilette dalla natura. L'uomo rarissimo, vero centauro, la passeggia soltanto per anunziare un padrone e ai numerosissimi, ma selvaggi suoi servi.
Non di rado, il bellicoso stallone, seguito dalla mandra di giumente ed il toro, scortato anche lui, si avventano sul suo passaggio, disprezzandone l'alterigia, con vigorosi, e non equivoci segni.
Io ho veduto nella mia misera patria un Austriaco, solcando e calpestando le moltitudini. I servi abbassavano lo sguardo per paura di compromettersi! Non tornino, per Dio, a tanto vilipendio, i discendenti di Calvi, e di Manara!
Quanto  bello lo stallone della Pampa! Le sue labbra, sentiranno giammai il freddo ribrezzo del freno e la lucidissima schiena giammai calcata dal fetido sedere dell'uomo, brilla allo splendore del sole, quanto un diamante.
La sua splendida, ma non pettinata criniera batte i fianchi, quando il superbo, raccogliendo le sparse giumenta, e fuggendo la presunzione dell'uomo, avanza la velocit del vento.
Il naturale suo calzare, non mai imbrattato nella stalla dell'uomo -  pi lucido dell'avorio - e la richissima coda, svolazza al soffio del pampero, riparando il generoso animale dal disturbo degli insetti. Vero Sultano del deserto, ei sceglie la pi vaga dell'Odalische senza il servile e schifoso ministero, della pi degradata delle creature: l'eunuco!
Chi si far un'idea dell'emozione, sentita dal Corsaro di 25 anni, in mezzo a quella terra natura, vista per la prima volta!
Oggi, 20 Decembre 1871, rannichiato al focolare, ed irrigidito delle membra, io ricordo commosso quelle scene d'una vita passata, in cui tutto sorrideva, al cospetto del pi stupendo spettacolo, ch'io m'abbia veduto.
Io sono decrepito! Ma ove saranno quei superbi stalloni, tori, gazzelle, struzzi, che tanto abbellivano e vivificavano quelle amenissime colline? I loro discendenti pascoleranno senza dubbio, quei ricchissimi fieni, sinch il vapore ed il ferro giungano ad acrescer la richezza del suolo ma ad impoverire coteste meravigliose scene della natura - Il cavallo, il toro, non avezzi a veder gente a piedi, ne rimangono attoniti alla prima vista, e scorgonsi soprafatti da curiosa stupefazione quindi disprezzandose forse quei mingherlini cosi bipedi, che si atteggiano a padroni del mondo, li assalgano scherzosamente, e li farebbero a pezzi se volessero prender la cosa in serio, dal lato della giustizia.
Il cavallo scherza, minaccia, ma mai offende, del toro non bisogna fidarsi, la gazzella e lo struzzo fuggono alla vista dell'uomo colla velocit del destriero, e si fermano sull'eminenza, girandosi a veder se sono perseguiti.
In quel tempo, la parte del territorio Orientale di cui narriamo, era rimasta fuori del teatro della guerra perci, trovavansi numerosissimi gli animali d'ogni specie.
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CAPITOLO 8.
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Dopo d'aver fatto circa 4 miglia, tra le commoventissime descritte scene, io giunsi alla casetta ch'io avevo scoperto dal bordo ed in essa io ebbi un piacevolissimo incontro: una giovane e ben graziosa donna, che mi accolse del modo il pi ospitale. Non era forse una bellezza Raffaelesca ma era bella, educata, e di pi poetessa! Ma guardate combinazione! In quella solitudine,  a tanta distanza della capitale, io trasognavo.
Da essa seppi: esser la moglie del capataz (il maggiordomo) della Estancia, che trovavasi a molte miglia lontana e di cui la casa da lei abitata era un semplice posto.
Mi fece gli onori di casa, con una gentilezza, di cui serber grata memoria tutta la vita. Mi offr il classico mate, un buon arrosto, come solo si mangia in quei siti ove la carne  il solo alimento.
Seduto e confortato, essa mi parl di Dante, di Petrarca, e dei massimi de' nostri poeti, volle farmi accettare come  memoria, le belle poesie di Quintana, e finalmente mi cont la storia della sua vita. Essa, di agiata famiglia Monvideana, era stata obligata da certe peripezie commerciali di relegarsi nella campagna, ove avea conosciuto il presente suo sposo, con cui era felicissima - e colle sue propensioni romantiche, nemmen per sogno, essa avrebbe cambiato la condizione presente, colla brillante vita della capitale -
Alla mia richiesta d'un animale vaccino, per provvista di bordo, essa mi assicur: che suo marito sarebbe felice di contentarmi, e convenne quindi aspettarlo. Comunque, era gi tardi, ed impossibile d'aver l'animale alla marina prima del giorno seguente.
Il marito stette un pezzo a giungere ed io, poco conoscitore della lingua spagnuola a quell'epoca, parlai poco, ed ebbi tempo a meditare sulle vicissitudini della vita.
Vi sono delle circostanze nella vita, la di cui memoria  incancellabile.
Io dovevo incontrare in quel deserto, moglie d'un uomo forse semi-selvaggio, una bella giovine con regolare educazione, e poetessa! Nell'et mia, certo, si compiace uno a trovare della poesia ovunque e si crederebbe, la circostanza narrata, un parto della fantasia - anzich realt.
Dopo d'avermi presentato le poesie di Quintana, ciocch serv di materia a conversazione, la graziosa mia ospite, volle recitarmi, alcune composizioni sue, e confesso ne fui ammirato!
Mi si obbietter: Come ammirato, se quasi nulla conoscevi di Spagnuolo - e pochissimo di poesia? Poco, o nulla so di poesia veramente - il bello per della poesia - sembravi anche capace di commovere i sordi. La lingua spagnuola poi ha tanta affinit colla nostra ch'io non ebbi molta difficolt a capirla nemmeno al principio del mio soggiorno, ove si parlava.
Io godetti la compagnia dell'amabile padrona di casa, sino all'arrivo dello sposo - non sgarbato, abbench di ruvido aspetto e col quale restammo convenuti, di farmi trovare una rez, una  vaccina ammazzata da maccellare, alla spiaggia nella mattina seguente.
All'alba mi congedai dall'interessante poetessa del campo e tornai ove mi aspettava Maurizio non senza timore, poich pi pratico di me, di quella parte d'America sapeva esistervi tigre men trattevoli certamente del toro e del cavallo.
Poco dopo apparve il capataz, con un bue nel laccio ed in breve tempo, lo ebbe morto, scorticato e maccellato. Tale  la destrezza di quella gente, in codesti esercizi di sangue.
Ora, si trattava di portare un bue in pezzi, dalla costa al legno, distante circa mille passi attraverso i frangenti del mare arrabbiato, ch'era una consolazione per chi doveva attuar l'impresa!
Eccoci, Maurizio ed io all'arduo travaglio:
I due barrili vuoti, erano gi fissati alle estremit del gastronomico vascello con molta cura, legati i quarti del bue, all'albero improvvisato e con molta cura tenuti fuori del mare, una pertica in mano a ciascuno, serviva di remo e di bottafuori, l'equipaggio poi, allegerito di panni il possibile, trovavasi al galleggiare del barco, coll'acqua sino alla cintura.
E voga la barca! allegrissimi del nuovo modo di navigare - e fieri del pericolo, alla vista dell'Americano, che ci applaudiva, e de' compagni, che pregavano, forse pi, per la salvezza della carne, che per la nostra, noi ci avventurammo nell'onda.
Per un tratto non andava male - ma giunti ai pi lontani, e pi forti frangenti, erimo alcune volte sommersi da quelli, e rigettatti verso la costa, ch'era il peggio -
Passammo con serie difficolt tutti i frangenti, quindi una non minore, e per noi invincibile, trovavasi fuori de' frangenti, ove in una profondit di quattro braccia la corrente del fiume era assai forte, e ci trasportava a scirocco, lungi dalla Luisa. Si ricorda il lettore: che il Rio della Plata, ha un'imboccatura di cento miglia di largo.
Altro rimedio non vi fu, senon quello di mettersi alla vela la sumacca, e venire in traccia nostra, sino a poterci gettare una cima. Fummo salvi allora, e con noi la carne tutta, a cui gli affamati nostri compagni, diedero dentro maravigliosamente.
Nell'altro giorno, passando una palandra (piccolo barco da fiume) immaginai comprare da quella, la lancia che si vedeva su coperta.
E realmente misimo alla vela, abordammo la palandra,  che don di buon grado il richiesto palischermo, col cambio di trenta scudi.
Passammo quel giorno ancora, alla vista della punta di Jesus-Maria aspettando vanamente, intelligenze da Montevideo.
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CAPITOLO 9.
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Nell'altro giorno, trovandoci all'ancora, un poco al mezzogiorno della punta suddetta, apparirono due lancioni - dalla parte di Montevideo - che credemmo amici - ma siccome non avevano il segno condizionale d'una rossa bandiera, io credetti a proposito d'aspettare alla vela - e salpammo - tenendoci alla capa - colle armi preparate.
La precauzione non fu vana: poich avvicinatosi il maggiore dei due lancioni, con sole tre persone in evidenza, c'intim la resa, in nome del governo Orientale, quando si trov a pochi passi da noi, ed apparirono minacciosamente armati, una trentina d'individui.
Erimo in panna - io comandai immediatamente - "braccia in vela".
A quel comando ci fecero una scarica di fucileria - che ci uccise uno dei migliori compagni Italiani: Fiorentino di nome - era Isolano della Maddalena -
Io principiai a dar mano ai fucili, che avevo fatto preparare fuori della cassa d'armi, sul banco di guardia - ed ordinai il fuoco.
Impegnossi un combattimento accanito tra le due parti - Il lancione aveva attacato il giardino di destra della sumaca, ed alcuni dei nemici, si preparavano a salire, rampicandosi al bastingagio; ma alcune fucilate, e sciabolate li precipitarono nel lancione o nel mare.
Tuttoci si pass in breve tempo: siccome non aguerriti i miei non era mancato di nascere confusione - ed il mio comando di bracciare in vela, non si eseguiva; - cio: vari dei nostri - alla voce di comando, eransi portati ai bracci della sinistra - senza che nessuno, si ricordasse di mollare quelli di destra quindi inutilmente si affaticavano a tirare.
Fiorentino, vedendo ci, abbandon il timone ove trovavasi e si lanci, per effetuare la manovra incompiuta - quando una palla nella testa, lo rovesci cadavere.
Il timone rimase abandonato; ed io che mi trovavo a far fuoco vicino allo stesso - ne presi la barra. In quell'atto una palla nemica mi colp nel collo, e stramazzai privo di sensi.
Il resto del combattimento, che dur circa un'ora, fu sostenuto principalmente dal Nostr'uomo Luigi Carniglia, dal pilotino Pasquale Lodola, e marinari: Giovanni Lamberti, Maurizio Garibaldi, due Maltesi etc. Gl'Italiani, meno uno combatterono valorosamente. Gli stranieri ed i neri Liberti, in numero di cinque, si salvarono nella stiva.
Io ero rimasto per mezz'ora disteso sulla tolda quale cadavere - ed abbench dopo, ripresi i sensi a poco a poco, non potevo movermi, rimasi inutile e fui creduto spacciato.
Staccato il nemico a fucilate non si pens pi ad assaltar nessuno in quelle alture e si prosegu per l'interno del Plata a cercarvi un asilo e dei viveri.
La mia posizione era ben ardua. Mortalmente ferito, nell'incapacit di movermi non avendo a bordo uno solo, che possedesse le minime nozioni geografiche, e perci mi trassero davanti la carta idrografica di bordo, perch vi gettassi i moribondi miei occhi, per indicare alcun punto di meta da dirigervi la corsa.
Indicai Santaf, nel fiume Paran, che vidi scritto in lettere maggiori sulla carta suddetta. Niuno era stato in quel fiume, tranne Maurizio, una sola volta nell'Uruguay.
I marinari atterriti dalla situazione - Giacch rigettatti dal Governo di Montevideo, unico che si credeva amico della Repubblica Rio-Grandense - si poteva esser considerati  quali pirati - I marinari dico, erano in un avvilimento indescrivibile - Meno gl'italiani - devo confessar il vero.
Dalla situazione mia, la vista del cadavere di Fiorentino, e come dissi: il timore d'esser considerati ovunque pirati - essi avevano lo spavento sul volto, ed alla prima opportuna occasione - realmente disertarono.
In ogni barca, ogni uccello che scoprivano, quei codardi vedevano nemici inviati a perseguirci - La salma di Fiorentino fu sepolta nell'onde - destino solito dei marinari - e colle solite cerimonie in simili circostanze - cio: un saluto affetuoso de' suoi concittadini.
Assicuro per parte mia, che tale classe d'inumazione non mi piacque - e siccome la stessa sorte m'aspettava probabilmente tra poco - senza potermi opporre al sistema di sepoltura del mio compagno - mi contentai di chiamare il mio carissimo Luigi per trattenerlo all'uopo.
Fra i periodi rettorici dell'inchiesta mia naturalmente breve, all'incomparabile amico mio, io recitavo a lui, i bei versi di Ugo Foscolo:
Un sasso! che distingua le mie dall'Infinite
ossa che in terra e in mar, semina morte!
Ed il mio caro piangeva, promettendomi di non seppellirmi nell'onda. Chi sa: se lui stesso avrebbe potuto mantener la promessa ed il mio cadavere, avria sfamato alcuni lupi marini, o qualche jakar, il coccodrillo dell'immenso Plata.
Io non avrei pi veduto l'Italia, idolo di tutta la mia vita,  vero! Non avrei pi combattutto per essa! Ma anche non l'avrei veduta ricadere, nell'ignominia e nella prostituzione!
Chi avrebbe detto all'amorevole, al buono, al valoroso mio Luigi: che fra un anno io lo vedrei travolto nei frangenti dell'Oceano, e che inutilmente io cercherei il suo cadavere, per seppellirlo sulla terra straniera, e segnarlo al passeggier con un sasso!
Povero Luigi! cura di madre ei m'ebbe, in tutto il viaggio sino a Gualeguay e nei tremendi patimenti miei io non avevo altro sollievo, che nella vista, e nell'attenzioni di quel generoso quanto prode.
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CAPITOLO 10.
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Luigi Carniglia.
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Io voglio parlare di Luigi - e perch non dovr parlarne? Perch plebeo? Perch nato nella moltitudine di coloro che lavorano per tutti? Perch non apparteneva all'alta classe - che generalmente lavora per nessuno e divora per tanti? All'alta classe di cui solo si fa menzione nelle storie, senza infastidirsi della plebe vile che pur produce i Colombi, i Volta, i Linnei ed i Franklin? E non era alta l'anima di Luigi Carniglia? Alta per sostenere dovunque l'onore del nome Italiano! Alta nello sfidare una tempesta - siccome i pericoli d'ogni genere, per far bene! Alta infine, nel proteggermi, nel custodirmi come un suo bambino - nella sventura - quando io incapace di movermi - languente - nel punto d'esser abbandonato da tutti!
Io, delirante del delirio della morte - mi si sedeva accanto, Luigi - coll'assiduit, la pazienza d'un angelo! - quindi mi lasciava un momento per piangere!
O Luigi! le tue ossa, sparse negli abissi dell'Oceano - meritavano un monumento - ove il proscritto riconoscente - potesse un giorno, ricambiarti d'una lacrima, sulla sacra terra italiana!
Luigi Carniglia era di Deiva, piccolo paese della Riviera a levante di Genova - Non aveva avuto istruzione letteraria, nel paese, ove il governo ed i preti mantengono diciasette millioni d'analfabeti - ma suppliva alla letteratura, con superiore intelligenza - Senza i nautici conoscimenti che fanno il pilota, egli condusse la Luisa sino a Gualeguay, senza esservi mai stato, colla sagacia e la fortuna d'un pratico -
Nel combattimento contro i lancioni - a lui principalmente dovemmo: non esser caduti in potere del nemico.
Armato d'un trombone, e posto nel luogo di pi pericolo, egli intimoriva gli assalitori.
Alto della statura, e robustissimo, ei riuniva l'agilit, a straordinaria forza corporea - dimodocch potevasi - senza tema di esagerare - esclamare scorgendolo: "Colui basta per dieci!".
Amenissimo nell'abituale consorzio della vita, egli aveva il dono, di farsi amare da ognuno che lo trattasse.
Ancora un martire della libert! dei tanti Italiani destinati a servirla ovunque - fuori dell'infelice loro terra natia!
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CAPITOLO 11.
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Prigioniero.
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 singolare che nella prolissa mia carriera militare io mai sia stato fatto prigioniero! ad onta d'essermi trovato tante volte in pericolosissimo stato.
Nella circostanza presente, a qualunque terra s'abordasse, dovevasi esser prigionieri, poich non riconosciuta l'insurrezionale nostra bandiera del Rio-Grande del Sud.
Giunsimo a Gualeguay paese della provincia di Entre-Rios, ove ci valsero moltissimo, il Capitano Luca Tartabull della goletta Sintoresca di Buenos-Ayres ed i di lui passegieri, abitatori e nativi di quei paesi.
Incontrata detta goletta, nelle alture dell'Ibicui, piccolo confluente del fiume Gualeguay e mandato da Luigi a chiedere alcuni viveri, quei generosi si offersero di accompagnarci sino a Gualeguay, loro destino.
Di pi: mi raccomandarono al Governatore della provincia, D.r Pasqual Echague che si compiacque, lui dovendo partire, di lasciarmi il proprio chirurgo D.r Ramon dell'Arca, giovine Argentino  che mi fe' subito l'estrazione della palla, rimastami nel collo e mi cur perfettamente.
Io vissi nella casa di D.r Jacinto Andreus, nei sei mesi di soggiorno in Gualeguay e dovetti moltissimi riguardi e gentilezze a lui ed alla famiglia tutta di quel generoso.
Ma non ero libero!... Con tutta la buona volont di Echague, e l'interesse che quella buona popolazione mi manifestava - io ero obligato di non assentarmi - senza previa deliberazione del Dittattore di Buenos-Ayres, da cui dipendeva il governatore d'Entre-Rios, e che non deliberava mai.
Sano della ferita - io principiai a passegiare - e mi si permettevano delle scorrerie a cavallo sino alla distanza di dieci o dodici miglia.
Mi passavano, pi del vito - che dovevo alla generosit di D.r Jacinto - un pezzo forte al giorno; condizione agiatissima per quei paesi, ove si trova a spendere poco.
Ma tuttoci non valeva la libert di cui ero privo.
Mi si fece capire da alcuni di buona fede, o nemici, che al governo non sarebbe riuscita discara la sparizione mia; e mi decisi, incautamente, a sgombrare; credendone l'attuazione men ardua, e le conseguenze, non di tanto momento - credendo non mi si attribuirebbe a gran colpa - da quanto ho gi accennato -
Il Comandante di Gualeguay, era un tale Millan - egli avea proceduto non male verso di me - poich tale contegno le fu imposto dal governo della provincia - e sino a quel punto, non avevo veramente motivi di lagnanze - abbench poco interesse mi avesse egli dimostrato.
Io mi decisi dunque di andarmene - e perci feci i miei preparativi.
Una sera, era tempo burrascoso - io mi avviai verso la casa d'un buon vecchio, che solitavo visitare, alla distanza di circa tre miglia da Gualeguay le feci palese il mio divisamente - e lo incaricai di cercarmi una guida, che coi propri cavalli, mi conducesse sino all'Ibicuy - ove speravo di trovare legni, da trasportarmi incognito a Buenos-Ayres, o Montevideo -
Trovansi il guida, i cavalli, e ci poniamo in via attraverso campi, per non esser scoperti -
Noi dovevimo percorrere cinquanta e quattro miglia, che divorammo nella notte - quasi sempre a galoppo -
Spuntando l'alba, noi erimo in vista dell'Ibicuy, cio della Estancia, uno stabilimento pastorizio, di quel nome; alla distanza di mezzo miglio circa.
L'uomo che mi serv di guida, mi disse allora: d'aspettarlo nel bosco ove ci trovavamo - e che lui, andrebbe a prender notizie nella casa.
Cos si fece: egli part solo - Io rimasi, ben contento di poter riposare un momento le membra sconquassate da tanto galoppo - io, marino, e quindi non assuefato al cavallo.
Smontai, e legai colla briglia il mio cavallo ad una pianta di spiniglio, ossia Acacia, di cui sono composti totalmente  quei boschi - rade per le piante, dimodocch i cavalieri ponno cavalcarvi liberamente sotto, e tra loro.
In tal guisa, aspettai lunga pezza sdrajato - quindi, vedendo che non compariva il mio guida, mi avvicinai a piedi verso il confine del bosco che non era lontano, e procurai di scorgerlo - Quando sento dietro di me, un calpestio di cavalli, e scorgo un drapello di cavalieri, che colla sciabola sguainata si avventavano su di me - Essi gi si trovavano tra il mio cavallo ed io - quindi inutile qualunque proposito di fuga - pi inutile ancora ogni resistenza.
Mi legarono colle mani dietro - poi collocato sopra un ronzino, legaronmi pure i piedi, sotto la pancia del cavallo - ed in tal guisa fui condotto a Gualeguay, ove mi aspettava trattamento molto peggiore.
Sentomi raccapricciare ogni volta mi rammento la sventuratissima circostanza della mia vita - Giunto in presenza di Millan, che mi aspettava sulla porta della prigione, fui da lui inchiesto: chi mi avesse somministrato i mezzi d'evasione - ed accertatosi ch'io nulla gli avrei fatto palese - ei principi bestialmente a battermi con una frusta che teneva in mano - quindi, alle reiterate mie negative, ei fece passare una fune alla trave della prigione - e mi fece sospendere in aria, legato per le mani!
Due ore di quella tortura mi fece soffrire quel scellerato!!!
Io che avevo consacrato tutta la vita al sollievo dei soffrenti! Consacrato a far guerra alla tirannide ed ai preti fautori, ed amministratori di torture!
Il mio corpo ardeva come una fornace, e lo stomacco mio dissecava l'acqua ch'io trangugiavo senza interruzione, somministratami da un soldato - come un ferro rovente.
Tali patimenti non si ponno esprimere!
Quando mi sciolsero, io, pi non mi lamentavo, ero svenuto - diventato un cadavere! E cos mi incepparono!
Io avevo traversato cinquanta quattro miglia di paese paludoso, ove le zanzare sono insoffribili nella stagione in cui erimo - Colle mani e piedi legati, avevo indurato le tremende percosse del moschito - senza potermi difendere - quindi le torture di Millan.
Oh! io avevo sofferto molto! Ora mi trovavo in ceppi allato d'un assassino!
Andreus, il mio benefattore, era imprigionato - Gli abitanti tutti del villaggio erano atterriti - e senza l'anima generosa d'una donna - io sarei morto -
La Signora Albeman, angelo virtuoso di bont calpest il timore, che tutti aveva invaso - e venne in soccorso del torturato! Io di nulla mancai nella mia prigione - grazie alla incomparabile mia benefattrice.
Di l a pochi giorni, fui condotto alla capitale della Provincia - Bajada - Stetti due mesi in prigione in quella citt - quindi fui avvertito dal Governatore, che potevo andarmene liberamente.
Abbench io appartenessi a principii diversi da quelli di Echague - e ch'io abbia combattutto per una causa diversa dalla sua - cio io servendo la libert nella Repubblica di Montevideo - e lui luogotenente del tiranno di Buenos-Ayres, che voleva aggiogarla - ad onta di ci, dico: io devo confessare le tante obbligazioni di cui le sono debitore - e vorrei oggi ancora poterli provare la mia gratitudine d'ogni cosa - ma massime per la mia libert, che senza di lui potevo non ricuperare per un tempo indefinito.
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CAPITOLO 12.
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Libero.
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Dalla Bajada, presi passaggio con un brigantino genovese Capitano Ventura, uomo superiore alla moltitudine de' concittadini nostri dati alla nobile nautica professione - in cui primeggia nella gran maggioranza un interesse vilissimo, grazie all'Israelita educazione ricevuta nei nostri paesi.
L'interesse a cui accenno non  certo quella indispensabile economia base del vivere onesto in tutte le condizioni - ove il cittadino adattandosi alla propria condizione, bilancia le spese sull'entrata - e potendo spender dieci per esempio, spende otto solo, riserbandosi cos, sempre, un residuo che non solo lo costituisce indipendente al dominio altrui - ma procura a lui l'impareggiabile volutt della beneficenza.
Non  forse il lusso, i depravati apetiti, il non sapersi conformare alla propria condizione, ed ad una vita sobria e laboriosa che scaraventa a' piedi dei potenti, tanta massa  di lussuriosi infingardi e ne fa un semenzajo di birri, di spie, di malviventi d'ogni specie?
Il Capitano Ventura mi tratt con una generosit cavalleresca, e venni con lui sino al Guass ove il Paran sbocca nel Rio della Plata. L m'imbarcai per Montevideo con una calandra, un barco di fiume di mediocre grandezza, il di cui padrone era Pasquale Carbone anche genovese che egregiamente pure trattommi.
Le fortune, come le disgrazie, capitano generalmente accopiate, ed in tale circostanza, dovevano succedersi le prime senza interruzione.
In Montevideo trovai una folla di amici, tra cui primeggiavano Rossetti, Cuneo e Castellini. Il primo di ritorno d'un viaggio al Rio-Grande ove era stato accolto con molto favore da tutti quei fieri Republicani.
In Montevideo per, continuava la proscrizione mia, per l'affare avuto coi lancioni di codesta Republica - e fui obligato di rimanermi nascosto in casa del mio amico Pesente, ove soggiornai un mese.
Lo stato mio di reclusione, era abbellito, dal concorso di tanti conosciuti Italiani - i quali in quei tempi prosperi di Montevideo, come pure in ogni tempo di pace - erano i nostri conterranei d'una amenit, ed ospitalit degne di lode,
La guerra, e massime l'ultimo assedio, amareggiarono l'esistenza di quei buoni, e ne deteriorarono molto la condizione.
Con Rossetti, partimmo verso il Rio-grande dopo un mese di soggiorno in Montevideo, e feci quel mio primo e lungo viaggio a cavallo, con grandissimo diletto.
Giunsimo a Piratinim, ove fui accolto vantaggiosamente dal governo della Republica del Rio-grande - stabilito provisoriamente in codesto villaggio - per esser un punto centrale, e fuori mano dalle scorrerie de' nemici imperiali,
Comunque il Governo suddetto, era gi stato obligato a metter gli archivi sui carri, e seguire l'esercito Republicano in campagna, dividendo coi militi i disagi, ed i pericoli delle battaglie. Cos opr il Governo Republicano degli Stati Uniti - quando Filadelfia capitale, trovavasi minacciata dall'esercito Inglese.
E cos devono oprare quelle nazioni che preferiscono ogni  sacrificio, disagio, privazioni, pericoli - all'umiliazione di diventar mancip dello straniero -
Almeida, ministro delle Finanze, mi fece gli onori dell'ospitalit, semplicemente, ma con molta grazia - Bento Gonales presidente della Republica, e generale in capo dell'Esercito - era marciato alla testa d'una brigata di cavalleria, per combattere Silva Tavares, generale dell'impero del Brasile - che avendo passato il canale di S. Gonales, infestava la parte orientale della provincia,
Piratinim, sede allora del governo Repubblicano,  un piccolo villaggio; ma piacevole nella sua situazione alpestre - Capoluogo del dipartimento di quel nome -  attorniato da popolazioni bellicosissime, e devotissime al sistema suddetto - Inoperoso in Piratinim, io chiesi di passare alla collonna d'operazione sul S. Gonales, e mi venne concesso.
Fui presentato a Bento Gonales e ricevuto benone - Passai alcun tempo, nel consorzio di quell'uomo straordinario, che natura avea veramente favorito delle sue doti predilette; ma che la fortuna contrari quasi sempre, per ventura dell'impero Brasiliano.
Bento Gonales era il tipo del guerriero brillante e magnanimo - e lo era ancora, vicino ai sessant'anni - quand'io lo conobbi -
Alto della statura, e svelto - ei cavalcava un focoso destriero, colla facilit e la destrezza d'un giovine conterraneo suo. E si sa: contare a Rio-Grandensi tra i primi cavalieri del mondo.
Valorosissimo della persona, egli avrebbe combattutto in singolare tenzone, e vinto forse, qualunque forte cavaliere. D'animo generosissimo, e modesto, io credo: non aver esso eccittato i Rio-Grandensi ad emanciparsi dall'impero, con fine d'ingrandimento proprio.
Sobrio, come ogni figlio di quella valorosa nazione, il suo vito nel campo, era un'aado (arrosto) come un semplice milite. Alimento unico, in quelle campagne richissime di bestiame - ed ove, per far la guerra, non si usano le ingombranti impedimenta. inciampo principale degli eserciti Europei.
Io divisi, per la prima volta, allora, i di lui campestri pasti - con tanta famigliarit - come se compagno d'infanzia, ed uguali.
Con tali doti, fu Bento l'idolo de' suoi concittadini: eppure con tante doti - egli fu sventurato nelle battaglie - ciocch  mi ha fatto supporre sempre - contribuire la fortuna, per una gran parte negli eventi della guerra.
Una qualit poi di cui difettava il prode generale della Republica - era la costanza nelle battaglie. Ed io lo tengo per grande difetto! Iniziando una pugna qualunque - devesi riflettervi ben bene prima - ma principiata, che sia - non si deve desistere dalla vittoria sino ad aver tentato gli ultimi sforzi - sino ad aver portato in azione le ultime riserve.
Io seguitai Bento, sino ai Canudos, passo del canale di S. Gonales, che unisce le lagune Patos e Merin. Quel passo era stato varcato da Silva Tavares, pauroso d'incontrarsi colla prima brigata dell'esercito Republicano che lo perseguiva da vicino.
Non avendo potuto ragiungere il nemico, retrocesse la brigata, ed io ripresi la strada di Piratinim, al seguito del Presidente.
Contemporaneamente si ebbe notizie della battaglia del Rio-pardo, ove l'esercito imperiale fu complettamente sconfitto dal Republicano.
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CAPITOLO 13.
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Ancora Corsaro.
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Io fui destinato all'armamento di due lancioni, che si trovavano in Camacuan - confluente della laguna dos Patos - e feci i miei preparativi per dirigermi a quella volta, con alcuni compagni venuti meco da Montevideo.
Rossetti rimase a Piratinim, incaricato della redazione del Giornale O Povo (il popolo) - e certo nessuno meglio di lui era capace di dirigere un periodico Republicano -
Giunsi sul fiume Camacuan, nella Estancia di Bento Gonales - ove si trovavano i lancioni che armammo, chiamandoli: Republicano l'uno - di cui prese il comando il Nord Americano John Griggs - ch'io avevo trovato in quel punto - e che assistito avea alla costruzione di detti - Io, presi il comando del Rio-Pardo, il maggiore dei due.
Principiammo a scorrere la laguna dos Patos - e vi predammo una sumaca assai grande, e riccamente carica, che scariccammo nella costa Occidentale del lago - vicino a Camacuan - ed a cui diedimo fuoco, dopo d'averne estratto quanto ci poteva esser utile per il nostro piccolo arsenale - quella prima preda fecond alquanto la nostra piccolissima marina - La gente che sino allora avea avuto pochissimi mezzi, ricevette una pingue parte di presa - e si pens nell'istesso tempo a vestirla.
Gl'imperiali, che disprezzati ci avevano, sin'ora - cominciarono a sentire la qualche importanza nostra nella Laguna, ed impiegarono i numerosi loro legni di guerra a perseguirci.
La vita che si faceva, in quella classe di guerra era attivissima - piena di pericoli - per la superiorit numerica del nemico - e la di lui potenza in ogni ramo guerresco; ma nello stesso tempo, bella, e molto conforme all'indole mia propensa all'avventure -
Essa non era limitata alla marina soltanto - noi avevimo a bordo, selle - cavalli ne trovavimo ovunque, in quei paesi ove sono abbondantissimi - e tutt'assieme, quando lo richedeva il caso - noi erimo trasformati, non in brillante, ma temibile, e temuta cavalleria -
Trovavansi sulle coste della laguna, delle Estancias, che le vicende della guerra avevano fatto abbandonare dai loro proprietari - Ivi trovavasi bestiame d'ogni specie, per mangiare, e per cavalcare -
Di pi, in quasi tutti quei stabilimenti eranvi delle rossas (terreni coltivati), ove si trovavano in abbondanza ogni specie di legumi: formentone, faggioli, patate dolci - e spesso aranci, bonissimi in quelle contrade -
La gente che mi accompagnava, era vera ciurma cosmopolita - composto di tutto, e di tutti colori - come di tutte le nazioni - Gli Americani per la maggior parte erano liberti - neri o mulati - e generalmente i migliori e pi fidati -
Fra gli Europei - avevo gl'Italiani tra cui il mio Luigi, ed Edoardo Mutra, mio compagno d'infanzia - in tutto sette, su cui potevo contare - Il resto era composto di quella classe di marinari avventurieri conosciuti sulle coste Americane dell'Atlantico e del Pacifico sotto il nome di: "Frres de la cte" classe che aveva fornito certamente gli equipagi dei Filibustieri, dei Bucanieri, e che oggi ancora dava il suo contingente alla tratta dei neri -
Io trattavo la mia gente con bont, forse superflua - ignaro allora dell'indole umana, un po' propensa alla perversit - quando l'uomo  educato, e massime poi se ignorante -
Il coraggio non difettava certamente ai miei poco disciplinati compagni - essi mi ubbidivano puntualmente, e pochi motivi mi davano d'esser con loro rigoroso - Ciocch mi facea contento - e devo confessare: di aver avuto tal sorte tutta la vita, nelle differenti circostanze, in cui mi son trovato a comandare gente di tal natura.
In Camacuan, ove avevimo il nostro piccolo arsenale; e da dove era uscita la flottiglia Republicana - abitavano per l'estensione della maggior parte del fiume - stendendosi sopra una superficie immensa, le famiglie tutte del presidente Bento Gonales e dei fratelli di lui, con numerose famiglie e potenti -
Su quei vasti terreni, e campi bellissimi - pascolava immenso bestiame - che la guerra avea rispettatto, per trovarsi fuori di mano - Le produzioni agricole vi eran pure in abbondanza -
Ora si osservi: che in nessuna parte della terra, si pu trovare un'ospitalit pi franca, e cordiale, di quella che si trova nella provincia del Rio-grande.
In quelle case poi, ove incontravasi dovunque l'indole benefica del patriarca di quelle famiglie, e la maggior simpatia, per uniformit d'opinioni - noi erimo accolti certamente con affetto inesprimibile.
Le estancias, ove per prossimit alla Laguna, e per i comodi, e per grata accoglienza - noi aprodavamo con pi frequenza, eran quelle di D.a Antonia, e di D.a Ana, ambe sorelle di Bento Gonales, situata la prima, nella foce del Camacuan e la seconda in quella dell'Arroyo-grande.
Io non so se influito nella mia immaginazione, abbia l'et mia - predisponendomi allora all'abbellimento d'ogni cosa - siccome giovane ed inesperto - Comunque sia - io posso assicurare: che nessuna delle circostanze della mia vita, mi si presenta al pensiero con pi fascino, con pi dolcezza - e pi piacevole reminiscenza - di quella passata nell'amabilissimo consorzio di quelle signore, e delle care loro famiglie -
In casa di D.na Ana massimamente - era per noi un vero  paradiso - Avanzata di et quella signora, era d'un'indole incantatrice -
Aveva seco, una famiglia emigrata di Pelotas - (paese sulla sponda del S. Gonales) il di cui capo era D.r Paolo Ferreira - Tre donzelle, una pi vezzosa dell'altra - facevan l'ornamento di quel sito felice - ed una di loro Manuela, signoreggiava assolutamente l'anima mia -
Io, mai cessai d'amarla - bench senza speranza - essendo essa fidanzata ad un figlio del presidente. Io, adoravo il bello ideale, in quell'angelica creatura, e nulla avea di profano l'amor mio.
In occasione d'un combattimento - ov'io ero stato creduto morto - io conobbi non esser indifferente a quell'angelica creatura - e ci bast a consolarmi dell'impossibilit di possederla.
D'altronde, bellissime sono le Rio-Grandensi in generale - come bella la popolazione.
Non indifferenti erano pure le schiave di colore, che si trovavano in quei compitissimi stabilimenti.
Come si pu capire: ogni qual volta, un vento contrario, una burrasca, una spedizione qualunque, ci spingeva verso l'Arroyo-grande - era per noi una vera festa.
Il boschetto di Jiriv (sorte di Palma altissima) che c'indicava l'entrata del fiumicello - era riveduto sempre, e risalutato con vero piacere, e fragorosissime grida.
Quando ci toccava poi, a trasportare i gentili e cari nostri ospiti sino a Camacuan - ove andavamo a visitare D.na Antonia - e l'amabile di lei compagnia - allora era un ravvolgersi, un'affacendarsi in cure, in attenzioni, verso le belle viaggiatrici! un pavoneggiarsi a chi pi potea - un certocch infine d'affetto, di rispetto, di venerazione per quelle carissime creature!
Esistevano tra l'Arroyo-grande, e Camacuan, alcuni banchi di sabbia chiamati puntal - e partivano cotesti banchi, dalla costa occidentale della Laguna, e si stendevano quasi perpendicolarmente alla costa - in quasi tutta la larghezza della stessa - giungendo colla loro estremit orientale vicino alla riva opposta - ov'erano terminati dal canale detto: dos barcos -
Se si fosse dovuto spuntare quei banchi - nel tragitto dall'Arroyo-grande al Camacuan - sarebbesi prolungato il cammino moltissimo; ma siccome con qualche fatica potevasi valicare i banchi - cio: gettandosi tutti all'acqua - e spingendo i lancioni a forza di spalle - tale spediente era quasi sempre adottatto - e massime lo fu, quando onorati i nostri lancioni dalle preziose viaggiatrici -
Con qualunque vento giungevano i lancioni al limitar del banco, e s'investiva risolutamente - Poi: all'agua Patos (all'acqua anitre) - era appena pronunciato - che tutti si trovavano al loro posto nell'onda, gli anfibi e coraggiosi miei compagni - ed io con loro -
In tale circostanza, era eseguito l'ordine con vero giubilo - comunque sempre ilaremente anche in altre occasioni. Succedeva qualche volta, tale manovra, quando perseguiti da nemico, sempre pi forte di noi, o incalzati da temporale - e noi erimo obligati allora, di passare cos nell'acqua, alle volte tutta una notte - non trovando riparo all'acqua del mare - e sovente nemmeno alla pi fredda della pioggia - per essere lontani dalla costa - Allora era un vero tormento e bisognava certo una fervida giovent per sostenervisi e non soccombere -
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CAPITOLO 14.
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Quattordici contro cento e cinquanta.
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Dopo la presa della sumaca (Brik Skooner) i bastimenti mercantili imperiali, non partivano pi senonch in convoglio scortati da legni da guerra - quindi difficoltoso il predarli. Le spedizioni dei lancioni, limitaronsi dunque ad alcune scorrerie nella laguna, con poco successo, essendo perseguiti dagli imperiali per mare e per terra.
In una sorpresa fattaci dal collonnello nemico Francesco de Abreus, quasi fu annientata l'esistenza dei corsari e del corso.
Erimo nella foce del Camacuan coi lancioni tirati in terra davanti al Galpon da Charqueada - (magazzeno di deposito dello stabilimento, ove salavasi carne, in tempi anteriori) ove raccoglievasi allora, erba Matte - specie di t dell'America meridionale. Tale stabilimento apparteneva a D.na Antonia, sorella del presidente.
Per motivo della guerra, allora non salavasi carne - ed il galpon trovavasi a met pieno di erba matte - Noi ci servivamo di tale stabilimento, assai spazioso come arsenale nostro - ed avevamo messi in terra, tra il magazzeno e la sponda del fiume, i nostri lancioni per ripararli -
In quel luogo, vi erano falegnami, e fabri dello stabilimento; il carbone era abbondante, essendo il paese coperto di macchia, e boschi d'alto fusto - ferro, lo stabilimento, bench inoperoso, conservava tutta la fisionomia dell'antica splendidezza - e non mancarono ogni specie di pezzi d'acciajo e di ferro, suscettibili di servire ai bisogni dei nostri piccoli legni - Poi, in un galoppo, si visitavano le estancias amiche a varie distanze - anche quelle provviste d'ogni cosa, che supplivano graziosamente a qualunque cosa difettasse l'arsenale -
Col coraggio, la volont, e la costanza - non v' impossibile impresa; ed in ci devo far giustizia al mio compagno e precursore John Grigg - che tanti affront disagi, e vinse difficolt, nel condurre l'opera di costruzione de' due lancioni -
Egli era giovine, d'indole eccellente - d'un coraggio a tutta prova, e d'immensa costanza - Di famiglia agiata, egli aveva generosamente consacrato la sua vita alla causa della Repubblica - e quando una lettera de' suoi parenti Nord-Americani lo chiedevano in patria annunziandole una colossale eredit, egli avea gloriosamente terminati i suoi giorni, per un popolo infelice, ma generoso e valente -
Io avevo veduto il tronco dell'amico mio - diviso in due - il busto era rimasto retto - sulla coperta o tolda della Cassapava (goletta nostra armata in guerra) apogiato alla murata (baluardo) - colorito l'impavido volto, come vivente! - ed il resto delle membra infrante erano sparse attorno, ed a qualche distanza del busto.
Una cannonata a palla e metraglia da vicino sparata - avea colpito a mezzo corpo il valoroso mio compagno - nel combattimento ultimo di mare, nella Laguna di S. Caterina.
Ed in quella guisa, mi si present in quel giorno - quando io incendiando la squadriglia per ordine del generale Canabarro - ascendevo il legno comandato da Grigg, e fulminato ancora dalla squadra nemica -
Dunque, avevamo i lancioni in terra - e lavoravasi alacremente a rattopparli - Parte dell'equipagio era impiegata  alle manovre, le vele ecc. - altra, nella macchia a raccoglier legna per far carbone - Ognuno era occupato - e coloro che non lavoravano - erano alla guardia del campo - o in esplorazione nei dintorni.
In alcune circostanze, il Francisco de Abreus, detto Moringue, aveva manifestato il desiderio di sorprenderci - e vi si era provato inutilmente - non mancando per di cagionarci qualche timore - per esser uomo coraggioso, intraprendente - e praticissimo del Camacuan ov'era nato -
E quella volta, ci sorprese, veramente da maestro -
Noi, avevamo percorso la campagna tutta la notte con pattuglie a piedi ed a cavallo - e tutto il resto della gente, era stato riunito nel galpon, con armi cariche e pronte -
Era una mattinata di nebbia - quindi, nessuno si mosse sino a vederla dileguata intieramente; e dopo dileguata, si fecero delle esplorazioni fuori del campo in tutte le direzioni, colla maggior esatezza - era circa le 9 a.m., e nulla avendo scoperto - gli esploratori rientrarono - e s'invi la gente alle rispettive loro destinazioni - la maggior parte al taglio della legna per far carbone - che doveva allontanarsi alquanto nella foresta -
In quel tempo - io avevo una cinquantina d'uomini per i due lancioni - ed in quel giorno per combinazione e per vari bisogni, erano rimasti presso ai legni, ben pochi.
Io stavo seduto vicino al fuoco, ove cuccinavasi la collazione, e prendevo matte, che mi serviva il cuoco, unico rimasto presso di me - Era cucina di campagna - cio all'aria aperta - distante circa quaranta metri dalla porta del galpon -
Quando tutt'assieme - e che mi sembr sul mio capo - odo un tremendo tocco di carica, e di deguello (sgozzare) - e vedo irrompere, girandomi indietro, una folla di cavalieri nemici.
Appena ebbi tempo di alzarmi, e guadagnare l'entrata del galpon, con tutta l'agilit di cui ero capace - che gi una lancia nemica, aveva forato il mio poncho (capoto Americano o mantello) -
Fortuna nostra! che essendo stati in allarme la notte, trovavansi tutti i nostri fucili carichi, ed apogiati alla parete, nell'interno del locale -
Solo, in quel primo momento, io cominciai a scaricar fucili e rovesciar nemici -
Ignazio Bilbao Biscaino e Lorenzo N. Genovese ambi  valorosi ufficiali, mi furono a fianco in un momento - quindi Edoardo Mutra, Natale, Raffaele, Procopio - uno mulato, l'altro nero, ambi liberti - ed un nostruomo mulato chiamato Francisco -
Oh! vorrei ricordare il nome di tutti quei valorosissimi uomini - in numero di quattordici che combatterono per varie ore, contro cento e cinquanta nemici - uccidendone, e ferendone molti sino a liberarsene complettamente -
Fra i nemici vi erano ottanta Austriaci di fanteria, che solevano accompagnar Moringue, in tali operazioni, ed eran buoni soldati a piedi ed a cavallo -
Al loro giungere, misero piedi a terra, ed attorniarono la casa, profitando degli accidenti del terreno - d'alcuni cespugli, e casipole che circondavano lo stabilimento principale - Tale loro manovra fu la nostra salvazione -
Fecero contro noi un fuoco terribile da tali posizioni - cio contro il portone principale - Ma siccome succede sempre nelle sorprese: che, non ultimando l'impresa - e fermandosi - essa difficilmente riesce -
Se invece di prender posizione - i nemici avanzano sul galpon, e lo invadono risolutamente, tutto era finito - non potendo certamente, uno solo, o pochi, resistere a tanti - tanto pi, che da transitar carri carichi, erano i portoni laterali del galpon - che restarono e lasciammo aperti sempre, per non manifestar timore - Invano affolaronsi contro le pareti tutto in giro - invano salirono sul tetto, distruggendolo - e precipitando sulle nostre teste, rottami, e fascine incendiarie.
Dal tetto furono slogiati a fucilate e colpi di lancio - da feritoie praticate da noi nelle mura - se ne uccisero, e ferirono molti -
Poi per fingere molta gente - noi intuonammo l'inno Republicano del Rio-Grande: "Guerra guerra! Fogo fogo! contro os barbaros tirannos! e tambem contro os patricios, che non son Republicanos"! sforzando la voce il possibile -
Due dei nostri, pi forti, brandivano una lancia ad ogni portone - e ne mostravano fuori il ferro - ciocch certamente rallentava negli assalitori la voglia di caricarci.
Verso le 3 p.m. ritirossi il nemico, avendo molti feriti tra cui il capo con un braccio rotto - lasci sei cadaveri intorno al galpon ed altri a varie distanze.
Noi ebbimo otto feriti, dei quattordici - Rossetti, Luigi, e gli altri compagni nostri, non poterono giovarci perch lontani o disarmati - e con loro rammarico, parte furono obligati di passare il fiume a nuoto, perseguiti dai nemici - alcuni s'inselvarono - uno trovato inerme fu ucciso - Quel combattimento di tanto pericolo - e con s brillante risultato - diede molta fiducia alla gente nostra - ed agli abitanti di quelle coste - esposti da molto tempo alle scorrerie nemiche di quell'uomo scaltro ed audace -
Moringue fu incontrastabilmente il miglior capo degli imperiali - e massime in spedizioni di sorpresa - ove riuniva ad un conoscimento perfetto del paese, e della gente, un'astuzia ed intrepidezza a tutta prova - Rio-Grandense, ei fece gran danno alla causa Republicana - e l'impero deve a lui in gran parte la sottomissione della provincia - Noi, intanto celebravamo la nostra vittoria - godendo d'esser salvi da una tempesta, di non poco momento -
Alla Estancia di D.na Antonia una vergine - a dodici miglia di distanza - chiedeva delle mie nuove con molto interesse - ed io n'ero ben felice -
S! bellissima figlia del Continente (nome della Provincia del Rio-Grande) io ero felice d'appartenerti, comunque fosse - Tu destinata a donna d'un altro! a me serbava la sorte altra Brasiliana! unica per me nel mondo - ch'io piango oggi, e che pianger tutta la vita!
Quella pure, mi conobbe nella sventura - naufrago! e pi che del mio merito forse - della sventura s'invagh, e me la consacr per sempre!
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CAPITOLO 15.
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Spedizione di Santa Caterina.
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Poco, o nulla d'importante successe pi, nella Laguna de los Patos dopo l'avvenimento suddetto - Due nuovi lancioni, furono posti in costruzione - e gli elementi necessari per tale opera - si trovarono nelle reliquie delle nostre prede - e coll'ajuto de' circostanti abitatori - sempre buoni e volenterosi con noi.
Ultimati i due nuovi lancioni ed armati, noi fummo chiamati presso Itapu a cooperare l'esercito, che assediava allora la capitale della provincia, Porto Alegre.
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Nulla oper l'esercito per mancanza d'artiglieria - e nulla potemmo noi operare in tutto il tempo che passammo in quella parte del Lago.
Si medit la spedizione nella provincia di S. Catterina - ed io fui chiamato a parte di quella - dovendo accompagnarvi il generale Canavarro, comandante in capo di tutte le forze ivi destinate.
I due minori lancioni rimasero nel Lago - agli ordini di Zeffirino d'Utra - ed io cogli altri due accompagnai la Divisione Canabarro - che doveva operare per terra, mentre io opererei per mare. Avevo meco l'inseparabile Grigg e la parte scelta dei nostri compagni,
Il Lago dos Patos misura una lunghezza di 135 miglia - e una larghezza media di 15 a 20 miglia. Presso alla foce, che all'oriente mette nell'Oceano, sulla sponda destra trovasi il Rio-Grande detto del mezzogiorno - o sud - piazza forte - e tanto importante quanto la capitale -
Sul latto opposto vi  il Rio-grande del Nord - anche piazza fortificata - ed ambe in potere degli imperiali - siccome Porto-Alegre.
Perci, padrone dell'unica foce della Laguna nel mare - il nemico - era a noi impossibile di uscirne - e fummo quindi obligati di preparare dei carri a proposito - ed imbarcarvi la flotta nostra.
Ci prova la magnitudine dei nostri legni maggiori.
Nella parte Greco del Lago - havvi un seno profondo, chiamato Capibari - che prende nome da un fiumicello, con foce nel fondo del seno - il cui nome poi deriva da Capibari - specie di majale anfibio, comune in quelle contrade -
Detto fiumicello, fu scelto per l'aprodo, ed operazione dell'imbarco dei lancioni sui carri - e realmente vi s'effetu sulla sponda destra -
Un abitante di quella parte della provincia - nominato de Abreu - avea preparato otto ruote di maggiore solidit - collegate ogni due da un asse di forza proporzionata al peso dei legni - Poi, preparati circa dugento bovi domestici alla fatica del tiro - si avvicinarono i lancioni alla sponda - si collocarono le ruote dentro l'acqua sotto gli stessi - ad una distanza proporzionata l'una dall'altra - procurando di mantenerle combinate col centro di gravit.  Assoggettaronsi lateralmente ai bastimenti gli assi, dimodocch non turbassero la libera azione delle ruote; ed attaccati i bovi con forti trascini - salirono volando per il campo i vascelli Republicani -
Riatatti quindi con pi comodo e pi esattezza - viaggiarono per lo spazio di cinquanta quattro miglia - senza veruna difficolt - e dando un curioso spettacolo ai pochi abitatori di quelle contrade - sino sulle sponde del lago di Tramanda - ove furono scaricati - attrezzati del bisognevole, ed abilitati alla navigazione.
Il Lago Tramanda, formato dalle acque scendenti dal pendio orientale do Espinasso, ha foce nell'Atlantico - ma con pochissima profondit nella foce - dimodocch solo nelle alte maree, vi sono circa quattro piedi d'acqua -
Si agiunga: che in quella costa alluvionale, ed inospitale come le arene del Saara - il mare  eternamente agitato dalle eterne brezze della zona Torrida - ed i frangenti spaventevoli - percuotendo l'orecchio dell'abitatore, sino a molte miglia nell'interno - fanno l'effetto del tuono lontano - Ed una nube di spruzzi marini, e sabbie mosse dai venti vi abbarbaglia la vista .
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CAPITOLO 16.
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Naufragio.
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Pronti alla partenza, si aspett l'ora della piena - ed avventurammo la partenza alle 4 circa p.m.
In tale circostanza ci valse molto la pratica nostra a spingere le imbarcazioni tra frangenti - senza di che, non so come avressimo potuto riescire a metter fuori i lancioni - Abbench l'ora propria dell'alto flusso - si fosse scelta - non bastava la profondit dell'acqua -
Comunque al principio della notte, i nostri sforzi furono coronati da pieno successo - e gettammo l'ancora nell'Oceano, al di fuori de' furiosi frangenti - a circa sei cento metri dalla costa - Si osservi: che barca di nessuna specie era mai uscita dal Tramanda -
Alle 8 circa p. m. facemmo vela da quel punto con piccola brezza da mezzogiorno, che venne mano mano crescendo, sino a diventar bufera - ed alle 3 p.m. del giorno seguente, eravamo naufraghi vicino all'imboccatura del fiume Averingu, con sedici compagni perduti nell'Atlantico - ed infranto il Rio-pardo ch'io comandavo - nei terribili frangenti di quella costa -
Sino dalle prime ore della sera - alla nostra partenza dal Tramanda - mostravasi il vento da mezzogiorno, apparendo minaccioso - e cominciando a soffiare con violenza - La nostra corsa era parallela alla costa - Il Rio-pardo con trenta persone a bordo, un cannone da dodici, nel centro - rotante - cio da poter essere puntato in tutte le direzioni - molti attrezzi e proviste per l'equipagio - non prevedendo certamente un temporale cos imprevisto, e subitaneo - e non sapendo qual sorte ci toccherebbe in paese nemico - ove si doveva approdare - il Rio-pardo dico: trovavasi imbarazzato, e soperchiato dal mare - in modo - che qualche volta ci tenne per un pezzo sommersi - rimanendo per minuti, tuffati sotto i marosi -
La pericolosa situazione in cui trovavasi il piccolo legno - minacciato d'esser soprafatto dalle onde, e rovesciato da un momento all'altro, fece concepire la determinazione d'avvicinare la costa, ed approdarla, comunque fosse - Ma infuriando sempre pi la bufera ed il mare - non ci diedero tempo alla scelta del luogo - e fummo travolti da terribile maroso -
Io mi trovavo in quel momento alla sommit dell'albero di trinchetto, sperando di scoprire un punto nella costa, ove aprodare con meno pericolo - Il legno fu capovolto sulla destra, e fui lanciato per ci da quella parte a certa distanza.
Io ricordo bene: che, abbench in pericolosissima circostanza - non pensai alla morte; ma sapendo di aver molti compagni non marini - e prostratti dal mal di mare - ci mi martoriava, e cercai di raccogliere, quanti remi, ed altri galleggianti oggetti - mi fu possibile - raccoglierli, avvicinarli a bordo - e raccomandare a tutti di prenderne uno per sorregersi, ed agevolarsi a guadagnar la costa.
Il primo individuo, che incontrai stretto ad una sartia dalla parte sommersa - per ove io potei rientrare a bordo - fu  Edoardo Mutra - mio compagno d'infanzia - a cui rimisi un boccaporto - ed a lui raccomandai di non lasciarlo a qualunque costo -
Luigi Carniglia, il coraggioso nostr'uomo, che trovavasi al timone al momento della catastrofe - era rimasto aggrapato al bordo, verso i giardini della parte sinistra - cio la parte non sommersa.
Sventuratamente un giacchetone di Calmouk, assai pesante lo serrava talmente, quando imbevuto d'acqua - ch'egli dovendosi tenere per non esser portato via dal mare - trovavasi nell'impossibilit di liberarsene. Me ne fece cenno - ed io corsi in soccorso dell'amico del cuore.
Avevo nella sacoccia del pantalone, un piccolo coltello di manico bianco lo misi alla mano e cogli sforzi di cui ero capace, principiai a tagliare il colletto, ch'era di velluto. Avevo finito di tagliare il colletto e con uno sforzo ancora, io scucciva, o stracciava il maledetto! quando un maroso, con orrendo fracasso avvilupp, e schiacci: bastimento, e quanti individui a quello afferravansi.
Io fui scaraventato nel fondo del mare come un projettile e quando ricomparvi, stordito dal colpo e dai vortici che mi soffocavano, era scomparso lo sfortunato amico mio per sempre!
Parte dei compagni, al mio risorgere, comparivano dispersi, e facendo sforzi ognuno per guadagnar la costa, determinazione ch'io dovetti prendere, come gli altri per salvar la pelle,
Nuotatore dalla pi tenera infanzia, io giunsi tra i primi - e la mia prima cura, posando i piedi sul fermo, fu di girarmi indietro, per osservare la sorte dei compagni - ed Odoardo mi si affacci non lontano - Egli aveva abbandonato il boccaporto da me raccomandato o piutosto la violenza del mare, glielo aveva strappato - Nuotava, s, ma con uno stento - una fatica - indicanti lo sfinimento a cui era ridotto! Io amavo Edoardo, com'un fratello! E mi affann oltremodo, la disperata sua condizione. Oh!  mi sembrava in quei tempi, esser io, pi sensibile e generoso! Anche il cuore induriscono, ed inaridiscono gli anni ed i malanni!
Io mi slanciai verso il mio caro, per porgerli un legno che aveva servito a salvarmi. Gi ero giunto vicino a lui - e confortato dalla grandezza del proposito - io lo avrei salvato quel mio fratello! - E che fortuna sarebbe stata per me! Troppo grande! Un maroso, ambi ci sommerse!
Un momento dopo io galleggiai..... chiamai; non vedendolo ricomparire..... e chiamai disperatamente! ma invano! il mio amico di infanzia, era rimasto travolto nei gorghi di quell'oceano - che non avea temuto di varcare per ragiungermi - e per servir la causa d'un popolo.
Un altro martire della libert Italiana, privo d'un sasso, che segni ove furon sepolte le sue ossa nelle arene del nuovo mondo! -
I cadaveri di sedici compagni ebbero la stessa sorte - ingojati dal mare - essi furono trasportati dalle correnti a trenta miglia di distanza verso il settentrione - e l sepolti nelle sabbie della costa. Tra i sedici trovavansi sei Italiani, io settimo, solo mi era salvato: Luigi Carniglia, Edoardo Mutru, Luigi Staderini, Giovanni D. ed altri due che non rammento, tutti forti e prodi giovani.
L'opera mia durante la catastrofe, pu sembrare straordinaria ai non pratici del mare, ad un marino per, comparir praticabile considerando: che generalmente, nelle tempeste, dopo tre forti marosi, succede un momento di calma. E fu in tale periodo ch'io potei ajutare i compagni.
I superstiti, in numero di quattordici, l'uno dopo l'altro tutti aveano approdato - Invano, tra loro, cercai un volto Italiano - Morti tutti! Mi sembravo solo nel mondo! Io vaneggiavo - a quasi mi parea pesante quell'esistenza salvata con tanta fatica - Molti dei compagni, non marini, non nuotatori, si salvarono - Commenti chi vuole! Tra i perduti io contavo altri compagni ben cari: due liberti, un mulato, ed un nero perfetto - Raffal e Procopio gente d'un valore e d'una fedelt a tutta prova - Con noi approdava alla costa, un barrile d'acquavite, mi sembr una fortuna - e dissi a Manuel Rodriguez - ufficiale Catalano -: procuriamo di aprirlo e rinvigorirci coi compagni che vengono aprodando.
Si mise mano all'opera di sturare il barrile - ma nel tempo in cui faticavamo per ottenere l'intento, ci colp un freddo tale - che fu fortuna il ricordarsi di prender a correre - senza ci fare, certo, saressimo caduti esausti dalla stanchezza e dal freddo - Avendo i panni bagnati, ed essendo il vento freddissimo - era naturale ci accadesse -
Corremmo - corremmo machinalmente lungo la costa  verso mezzogiorno - ed incoraggendoci reciprocamente a correre - La sponda del mare faceva schiena e ci riparava alquanto dalla violenza del vento - e nel pendio interno, scorreva l'Areringua, fiume di poca importanza, con direzione a tramontana, e per un gran pezzo, parallellamente al littorale, per sboccare poi nell'Oceano a breve distanza.
Seguimmo dunque la sponda destra del fiume - ed alla distanza di circa quattro miglia, trovammo una casa abitata, ove ricevemmo ospitalit completta. La casa che ci accolse ospitalmente - era poco internata in quella maestosa ed immensa foresta del Brasile - certo, una delle maggiori del mondo - di cui gi accennammo.
In un campestre, un campo senza piante nella foresta, poco spazioso, ergevasi quella casupola, i di cui abitatori erano padre, madre ed un bambino - Intorno ergevansi le annose secolari piante, stupendamente robuste ed alte ed in un canto del campestre, trovavasi un agrumetto con delle piante, come mai vidi s belle e con degli aranci ch'erano una meraviglia. Per naufraghi, fu una ben grata sorpresa!
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CAPITOLO 17.
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Assalto e presa della Laguna di Santa Catterina.
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Il Seival, l'altro lancione compagno, comandato da Grigg, fu pi fortunato - Di costruzione diversa del Rio-pardo - abbench poco pi grande, pot sostenersi contro la violenza del temporale - e segu felicemente la sua corsa sino al destino.
La parte della provincia di S. Catterina, ove naufragammo, per fortuna nostra, erasi sollevata contro l'impero alla notizia dell'approssimarsi delle forze Republicane; e perci vi trovammo amici; anzi, vi fummo festeggiati - e trovammo subito se no il necessario, almeno tutto quanto poterono offrire quei generosi abitatori.
Ebbimo subito i mezzi di trasporto per congiungerci alla vanguardia del generale Canabarro - comandata dal Collonnello  Teixeira - che con marcie rapide, si portava sulla Laguna per sorprenderla. Nella Laguna di S. Catterina, anche la citt chiamasi Laguna. Realmente, poco ebbimo da soffermarci, davanti a quella piccola citt. La guarnigione ivi esistente, di circa quattro cento uomini, si pose in ritirata verso tramontana - e tre piccoli legni da guerra, si arresero dopo poca resistenza.
Io passai coi naufraghi, a bordo della goletta, Itaparica da sette pezzi di cannoni.
La fortuna sorrise talmente ai Republicani, in quei primi giorni dell'occupazione che sembrava si compiacesse a colmarci di benefici.
Non sapendo, e non credendo gl'imperiali ad un'invasione s subitanea - ma avendo notizie che meditavasi tale spedizione, fecersi premura ad inviare nella Laguna - armi, munizioni, e soldati - Ed ogni cosa giungendo dopo di noi, cadeva conseguentemente in nostro potere.
I Cattarinensi ci accolsero come fratelli e liberatori - caratteri che non seppimo meritare durante il nostro soggiorno, fra quelle buone popolazioni -
Il Generale Canabarro stabil il suo quartier generale nella citt della Laguna, chiamata dai Republicani Villa Giuliana - per esser nel mese di Luglio l'epoca della conquista - Dico conquista - giacch da conquistatori fu il nostro contegno in quei paesi che si dovevan trattare fraternamente.
Al nostro ingresso, fu eretto un governo provinciale Republicano, di cui fu primo presidente un sacerdote di molto prestigio tra il popolo - Rossetti col titolo di Segretario del governo, ne fu veramente l'anima - e Rossetti era idoneo per tale impiego -
Tutto marciava a meraviglia: il collonnello Teixeira, bravissimo Ufficiale, colla prode sua collonna di vanguardia, aveva perseguito i fuggenti nemici, sino a rinchiuderli nella capitale della provincia - ed erasi impadronito quindi, della maggior parte dei paesi, e territorio di quella. In ogni luogo, erano i nostri ricevuti a braccia aperte - e raccoglievano in quantit, disertori degli imperiali, che passavano al servizio della Republica.
Mille bellissimi progetti erano fatti dal generale Canabarro, onesto e prode guerriero Republicano - un po' ruvido - ma buono, massime in quei tempi di venture - Egli compiacevasi in dire: che dalla Laguna dovea uscire l'Idra, che divorerebbe l'impero: e forse diceva vero!.... - Se con pi senno e provvedimenti si attendeva alla felice spedizione -
Ma l'orgoglioso contegno nostro verso i buoni Cattarinensi - amici nostri da principio - e nemicissimi alla fine - l'insufficienza di forze, e di mezzi adoperati in tale importantissima spedizione - ed il mal volere forse, e gelosia verso il nostro generale, da chi dovea eficacemente sostenerlo, e coadjuvarlo - fecero perdere il frutto d'una brillantissima campagna - che poteva esser causa della caduta d'un impero - e del trionfo della Republica su tutto il continente Americano.
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CAPITOLO 18.
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Innamorato.
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Il Generale Canabarro avea deciso dover io uscire dalla Laguna, con tre legni armati, per assaltare la bandiera imperiale nelle coste del Brasile - e mi accinsi all'opera raccogliendo tutti gli elementi necessari all'armamento.
In questo periodo di tempo, ebbe luogo uno dei fatti primordiali della mia vita.
Io, giammai avevo pensato al matrimonio - e me ne credevo inadeguato, per troppa indipendenza d'indole, e propensione a carriera aventurosa -
Aver una donna, dei figli, sembravami cosa interamente disdicevole a chi si era consacrato assolutamente ad un principio - che tuttoch eccellente - non mi avrebbe permesso - propugnandolo col fervore di cui mi sentivo capace - la quiete e stabilit necessarie ad un padre di famiglia -
Il destino decideva in altro modo.
Io, colla perdita di Luigi, Edoardo, e gli altri miei conterranei - ero rimasto in un desolante isolamento - sembravami esser solo nel mondo - Nessuno pi scorgevo dei tanti amici che quasi mi tenevan luogo di patria, in quelle lontane regioni - Nessuna intimit coi miei nuovi compagni, che appena conoscevo - e non un amico, di cui ho sempre sentito il bisogno nella mia vita - Il cambio di condizione poi, erasi attuato d'un modo s inaspettato ed orribile - ch'io n'era rimasto profondamente affetto.
Rossetti, che unico avrebbe potuto riempire il vuoto del mio cuore, era lontano, occupato nel Governo del nuovo Stato Republicano - mi era impossibile quindi goderne il fraterno consorzio - Infine, avevo bisogno d'un essere umano che mi amasse - subito! Averlo vicino, senza di cui, insopportabile mi diventava l'esistenza.
Bench non vecchio - io conoscevo abbastanza gli uomini, per sapere: quanto abbisogna per trovare un vero amico.
Una donna! S una donna! giacch sempre la considerai la pi perfetta delle creature! E chech ne dicano: infinitamente pi facile, di trovare un cuore amante fra esse.
Io passeggiavo sul cassero della Itaparica, ravvolgendomi nei miei tetri pensieri; e dopo ragionamenti d'ogni specie, conchiusi finalmente di cercarmi una donna - per trarmi da una noiosa ed insoportabile condizione -
Gettai a caso, lo sguardo verso le abitazioni della Barra - cos si chiamava una collina piutosto alta, all'entrata della Laguna, nella parte meridionale - e sulla quale scorgevansi alcune semplici e pittoresche abitazioni - L, coll'ajuto del canochiale che abitualmente tenevo alla mano quando sul cassero d'una nave, scopersi una giovine - Ordinai mi trasportassero in terra, nella direzione di lei - Sbarcai, ed avviandomi verso le case ove dovea trovarsi l'oggetto del mio viaggio - non mi era possibile rinvenirlo - quando m'incontrai con un individuo del luogo, che avevo conosciuto ai primi momenti dell'arrivo nostro - Egli invitommi a prender caf nella di lui casa - Entrammo, e la prima persona che s'affacci al mio sguardo, era quella il di cui aspetto mi aveva fatto sbarcare - Era Anita! La madre dei miei figli! La compagna della mia vita, nella buona, e cattiva fortuna! La donna, il di cui coraggio io mi sono desiderato tante volte! Restammo entrambi estatici, e silenziosi, guardandoci reciprocamente - come due persone che non si vedono per la prima volta - e che cercano nei lineamenti l'una dell'altra - qualche cosa che agevoli una reminiscenza -
La salutai finalmente, e le dissi: "tu devi esser mia" Parlavo poco il Portoghese - ed articolai le proterve parole in Italiano - Comunque, io fui magnetico nella mia insolenza - avevo stretto un nodo, sancito una sentenza, che la sola morte, poteva infrangere!..... Io avevo incontrato un proibito tesoro - ma pure un tesoro di gran prezzo!!!
Se vi fu colpa - io l'ebbi intiera! E.... vi fu colpa! S!..... si rannodavano due cuori con amore immenso - e s'infrangeva l'esistenza d'un innoccente!..... Essa  morta! Io infelice! E lui vendicato..... S! vendicato! Io, conobbi il gran male che feci, il d, in cui sperando ancora di riavverla in vita io, stringeva il polso d'un cadavere - e piangevo il pianto della disperazione! Io, errai grandemente ed errai solo!
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CAPITOLO 19.
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Ancora Corsaro.
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I tre legni armati, e destinati ad un'escursione sull'Atlantico - erano il Rio-pardo (nuovo legno armato cui si diede il nome del naufrago) da me comandato - la Cassapava comandata da Grigg - ambe golette - ed il Seival - lancione portato in carro dalla laguna de los Patos - e comandato dall'Italiano Lorenzo. I tre nomi dei piccoli legni da guerra, provenivano da localit, ove i Republicani furono vittoriosi.
La foce della Laguna di S. Catterina, era bloccata da legni da guerra Imperiali - Uscimmo di notte, non se n'accorsero, e dirigemmo la corsa verso tramontana.
Giunti all'altura di Santos, incontrammo una corvetta imperiale che ci persegu invano, per due giorni.
I bastimenti da guerra Brasiliani, erano certamente men bene comandati - che non lo furono nella loro campagna contro il Paraguay - E certo, con un comandante capace - i poveri piccoli tre legni della Republica, sarebbero stati frantumati in poche ore - avendo noi in tutto tre piccoli pezzi - uno per barco - del calibro: due da 9, ed uno da 12 - Mentre la corvetta aveva venti grandi pezzi in batteria coperta - ed era una vera nave da guerra.
Nel primo giorno - la minacciammo d'abordagio - e  dopo molto canoneggiamento, prese il largo, e ci lasci padroni delle acque.
Nel secondo giorno, avendo noi avvicinato la costa pi del primo - un forte nembo da scirocco mise fine al simulacro d'un combattimento - che per esser combattutto a troppa distanza con il mare grosso - fin per dar nessun risultato.
Dopo i due fatti narrati, approdammo nell'isola do Abrigo - ove si presero due sumache (nome che danno i Brasiliani ad una specie di brigantino goletta) cariche di riso -
Proseguimmo il corso, e fecimo altre prese - tra cui una sumaca - che, predata da Grigg, e presidiata con pochi uomini suoi - questi uomini furono assaliti dall'equipaggio Brasiliano, e legati per esser condotti prigionieri ai nemici - Fu vera sorte, per quei nostri di cader sotto la nostra prora.
Dopo otto giorni dalla nostra partenza tornammo verso la laguna.
Io avevo un sinistro pressentimento delle cose nostre in quelle parti - poich prima di partire, gi si manifestava molto malcontento tra i Cattarinensi verso di noi - e sapevasi ravvicinarsi dalla parte di tramontana, d'un forte corpo di truppe imperiali, comandate dal generale Andrea, famoso per la pacificazione del Par, e per l'atroce sistema di repressione tenuto in quella provincia - All'altura di S. Catterina - nel nostro ritorno verso la Laguna, incontrammo un Patacho da guerra nemico (specie di grande goletta quadrata a prora). Erimo col Rio-pardo ed il Seival - La Cassapava si era staccata da noi, da vari giorni, in una oscura notte.
La scoperta del Patacho, fu fatta da prora - mentre con brezza forte veleggiavamo in poppa verso la Laguna di S. Catterina - Il nemico incrocciava apparentemente dall'isola dello stesso nome a levante - e lo scoprimmo colle mura alla sinistra -
Il Patacho portava sette pezzi d'artiglieria - ed era vero legno da guerra - Il Rio-pardo aveva un solo pezzo da nove nel mezzo - ed era una piccola goletta mercantile, senza nessuno dei requisiti belligeri - Comunque conveniva far buona contenenza - E dopo d'aver segnalato alle prese, ch'erano tre, di dirigersi verso Imbituba - il Rio-pardo si diresse sul Patacho sino a tiro di moschetto, orz sulla sinistra, ed attacc il nemico a cannonate.
Il Patacho rispose bravamente - il combattimento per, poco o nessun risultato poteva avere, a motivo del grosso mare. Essendo noi, il pi delle volte colla batteria di destra sott'acqua - ed il nemico, con molti tiri, apena pot forarci alcune vele.
L'esito del combattimento fu dunque la perdita di due sumache - una delle quali di alla costa - e l'altra, spaventatosi il Capitano di presa, amain la bandiera.
Una sola presa fu salva, comandata da Ignazio Bilbao, prode ufficiale Biscano - ed aprod nel porto d'Imbituba, in nostro potere.
Il piccolo Seival, avendo smontato il cannone nel combattimento, per il mare grosso - prese la stessa direzione.
Fui dunque obligato d'approdare pure in Imbituba, col vento da Greco, che nella notte vari al mezzogiorno.
Con tale vento, era impossibile di entrare nella Laguna - e certamente i bastimenti imperiali da guerra, stazionati all'isola di S. Catterina - informati dall'Andurinha (il patacho con cui avevimo combattuto) sarebbero venuti ad attacarci - Bisognava quindi prepararsi a combattere -
Il cannone smontato del Seival, fu collocato su d'un promontorio, che formava la baia dell'Imbituba, dalla parte di levante, e vi si costrusse un parapetto gabbionato.
Tale lavoro si esegu di notte - ed appena giorno si scoprirono tre legni imperiali diretti a noi. Il Rio-pardo fu imbossato nel fondo della baia - e la pugna ben ineguale, ebbe principio - essendo gli imperiali incomparabilmente pi forti - I nemici favoriti nelle manovre, da piccolo vento che sortiva dalla baia - mantenevansi alla vela con brevi bordate, e cannonegiavano furiosamente - potendo in tal guisa aprire a piacimento, gli angoli di direzione de' loro fuochi tutti concentrati sul povero e solo Rio-pardo da me comandato.
Nonostante si combatteva da parte nostra, colla massima risoluzione - e ben da vicino - poich sino alle carabine erano state poste in opera da ambe le parti.
In ragione inversa, delle forze, certamente, andavano i danni - e gi la tolda nostra era coperta di cadaveri e di mutilati, crivellati i fianchi del Rio-pardo, e distrutti gli attrezzi dell'alberatura.
Si era decisi di pugnare sino alla morte, e tal decisione, era corroborata dall'aspetto imponente, dell'Amazzone Brasiliana - Anita! Che non solo, non volle sbarcare - ma prese parte gloriosa all'arduo conflitto.
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Se noi combattevimo con decisione, non era poco l'ajuto che il prode Manuel Rodriguez - comandante il cannone sulla costa - ci dava con buoni tiri ed eficaci.
Il nemico era impegnatissimo contro il Rio-pardo - e varie volte, nel vederlo approssimar molto, io mi aspettavo ad un abordagio - e noi, erimo pronti a tutto, meno a cedere - Infine dopo varie ore di accanito combattimento, a nostra gran sorpresa egli ritirossi.
Si disse poi: esser il motivo della ritirata del nemico - la morte del Comandante della Bella Americana (uno dei legni nemici di maggior forza)
Noi passammo il resto della giornata a seppellire i morti, e raconciare i danni importanti, sofferti dal povero Rio-pardo.
Nel giorno seguente, il nemico si mantenne lontano a noi a prepararci per una nuova pugna - quindi pi tardi, protetti dall'oscurit della notte, salpammo per la Laguna, avendo bonacciato il vento da mezzogiorno.
Di prima notte avevimo silenziosamente imbarcato il cannone che s'era posto sulla costa - e quando il nemico s'accorse della nostra partenza, noi erimo alquanto avanzati - e solo nella mattina del giorno seguente, ci raggiunse, e spar alcune cannonate senza colpirci.
Noi entrammo nella Laguna di S. Catterina festeggiati dai nostri, che si stupivano, come avessimo potuto scampare ad un nemico, tanto pi forte di noi.
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CAPITOLO 20.
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Ritirata.
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Altre faccende, e ben serie, ci aspettavano alla Laguna - Coll'avanzarsi dei nemici, grossissimi per terra - ed il contegno prepotente, con cui si eran trattati i Cattarinensi, spinsero alcune popolazioni a sollevarsi contro la Republica - e fra gli altri il paese d'Imiri, situato al fondo del Lago verso Libeccio.
Il Generale Canabarro mi diede l'esoso incarico di sottomettere quel paese, e per castigo saccheggiarlo.
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Io fui obligato di adempiere il comando - Ed anche sotto un governo Republicano,  ben repugnante il dover ciecamente ubbidire -
La guarnigione ed abitanti avevano fatto dei preparativi di difesa verso il lago - Io sbarcai a tre miglia di distanza a levante - e li assaltai improvvisamente dalla montagna - cio alle spalle - Sconfitta ed in fuga la guarnigione fummo padroni d'Imiri -
Io desidero per me, ed a chiunque non abbia dimenticato d'esser uomo: di non esser obligato a dar sacco - Credo: che abbench vi sieno delle prolisse relazioni di tali misfatti - impossibile sia narrarne minutamente tutte le sozzure, e nefandit - Io mai ho avuto una giornata di tanto rammarico, e di tanta nausea dell'umana famiglia!
Il mio fastidio e la fatica sofferta, in quel giorno nefasto - per raffrenare almeno le violenze contro le persone - furono immense - e vi pervenni, credo, a forza di sciabolate - e noncurante della mia vita - Ma circa alla roba d'ogni specie, non mi fu possibile evitare un disordine terribile.
Non valse, l'autorit del comando, n i ferimenti da me usati, e da pochi ufficiali non domi dalla sfrenata cupidigia - Non valse, la voce espressamente sparsa, che il nemico tornasse alla pugna pi numeroso di prima - e sorpresi cos sbandati ed ebbri, ne avrebbe fatto un maccello - se fosse veramente comparso - Ciocch non tutto era falso, poich i nemici vedevansi sulle alture - ma non ardirono attaccarci. Nulla valeva a trattenere gl'insolenti saccheggiatori - e disgraziatamente, quel paese, bench piccolo, era riccamente provvisto d'ogni genere - massime di bevande spiritose - essendo esso un deposito che provvedeva parte considerevole degli abitatori de' monti. Dimodocch l'ubbriachezza fu generale -
Si noti: che la gente meco sbarcata, io non conoscevo per la maggior parte di nuova leva, ed indisciplinatissima - Certo, se si presentavano cinquanta nemici in tale circostanza, ad attacarci, noi erimo perduti.
Infine, con minaccie, percosse, ed uccisioni si pervenne ad imbarcare quelle fiere scatenate - Imbarcaronsi alcune botti d'acquavite, e comestibili per la divisione, e ritornossi alla Laguna.
Per dare un altro saggio della classe di genti ch'io comandavo in quella spedizione - valga il fatto seguente:
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Un sargento tedesco, molto stimato dai soldati, era stato ucciso ad Imiri - Io ordinai fosse sepellito - ma siccome altro da fare avevano i militi - e poi col pretesto anche, che il cadavere di quel prode meritava d'esser portato alla Laguna, ove ricevere un'onorevole sepoltura - il cadavere del sargento fu imbarcato.
Passeggiando io, sulla tolda del bastimento - e vedendo luce nella stiva ove allogiava la maggior parte della gente - mentre in viaggio - io vidi il seguente spettacolo:
Il sargento tedesco, alto e corpulento, disteso nel centro d'una folla di gente, le di cui fisionomie avvinazzate, eran tutt'altro che gentili - e su quei ceffi poi, riverberandosi il chiaro d'alcune candelle di sego, piantate nel collo di bottiglie collocate sulla pancia del cadavere - facevan l'effetto di certi demoni, rappresentanti giucatori d'anime a tre sette o a briscola - E tali me li ricordo ancora quei depredatori dei poveri abitanti d'Imiri, giuocando sulla pancia del cadavere d'un loro compagno il prodotto dei loro furti.
Intanto la vanguardia nostra, col collonnello Teixeira, ritiravasi davanti al nemico, che si avanzava dal Settentrione, celeremente, e fortissimo.
Nella Laguna principiavasi a passare i bagagli della divisione sulla sponda destra della Barra - e presto bisogn pensare a passar la truppa.
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CAPITOLO 21.
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Combattimento ed incendio.
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Nel giorno della ritirata, e passaggio nostro sulla sponda destra, di tutta la divisione, con molto materiale, io ebbi il mio da fare - poich, se non molta numerosa era la gente - la maggior parte era cavalleria, e molto spazioso il tratto di mare, che doveva varcarsi, e correntoso.
Io faticai dunque dalla mattina, sino verso mezzod - impiegando quanti palischermi erano a mia disposizione - per passar tutto - E m'avviai quindi verso l'entrata della Laguna, in alta posizione, per osservare i legni nemici che s'avanzavano, in combinazione colla truppa di terra, e carichi essi stessi di molta truppa.
Pria di salire la montagna, io feci avvertire il Generale: che il nemico si disponeva a forzare l'entrata della Barra - operazione di cui io non dubitava, avendo veduto le manovre della squadra nemica, dal punto stesso ove stavo effetuando il passagio - Giunto poi sull'alto, me ne accertai indubitatamente.
Erano i legni nemici in numero di ventidue - non barchi di grande portata - ma adeguati alla profondit della foce del lago - Ripetei quindi immediatamente l'avviso al generale Canabarro - e non v'era tempo da perdere.
Per, fosse titubanza per parte del Generale, o veramente avesse la gente, indispensabile bisogno di mangiare, e riposarsi alquanto - il fatto fu: che nessuno giunse a tempo, per coadjuvare alla difesa della foce - in un punto, ove se fosse stata collocata la fanteria nostra - potevasi fare una strage di nemici.
Invece, la resistenza fu eseguita dalla batteria, situata sulla punta orientale, comandata dal valoroso Capitano Capotto - ma che, per poca pratica degli artiglieri - e cattivo stato dei cannoni - pochissimo danno fece.
Lo stesso successe, a bordo dei tre piccoli legni della Republica da me comandati - ove gli equipagi erano scarsi - ed in quel giorno, molti ed i migliori, erano rimasti occupati a passare il resto della divisione - ed altri restii sulla costa, per non esporsi a combattimento tremendo e disuguale -
Io scesi la montagna, e fui celeremente al mio posto, a bordo del Rio-pardo - e giunsi, che gi l'incomparabile mia Anita, colla solita intrepidezza, gi aveva sparato la prima cannonata, puntata da lei stessa - ed animando colla voce le ciurme sbigottite -
Il combattimento dur poco, ma fu micidiale - non mor gran numero di gente - perch ve n'era poca a bordo - degli ufficiali esistenti nei tre legni, per, io rimasi solo - in vita.
La squadra nemica, entr tutta, facendo un fuoco d'inferno con artiglieria e moschetti - Favorita dal vento e dalla corrente che ne radoppiava la velocit essa ebbe poco danno - e gett l'ancora a tiro di cannone da noi, continuando a cannonegiarci, con pezzi di calibro superiore ai nostri. Io chiesi della gente al generale Canabarro - per poter continuare la pugna - ma ebbi in risposta di dar fuoco ai legni nostri, e ritirarmi colla gente in terra.
In tale missione, avevo mandato Anita - ingiungendole di non tornare a bordo - ma essa non mand - torn colla risposta - E veramente io dovetti all'ammirabile sangue freddo della giovine eroina - il poter salvare le munizioni da guerra.
Seguitando il nemico a fulminarci colle sue artiglierie - ed io, quasi solo, dovendo incendiare la piccola nostra flottiglia, ebbi molto da faticare per eseguirne l'intento.
Ebbi pure a sopportare il doloroso spettacolo dell'incendio dei cadaveri de' miei fratelli d'armi, impossibilitato di dar loro altro genere di sepoltura - o far loro gli onori che meritavano.
Passando successivamente a bordo dei vari legni nostri per incendiarli - vi era un maccello di cadaveri e di membra sparse - per la tolda - Il comandante della Itaparica - Juan Enrique del paese della Laguna, lo trovai tra altri cadaveri passato nel mezzo del petto da un biscano (metraglia tonda di ferro) Il Comandante della Cassapava - Giovanni Grigg - aveva ricevuto tale una mitragliata, e s da vicino, che il solo busto rimaneva intiero del suo cadavere - E siccome era rubicondo di volto ed essendo rimasto apogiato alla murata dalla parte opposta da dove era stato colpito ei somigliava vivo.
In pochi minuti, le ceneri di quei valorosi compagni eran sommerse dalle onde!!! e pi non esistevano le navi, quei miseri spauracchi dell'impero - ma terribili, che lo dovean divorare - secondo il detto del generale Canabarro.
Cadea la notte, quando io riuniva i superstiti compagni, e marciava alla coda della divisione, in ritirata verso il Rio-grande - per la stessa strada, che percorremmo pochi mesi prima gonfio il cuore di speranze, e preceduti dalla vittoria.
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CAPITOLO 22.
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Vita militare per terra. Vittoria e sconfitta.
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Tra le peripezie non poche della mia vita procellosa - io non ho mancato d'avere bei momenti - e tale, abbench sembra, avrebbe dovuto esser il contrario - era quello, in cui alla testa di pochi uomini, avanzo di molte pugne - e che giustamente avean meritato il titolo di valorosi - Io marciava a cavallo con accanto la donna del mio cuore - degna dell'universale ammirazione - e lanciandomi in una carriera, che pi ancora di quella del mare, aveva per me attrative immense.
E che m'importava il non aver altre vesti, che quelle che mi coprivano il corpo? E di servire una povera Republica, che a nessuno poteva dare un soldo? Io, avevo una sciabola ed una carabina, che portavo attraversata sul davanti della sella.
La mia Anita, era il mio tesoro, non men fervida di me, per la sacrosanta causa dei popoli - e per una vita avventurosa - Essa si era figurato le battaglie, come un trastullo - ed i disagi della vita del campo come un passatempo - Quindi comunque andasse, l'avvenire ci sorrideva fortunato - e pi selvaggi, si presentavano gli spaziosi Americani deserti - pi dilettevoli e pi belli ci pareano. Poi sembravami d'aver fatto il mio dovere, nelle diverse e pericolose fazioni di guerra in cui m'ero trovato - e d'aver meritato la stima, dei bellicosi figli del Continente (Rio-grande).
Noi marciammo dunque in ritirata sino a las Torres - limite delle due provincie - ove stabilimmo il campo - Il nemico contentossi d'impadronirsi della Laguna, e non c'insegu.
In combinazione per col corpo di Andrea - avanzavasi per la Serra (monti e foreste) la divisione Acuha, venuta dalla provincia di S. Paolo - per tagliarci la ritirata - e dirigendosi per Cima da Serra (departamento nelle montagne, appartenente alla provincia del Rio-grande)
I Serrani, soprafatti da forze superiori, chiesero soccorso al generale Canabarro - ed egli dispose una spedizione agli ordini del Collonnello Teixeira, in aiuto di quelli - Noi fecimo parte della spedizione - Riuniti ai Serrani, comandati dal Collonnello Araha, battemmo complettamente in Santa Vittoria, la Divisione Acuha - Mor nel fiume Pelotas il generale nemico, e la maggior parte di quella truppa rimase prigioniera.
Tale vittoria, rimise sotto l'autorit della Republica, i tre dipartamenti di Lages, Vaccaria, e Cima da Serra - Dopo alcuni giorni entrammo trionfanti in Lages (Gennaio 1840).
Intanto l'invasione imperiale aveva rialzato codesto partito in Missiones, ed il Collonnello Mlo, imperiale, aveva accresciuto in quella provincia il suo corpo - a circa cinquecento uomini di cavalleria -
Il Generale Bento Manuel destinato a combatterlo s'era contentato d'inviare il Tenente Collonnello Portihos, che per non aver forze sufficienti limitossi ad osservare Mello, che si diresse verso S. Paolo.
La posizione nostra e possanza - ci metteva in caso non solo di opporsi al passaggio di Mello - ma di sconfigerlo - Cos non volle la sorte -
Il collonnello Teixeira incerto: se il nemico verrebbe per Vaccaria - o per altra via chiamata: i Coritibani, divise in due la forza: mand il collonnello Aranha colla miglior parte, e migliore cavalleria della Serra in Vaccaria - e marci lui colla fanteria - e parte di cavalleria composta per la maggior parte di prigionieri di S. Vittoria, verso i Coritibani - E per questa parte apunto si diresse il nemico.
Il frazionamento delle nostre forze, ci riesc fatale: la recente nostra vittoria, l'indole ardimentosa del nostro capo, dei Republicani in generale - e le informazioni avute del nemico, che ne menomavano la forza, ed il morale, ce lo fecero disprezzare oltremodo - In tre giorni di marcia fummo ai Coritibani, e campammo a certa distanza del passo di Maromba, per ove si supponeva dovesse arrivare il nemico - Si posero guardie in quel passo, ed in altri punti necessari a guardare.
Verso la mezzanotte, la guardia del passo, fu attaccata dal nemico, con tanta furia, che appena ebbe tempo di ripiegarsi, scambiando alcune fucilate - Da quel momento sino all'alba stettimo con tutte le forze, pronte al combattimento -
Non fu tarda l'apparizione del nemico, il quale avendo passato il fiume con tutta la sua gente - erasi schierato non lungi da noi, in atto pure di combattere.
Tutt'altro che Teixeira, vedendo la superiorit del nemico, avrebbe spedito celeremente ad Aranha per richiamarlo a noi - ed intanto procurato di trattener il nemico sino alla giunzione - Ma l'arditissimo Republicano, temete non gli sfuggisse il nemico - e perdere l'occasione di combatterlo.
All'attacco dunque! E non valse la vantaggiosa posizione in cui il nemico si trovava.
Mello profitando dell'ineguaglianza del terreno - avea formato la sua linea di battaglia, sopra una collina assai alta, davanti alla quale trovavasi una valle assai profonda, ed  intralciata da folti cespugli - egli aveva coperti sui suoi fianchi, alcuni plottoni di cavalleria non veduti da noi.
Teixeira ordin di attacarlo, con una catena di fanteria, e profitare per ci degli ostacoli della valle - Fu eseguito l'attacco, ed il nemico simul di ritirarsi - Ma mentre la nostra catena, dopo d'aver varcato la valle perseguiva il nemico a fucilate - fu essa stessa caricata di fianco da uno squadrone coperto, dal fianco destro del nemico, ed obligata di ripiegarsi in disordine, e riconcentrarsi sul grosso della forza.
Mor, in quell'incontro, uno dei pi valorosi ufficiali nostri, Manuel N. e molto caro al nostro capo.
Riforzata la catena, e riportata avanti, con pi risoluzione, il nemico retrocesse finalmente, e si pose in ritirata, lasciando un cadavere de' suoi sul campo.
Pochi furono i feriti d'ogni parte - poich poca gente d'ambi i lati avea preso parte alla pugna. Intanto ritiravasi il nemico con precipitazione - e noi lo perseguimmo senza posa -
Ambe le catene di cavalleria, della vanguardia nostra e retroguardia del nemico - scaramucciavano - e cos, per nove miglia circa - essendo noi obligati di lasciar la fanteria molto addietro - non potendo certamente tenersi a paro, colla celerit dei cavalli - ad onta d'ogni sforzo - Di tale circostanza, profitt il nemico, o la suscit lui stesso -
Giunta la nostra vanguardia, sull'alto del passo di Maromba - il comandante della stessa, maggiore Giacinto - mand un messo al Collonnello, per avvertirlo, che il nemico passava il guado - e che gi il ganado, la truppa di bovi o vacche che devono servire d'alimento alla gente che non porta altre impedimenta, e le cavalladas, erano dall'altra parte, indizio che il nemico continuava a ritirarsi.
NOTA: cavalladas: cavalli di riserva, indispensabili in quei paesi, ove la maggior parte della forza  cavalleria nutrita sui propri campi per cui ogni milite,  obligato d'aver tre cavalli: uno montato, e gli altri alla riserva. FINE NOTA.
Il valoroso Teixeira, non esit un momento, e comand si mettessero i plottoni nostri di cavalleria al trotto, per poter attaccare il nemico, dell'atto del passaggio, e sbaragliarlo - Mi ordin pure: di fare ogni sforzo colla fanteria per seguirlo.
L'astuto Mello, aveva manovrato per ingannarci: Egli avea fatto marciare i suoi plottoni, con precipitazione, per toglierli dalla nostra vista - e giunto nelle vicinanze del fiume Coritibano - fece bens passare all'altra sponda, i bovi ed i cavalli - ma la truppa la schier dietro certe colline, sulla nostra sinistra, che la nascondevano intieramente.
Prese tali misure - avendo lasciato un plottone di protezione alla sua catena di tiratori - e scorto ch'egli ebbe la fanteria nostra a molta distanza - retrocesse coperto dalle alte colline sulla nostra sinistra, ed uscendo improvviso, con una conversione a sinistra, attacc l'uno dopo l'altro, i nostri plottoni di fianco e li sbaragli complettamente.
Il plottone nostro, di sostegno alla nostra catena che incalzavano il nemico colle lancie nei reni, fu il primo ad avvedersi dell'errore - ma non avendo nemmeno tempo di convergere - ebbe la sorte di tutti gli altri.
Lo stesso successe a tutti - Malgrado il coraggio e la risoluzione di Teixeira - e di alcuni ufficiali Rio-grandensi valorosissimi - Ed in poco tempo la cavalleria nostra presentava il vergognoso spettacolo d'un gregge di pecore in fuga.
A me, non era piaciuto il lasciare tanto indietro la nostra fanteria, essendo la cavalleria composta di elementi poco fidi - per la maggior parte, uomini stati fatti prigionieri in Santa Vittoria - Perci io sforzavo i miei fanti a tutta possa - per inoltrarli al combattimento - ma invano -
Giunto ad un'altura, io vidi lo strazio dei nostri, e conobbi non esser pi tempo d'influire sulla vittoria - ma procurare di non perder tutto - Chiamai a voce una dodicina de' pi svelti, e pi intrepidi de' miei marini, che presero il trotto alla mia voce - bench gi stanchi dalla lunga e forzata marcia - e li feci prender posizione in un sito forte per fanteria - dominante non solo ma irto di roccie e di cespugli - Da quel punto principiammo a far testa al nemico, ed a insegnarli che non era vittorioso ovunque.
In quel punto si ripieg il Collonnello, con alcuni ajutanti, dopo d'aver tentato ogni sforzo, con indicibile coraggio - per arrestare i fuggenti.
La fanteria col Maggior Peixotto, che la comandava ai miei ordini - ci raggiunse, nella stessa posizione, e fu terribile allora la difesa, e molto micidiale al nemico.
Noi perdemmo molti fanti di coloro che rimasti indietro, furono involti co' fuggitivi nostri di cavalleria, e quasi tutti uccisi.
Intanto forti del sito, e riuniti in numero di settantatre, noi combattevamo il nemico con vantaggio - essendo esso privo di fanteria, e poco avvezzo a combattere tal'arma - Nonostante il vantaggio nostro - noi ci trovavamo in una posizione isolata - e conveniva di cercare un ricovero pi sicuro, e da dove si potesse imprendere una ritirata senza esser molestati dal nemico - E sopratutto non dare al nemico vittorioso, il tempo di rannodare tutte le sue forze, ed ai nostri quello di raffredarsi.
Un capon (Isola d'alberi e folta) trovavasi alla nostra vista, distante circa un miglio - noi imprendemmo la ritirata alla direzione di quello.
Il nemico procurava di avviluparci nel transito, e ci caricava a scaglioni, ogni volta il terreno glielo permetteva - In tale circostanza ci valse moltissimo: esser gli ufficiali armati di carabina - e siccome tutti aguerriti, respingevansi le cariche del nemico, a pi fermo, con impavida intrepidezza. In tal modo, giunsimo a ricoverarci nel capon, ove non ci molest pi il nemico.
Internati alquanto nel bosco, noi scelsimo un sito chiaro di piante, e riuniti, colle armi pronte, stettimo riposando, ed aspettando la notte.
Il nemico fece alcune intimazioni di resa, dal di fuori, a cui non rispondemmo.
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CAPITOLO 23.
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Ritorno in Lages.
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Giunta la notte fecimo alcuni preparativi per la partenza - La maggior difficolt fu per i feriti - tra cui il maggior Peixotto, con una palla in un piede - Verso le 10 di sera, accomodati nel miglior modo i feriti, s'incominci la marcia costeggiando il capon, che si lasciava a destra - e cercando di guadagnar la costa del Mato (foresta) - quella foresta forse la maggiore del mondo, stendesi dagli alluvioni del Plata, sino a quelli dell'Amazzone coronando le creste da Serra do Espinasso (Spina dorsale del Brasile), in una estensione di circa trenta quattro gradi di latitudine - Non conosco l'estensione sua in longitudine, probabilmente immensa.
I tre dipartimenti di Cima da Serra, Vaccaria, e Lages, sono campestres in mezzo alla foresta, cio campi attorniati da quella - Coritibanos, situato nel dipartimento di Lages, provincia di Santa Catterina - era il teatro del mio raconto - cos chiamato dagli abitanti venuti da Coritiba, paese nella provincia di S. Paolo.
Dunque noi costeggiavimo il capon, per avvicinarci alla Selva suddescritta, cercando la direzione di Lages, per riunirci al corpo d'Aranha - da noi sventuratamente staccato.
Successe all'uscita nostra dal capon, uno di quei casi - che provano quanto l'uomo  figlio delle circostanze, e quanto pu il terror panico sugli uomini anche i pi intrepidi.
Si marciava in silenzio - e com'era naturale, disposti a combattere se s'incontrava il nemico - Ebbene - un cavallo, che probabilmente avea perduto il cavaliere nella giornata - e che trovavasi colle redini, morso, e sella, procurando di malamente pascolare - al poco rumore da noi fatto quell'animale si spavent e prese a fuggire.
Odesi una voce che dice "il nemico" e tutti assieme, vidersi precipitarsi nel pi folto del bosco, quegli stessi settantatre uomini - che per pi ore s'erano battutti contro cinquecento nemici! e precipitarsi in tal modo, che ad onta di perder molte ore per raccoglierli - fu impossibile, di riunirli tutti - e se ne perdettero vari.
Raccolti alla meglio, ripresimo strada; ed allo spuntar dell'alba, erimo sull'orlo desiato della grande foresta - costeggiando alla direzione di Lages -
Il nemico ci cerc il giorno seguente - ma non ci rinvenne - essendo noi gi lontani.
Il giorno del combattimento fu terribile per operosit, privazioni, e disagi - ma si combatteva - e quell'idea soverchiava ogni altra - ma nella foresta ove mancava il consueto alimento - la carne - ed ove, altro da mangiare  non si trovava - era un affare serio - Stettimo quattro giorni, senza provare altro cibo, che radici di piante.
Sono indescrivibili poi, le fatiche da noi provate per tracciarci una via, ove non esistevano sentieri; ed ove la natura, incomparabilmente prolissa, e gagliarda, ammontichia sotto pini collossali dell'immensa selva, la gigantesca taquara - (canna o bambo) le di cui reliquie, ammassate su quelle delle altre piante - formano insuperabile strame, suscettibile d'inghiottire, e seppellire un individuo, che incautamente vi affidasse il piede - Molti dei compagni, scoraggiavansi - alcuni disertarono - e fu mestieri riunirli, ed energicamente imporre loro: che meglio era manifestarsi apertamente sulla volont di accompagnarci - e che liberi si lasciavan coloro, che volessero andarsene.
Tale risoluzione fu eficacissima - da quel momento, non ci furon pi diserzioni - ed entr la fiducia di salvezza -
Il quinto giorno, da quello del combattimento - giunsimo all'entrata della piccada (sentiero tagliato nella selva, e che conduceva a Lages) - ove incontrammo una casa - ed ove ci sfamammo maccellando due bovi. Fecimo due prigionieri in detta casa - appartenenti allo stesso nemico che ci avea battuti - Seguimmo quindi per Lages, ove arrivammo in un giorno di pioggia.
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CAPITOLO 24.
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Soggiorno in Lages - Discesa della Serra - e combattimento.
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Il paese di Lages, che festeggiato ci aveva al nostro arrivo - quando vittoriosi - aveva alla notizia del nostro rovescio ai Coritibani - voltato bandiera; ed alcuni pi risoluti, avevano ristabilito il sistema imperiale,
Quegli ultimi, fuggirono all'apparizione nostra, e siccome erano mercanti la maggior parte ed i pi ricchi, essi ci lasciarono i loro magazzeni provvisti d'ogni ben di Dio - Ci valse a provvederci del bisognevole, e migliorare la condizione nostra - Intanto Teixeira scrisse ad Aranha, ordinandoli di riconcentrarsi - ed ebbesi, circa in quei giorni, notizie della venuta del Tenente Col.llo Portinhos - che colla sua collonna - era stato inviato dal generale Bento Manuel, quel generale che trad poi la Republica e pass agli imperiali, in seguimento della forza stessa di Mello incontrata da noi, infelicemente ai Coritibanos.
Ho servito in America la causa dei popoli, e l'ho sinceramente servita - siccome ovunque ho combattutto il despotismo - Amante del sistema Republicano idoneo alle mie condizioni - io fui contrario per le stesse al sistema opposto - Gli uomini!...... gli ho piutosto compianti che odiati - rimontando alle cause del male - cio all'egoismo della sciagurata nostra natura - Lontano poi, oggi (1850), dal teatro, ove compironsi i fatti ch'io sono a descrivere - posso narrarli con pacatezza ed esser creduto imparziale.
Voglio dunque asserire: che arditissimi, eran codesti prodi figli del Continente ed audacissima fu l'occupazione nostra di Lages, occupazione che tenemmo per vari giorni - disposti a difenderci contro un nemico dieci volte superiore, vittorioso, e divisi da lui dal solo fiume Canoas, che non potevimo difendere - Con gli ausiliari nostri ben lontani -
Molti giorni passarono, pria dell'arrivo di Aranha, e Portinhos - ed in tutto quel periodo fu tenuto a bada il nemico con un pugno d'uomini -
Appena giunti i rinforzi suddetti - si marci risolutamente al nemico - che non accett di combattere, ma ritiravasi quando incalzato - apogiandosi sulla provincia di S. Paolo, da dove dovevano giungerli considerevoli ajuti di fanteria e cavalleria -
Qui sentimmo il difetto, che sentiva generalmente l'esercito Republicano - cio, il non voler permanere i militi sotto le bandiere, quando non si trattava di combattimenti immediati - Vizio sentito anche nell'esercito di Washington - ed in qualunque esercito, in cui la vera disciplina del milite della libert non  apprezzata - Disciplina che deve nascere nel milite dal convincimento del dovere - e molto diversa dalla disciplina forzata del soldato del despotismo - In questo caso il soldato - o  tolto per forza da' suoi focolari, ed obligato di ubbidire ad un padrone - a qualunque atto malvagio egli sia comandato - oppure  un soldato mercenario, venduto corpo e anima a chi lo paga, e disposto per indole a commettere atti, di cui si vergognerebbe un lupo.
Il milite cittadino appartenente a nazione libera - va sotto le bandiere, quando chiamato - perch la patria  minacciata da prepondenti - Egli d volenteroso la sua vita in difesa del suo paese e de' suoi cari - e non abbandona l'esercito nazionale, senonch quando il pericolo  passato, e quando congedato dai suoi capi.
L'esercito Republicano del Rio-grande, composto per la maggior di militi cittadini valorosi - che per non intendevano rimanere alle bandiere - quando nel loro criterio pensavano non esser tempo di combattere, ed essere il pericolo della patria passato - si allontanavano dalle fila, senza aspettare l'ordine dei capi.
Tale vizio, fu quasi rovina nostra in tale circostanza - ove un pi intraprendente nemico, avrebbe potuto schiacciarci, profitando di quel disordine, e della nostra debolezza.
Principiarono i Serrani - gente delle montagne circonvicine - ad abbandonare le fila - e condurre seco loro non solo i propri cavalli, ma pure quelli appartenenti alla divisione.
Quei di Portinho, gente della provincia di Missiones - seguirono l'esempio - E presto si dirad la forza nostra in tal modo - che fummo obligati di abbandonare Lages, e ripiegarsi sulla provincia del Rio-grande, temendo l'avvicinamento del nemico, contro cui non avressimo potuto sostenerci -
Il resto della forza - cos menomata - mancante del necessario, particolarmente di vestimenta in un paese di montagna, ove il freddo, cominciava a divenir insopportabile - stava demoralizzandosi, e ad alta voce si chiedeva di tornare ai focolari - cio nella parte bassa, ed aprica della provincia - La provincia del Rio-grande  divisa in due regioni: la bassa limitata a levante dall'Atlantico, ed a ponente e maestro della Serra do Espinasso -  regione quasi tropicale, per mite temperatura; il caf, il zucchero, gli aranci, ecc. - beano quella felice contrada - che ha di pi il vantaggio d'immensa quantit di bestiame - ed una bellissima popolazione forte a cavallo quanto i figli delle provincie del Plata; l'alta regione - della Serra - con un temperatura assai pi fredda - possiede le frutta tutte, che appartengono a clima pi rigido - cio: pomi, pere, pesche, ecc. - ed  coronata dall'estremit meridionale dell'immensa foresta, di cui accennai antecedentemente - ed i cui pini giganteschi vi fanno l'effetto di collonne di templi.
Il collonnello Teixeira, fu dunque obligato di cedere a tali esigenze - e mi ordin di scendere la Serra cogli avanzi della fanteria, e della marina - e di riunirmi all'Esercito - preparandosi, esso pure a seguirci colla cavalleria.
Quella discesa fu ardua, per le difficolt della strada, e le ostilit accanite degli abitanti della contrada, nemici accerrimi dei Republicani - Cosa strana, eppur verissima: la classe dei contadini - che pi d'ogni altra, dovrebbe amare un reggimento libero - lo detesta, e lo combatte!
Noi scesimo per la piccada (sentiero nella foresta) di Peluffo - erimo in sessanta circa - ed ebbimo ad affrontare terribili imboscate - oltrepassate con incredibile fortuna, grazie alla risolutezza degli uomini ch'io comandavo - ed alla poca pratica di combattimenti de' nostri nemici -
Siccome il sentiero che si percorreva era strettissimo, e tagliato in foltissima selva - il nemico, indigeno, e perci peritissimo dei luoghi - sceglieva i siti pi scabrosi per imboscarsi - irrompeva con furia, e grida tremende su di noi - mentre dalle parti pi folte ci fulminava a fucilate - Eppure, tanta paura incut in quei montanari, l'intrepido contegno nostro - che un solo cavallo morto noi ebbimo, e varie, ma leggiere ferite agli individui.
Giunsimo al quartier generale in Malacara - distante 12 miglia da Porto-Alegre ove si trovava il Presidente Bento Gonales - allora Generale in capo.
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CAPITOLO 25.
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Combattimento di fanteria.
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L'esercito Republicano era in preparativi di marcia quando noi lo ragiungemmo - Il nemico, dopo la perdita della battaglia di Rio-pardo - rifatosi in Porto-Alegre, n'era uscito agli ordini del vecchio generale Giorgio, ed aveva preso stanza sulle sponde del fiume Cah - protetto da' suoi legni da guerra, con numerosa artiglieria, riforzato di buon nerbo di fanteria - ed aspettando la giunzione del generale Calderon, che avea riuniti nella campagna un numero di cavalleria, non indifferente - venendo dal Rio-grande.
L'impero con tutti i mezzi di corruzione, di cui poteva disporre - non mancava d'aderenti nella provincia del Rio-grande - paese, ove si pu dire come nel Rio della Plata: che gli uomini nascono a cavallo - ed ove lo stesso spirito cavalleresco - fa bellicosi gli abitanti - Ma non tutti gli uomini per cavallereschi che sieno, resistono alle indorature, ai titoli, ai ciondoli, e sopratutto all'onnipossente metallo.
Lo stesso difetto, che abbiam notato sopra - cio la repugnanza dei Republicani, di star riuniti alle bandiere, quando non era presente il nemico - facilitava tali mosse allo stesso - E quando il Generale Netto - che comandava le forze Republicane della campagna - ebbe riunito gente sufficiente per battere Calderon - questo gi erano riunito all'esercito grande nel Cah, dopo d'aver riuniti molti cavalli di cui tanto abbisognavano gl'imperiali - E quindi con grande superiorit, il Generale Giorgio minacciava gli assedianti la capitale, e li obligava a levar l'assedio.
Era indispensabile, per il presidente della Republica, congiungere la divisione Netto - per esser in istato di combattere l'esercito nemico - e tale giunzione condotta a buon'esito, onora moltissimo la capacit militare di Bento Gonales.
Ad un esercito Europeo, per motivo delle impedimenta sarebbe stata impossibile tale manovra -
Noi, marciammo coll'esercito da Malacara - prendendo la direzione di S. Leopoldo (colonia Tedesca) - passammo  di notte a due miglia dell'esercito nemico - ed in due giorni e due notti di marcia continua quasi senza mangiare, giungemmo nelle vicinanze di Taquary, ove incontrammo il generale Netto - che ci veniva incontro.
Dissi: quasi senza mangiare - e realmente - Subito che il nemico ebbe sentito il movimento nostro, marci forzatamente per combatterci e ad onta d'esser molto pi pesante di noi, perch con artiglierie e bagagli - per varie volte ci ragiunse, mentre noi riposavamo dalle lunghe marcie - ed erimo occupati ad arrostir la carne - unico alimento nostro - e per varie volte ci obblig di metter gli arrosti infilzati ad un ramo verde in spalla, e partire con precipitazione per ragiungere la meta.
Nel Piheirio, a sei miglia di Taquary, si fece alto - e si presero tutte le disposizioni per combattere -
L'esercito Republicano forte di cinque milla uomini di cavalleria, e mille di fanteria - occupava le alture de Piheirio - piccolo monte semi-coperto di pini - l'infanteria nel centro, comandata del vecchio Collonnello Crescenzio - l'ala destra comandata dal generale Netto; e la sinistra dal generale Canabarro. Ambe le ali erano composte di pura cavalleria e senza esagerazione, della migliore del mondo, abbench Farrapa, cio cenciosa.
La nostra fanteria, composta in totalit d'uomini di colore, meno gli ufficiali, era pure eccellente e la brama di combattere generale.
Il collonnello Jon Antonio formava la riserva con un corpo di cavalleria.
Il nemico avea quattro milla fanti, tre milla di cavalleria, ed alcuni pezzi d'artiglieria - Egli avea preso posizione dall'altra parte del letto d'un piccolo torrente, che divideva i due eserciti - ed il suo contegno non era disprezzevole - Eranvi le migliori truppe dell'impero - ed il vecchio generale Giorgio che le comandava era tenuto per il pi capace.
Il general nemico, aveva sino a quel punto, marciato arditamente su di noi, e gi avea preso tutte le disposizioni - per un attacco in regola 
Egli avea fatto passare il letto asciuto del torrente, da due battaglioni di fanteria - che formaron quadrato, subito passati - Due pezzi collocati in posizione vantaggiosa sull'altra sponda, fulminavano le nostre catene di cavalleria, ed i loro sostegni.
Gi i valorosi della prima brigata di cavalleria agli ordini del generale Netto avevano sguainato la sciabola, e non aspettavano che il suono di carica, per lanciarsi sui due battaglioni passati - Codesti bellicosi figli del Continente, avevan la coscienza della vittoria - Netto, e loro, non erano mai stati battuti.
La fanteria nostra, con bandiere spiegate - scaglionata per divisioni, sul pi alto della collina, e coperta dal ciglione di quella, fremeva di combattere.
Gi i terribili lancieri di Canabarro - tutti liberti, e tutti domatori di cavalli - avean fatto un movimento avanti - avvilupando il fianco destro del nemico - obligato perci di far fronte anche a destra - e disordinatamente.
I coraggiosi liberti - fieri della loro imponenza diventavano pi soldi - e vera selva di lancie somigliava quell'incomparabile corpo - composto di schiavi, liberati dalla Republica, e scelti tra i migliori domatori della provincia - tutti neri tranne gli ufficiali superiori -
Il nemico non aveva mai veduto le spalle di cotesti veri figli della libert - che certo combattevan per essa - Le loro lancie, pi lunghe della misura ordinaria - i loro nerissimi volti - le robuste membra, indurite a perenne, e faticoso esercizio - e la loro perfetta disciplina, incutevano terrore ai nemici.
Gi la voce animatrice del generale in capo - aveva percorso le fila - "Oggi ognun di noi combatter per quattro" erano state le poche parole di quel Sommo - dottatto di tutte le qualit del gran Capitano, meno la fortuna!
L'anime nostre, sentivano il palpito delle battaglie, e la fiducia della vittoria - Giorno pi bello, e pi magnifico spettacolo non erami capitato mai! Collocato al centro della fanteria nostra nel sito pi alto - io scopriva l'uno e l'altro esercito - I campi sottoposti, seminati da poche e basse piante nessun ostacolo ponevano all'occhio - e si potevano scorgere i bench minimi movimenti.
L, sotto ai miei piedi.... tra pochi minuti, sar decisa la sorte del maggior pezzo del continente Americano - il Brasile! Deciso il destino d'un popolo! Codesti corpi, s compatti, s floridi, s brillanti - a momenti saranno sciolti, disfatti, orribilmente amalgamati, e respiranti libidine di distruzione! Tra poco - il sangue, l'infrante membra, i cadaveri, di tanta superba giovent - brutteranno i bellissimi e vergini campi! Eppure si aspett, si anelava il segno della battaglia...... Ma invano!....... quello non doveva essere il campo della strage!
Il generale nemico, intimorito dal fiero contegno dei Republicani - e dalla fortissima posizione da noi occupata - esit nell'attacco anteriormente divisato - fece ripassare i due battaglioni - e dall'offensiva che aveva mostrato sin l - pass alla difensiva.
Il generale Calderon fu ucciso in una ricognizione - quello fu forse uno dei motivi dell'irresoluzione di Giorgio.
Non attaccandoci, noi dovevimo attaccarlo. Tale era l'opinione di molti. Ma avressimo ben fatto? Attaccati nelle superiori posizioni del Piheirio - eravi molta probabilit di vittoria - ma lasciandole - e per incalzare il nemico, bisognava traversare il letto del torrente - alquanto scabroso, bench asciuto - poi la superiorit numerica della fanteria nemica, non era poca - Esso con artiglieria - noi senza un solo pezzo.
Infine non si combatt, e si stette l'intiero giorno in presenza, con piccole scaramuccie.
 uno dei vizi delle posizioni troppo forti, e sovente anche del comodo delle piazze di guerra - che fanno propendere al riposo, ed all'inazione - quando si potrebbe trar molto vantaggio dalla risoluzione d'una battaglia. Tanti sono gli esempi che si potrebbero adurre in apogio di tale ragione - ed  da deplorare l'avviso dei mastri di guerra Italiani (1872) - che vogliono seminare la penisola di fortezze - per la paura d'armare due millioni di cittadini - ed inviare i preti, alle bonifiche delle paludi Pontine.
Che gusto per un discepolo di Beccaria nemico della guerra. Ma che volete: ho trovato sul sentiero della mia vita gli Austriaci, i preti, ed il despotismo.
Nel nostro campo, scarseggiava la carne - e massime la fanteria era famelica - Pi insoportabile era la sete - non trovandosi acqua nei siti da noi occupati.
Ma, quella gente era fatta alla vita di privazioni - e non udivasi: senonch il lamento di non combattere!
Concittadini miei! il giorno, in cui voi sarete uniti (un po' lontano sventuratamente), e sobri come i figli del Continente - lo straniero non calpester il vostro suolo! Non contaminer i vostri talami! L'Italia avr ripreso il suo posto, tra le prime nazioni del mondo!
Nella notte il vecchio generale Giorgio - era sparito, e nella mattina non scorgevasi il nemico da nessuna parte - e per motivo della nebbia, sino verso le 10 a.m. fummo ignari delle sue nuove posizioni - Verso quell'ora alfine si scorse - occupando le forti posizioni di Taquar.
Io sono certo: la sagace manovra del nemico, non manc di cagionare cordoglio nel nobile cuore del capo della Republica. Ma non v'era rimedio. Egli avea perduto una splendida occasione di rovinare l'impero, e probabilmente assicurare il trionfo del suo paese.
Poco dopo, ebbesi notizia: passare la cavalleria nemica il fiume Taquar, coadjuvata dalla squadra imperiale - Il nemico era dunque in ritirata, e bisognava attaccarlo in coda nel suo passaggio - In ci non titub il nostro generale - Marciammo dunque risolutamente alla battaglia -
La cavalleria nemica, avea bens passato il fiume ajutata in quel passaggio da vari legni imperiali, ma la fanteria era rimasta tutta sulla sponda sinistra, in forti posizioni, protetta da bastimenti da guerra, da un bosco d'alto fusto foltissimo.
La seconda nostra brigata di fanteria, composta dal terzo e dal secondo battaglione, era destinata ad iniziare l'attacco. Essa caric con tutta la bravura possibile - ma il numero dei nemici era soverchiamente superiore - ed i nostri coraggiosi militi dopo d'aver fatto dei prodigi di valore - furono obligati di ritirarsi, sostenuti dalla prima brigata, composta del 1 battaglione, della marina - e degli artiglieri senza cannoni.
Tremendo fu quel combattimento di fanteria nel bosco, ove il frastuono delle fucilate e dei rami infranti - tra densissimo fumo - somigliava ad infernale tempesta - Non meno di cinquecento d'ambo i lati fu la perdita tra morti, e feriti - I cadaveri dei valorosi Republicani, furon trovati sino sulla sponda del fiume - ove avevano impetuosamente bajonettatto il nemico - ma per sventura, senza risultato, e senza profito, fu tanta prodezza - poich, soperchiata la seconda brigata da forze molto superiori - ed obligata a ritirarsi, si sospese il conflitto.
Giunta la notte, il nemico pot liberamente ultimare il suo passaggio sulla sponda destra del Taquary.
Tra le brillanti qualit del generale Bento Gonales, molti notavano il difetto d'irresolutezza - origine dei disastrosi successi delle sue operazioni - ed avrebbero creduto meglio: impegnando una brigata di fanteria sproporzionatamente debole a petto d'un nemico s numeroso; cio: uno contro sei almeno; che si avesse dovuto complettar l'attacco - lanciandovi la prima brigata, e quanta cavalleria armata di carabine, trovavasi nell'esercito nostro.
Io giudico nello stesso modo: che quando si sta iniziando un'attacco - vi si deve ponderatamente riflettere; ma una volta deciso - vi si deve impegnare ogni forza disponibile - sino alle ultime riserve - A meno, che non sia una ricognizione - cio attaccare il nemico, fingendo d'impiegarvi tutte le forze - e quando riconosciuto, o riconosciute le sue posizioni, ed il suo numero - obligandolo di metterlo in evidenza - ripigliar allora le proprie posizioni - In tal caso da parte nostra - abbiamo eseguito una semplice ricognizione - bisogna per star sempre pronti a respingere un'attacco vero del nemico - Un attacco generale, poteva veramente darci una brillante vittoria - se facendo perder piede al nemico lo precipitavamo nel fiume. Egli certamente trovavasi in condizione di timore per l'atto d'esser da noi perseguito nella sua ritirata - e forse, non difettava di probabilit di riuscita - il lanciar tutte le forze all'assalto.
Il Generale in capo cred bene di non avventurare una generale battaglia - e la totalit d'una fanteria, unica che possedeva la Republica -
Egli senza dubbio si pent: di non aver dato battaglia il giorno antecedente - in cui i suoi militi tutti, in campo aperto avrebbero operato miracoli - Il fatto sta: che una vera perdita, fu quel conflitto per noi - non avendo come supplire alla perdita di circa la met de' nostri prodi fanti - quando per il nemico la perdita di cinque cento uomini di fanteria era insignificante.
Il nemico rimase sulla sponda destra del Taquary - e perci quasi totalmente padrone della campagna - Noi ripresimo la strada di Porto-Alegre per ricominciare l'assedio.
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Le condizioni della Republica avevano alquanto peggiorato, ripassammo a S. Leopoldo, alla Settembrina, quindi a Malacara nell'antico campo.
NOTA: Settembrina, nome d'un villagio vicino a Porto-Alegre nominato cos dai Republicani, in onore del mese in cui fu proclamata la Republica. FINE NOTA.
Di l a pochi giorni cambiossi il campamento a Bellavista, posizione pi vicina a la Laguna de los Patos verso Greco da quella di Malacara. Nello stesso tempo il Generale Bento Gonales ide altra operazione, il di cui risultato, se felice, poteva migliorare d'assai lo stato degli affari nostri.
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CAPITOLO 26.
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Spedizione del Nord.
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Il nemico con motivo delle sue escursioni nella campagna - avea sguarnito alquanto di fanteria le sue piazze forti, S. Joz do Nord, trovavasi in quel caso.
Quella piazza situata sulla sponda settentrionale dell'imboccatura della Laguna de los Patos n'era una delle chiavi, ed il suo possesso, ed il suo possesso avrebbe potuto cambiare la faccia delle cose; l'utile principale da ricavarne erano: vettovaglie d'ogni specie, armi e munizioni.
La gente nostra trovavasi in miserabilissimo stato - e l anche poteva vestirsi, e provveddersi d'ogni utile cosa.
Quel punto poi, era non solo importantissimo, come dominante l'entrata della Laguna, unico porto della provincia - ma eravvi da quella parte - l'Atalaya - cio l'albero dei segnali per i bastimenti, a cui indicava la profondit delle acque, nella barra (foce).
Sventuratamente successe in questa spedizione, lo stesso che in Taquary: Portata l'impresa colla maggior sagacia e segretezza, sino vicino ad ultimarla - se ne perdette il frutto intieramente, per non agiungere l'ultimo colpo.
Una marcia continua di otto giorni - a non meno di 25 miglia al giorno - ci mise, inaspettatti, sotto le trincee della piazza.
Era una di quelle notti d'inverno, in cui un ricovero ed un po' di fuoco  una vera fortuna - ed i poveri militi della libert laceri ed affamati - colle membra intrise dal freddo - esposti a fitta pioggia di tempestoso diluvio che ci avea accompagnato in tutta la marcia - avanzavansi silenziosi ed intrepidi contro i forti e le mura guarnite di sentinelle.
A poca distanza eransi lasciati i cavalli, sotto la custodia d'uno squadrone di cavalleria e ciascuno rotolando i miseri cenci, preparavasi all'assalto che doveva aver luogo al primo "chi va l" delle sentinelle.
I militi della Republica assalirono quelle mura come lo avrebbero potuto eseguire i primi soldati del mondo - Pochi furono i tiri d'artiglieria e di moschetteria del nemico - poca la resistenza sulle mura ed i nostri montando sulle spalle l'uno dell'altro - in poco tempo furon nell'interno della piazza.
Alcuna resistenza di pi, fecero i quattro forti che dominavano la trincea. A 1 ora dopo mezzanote principi l'attacco, ed alle 2 erimo padroni della trincea e di tre forti - con perdite relativamente indifferenti - e senza aver sparato un tiro da parte nostra.
In potere delle trincee, di tre forti su quattro, e tutti dentro della citt - sembrava impossibile, non dovessimo rimanerne padroni - Eppure!... anche questa volta si doveva aver la peggio!
La stella della Republica tramontava - e la fortuna era nemica al Duce nostro.
Trovandosi dentro la citt, i militi nostri - affamati e cenciosi - credettero altro non vi fosse da fare; che mangiar bene, bever meglio - vestirsi - e depredare - La maggior parte quindi, si dispersero coll'idea del saccheggio.
Intanto rinvenuti dalla sorpresa - rannodaronsi gl'imperiali in un forte quartiere, e fecero testa, in numero d'alcune migliaja - Li assalimmo, e ci respinsero - Cercavansi i nostri militi per rinnovare gli attacchi, e non si trovavano - o se s'incontravano, erano carchi di bottino, ebbri, e senza volont di rischiar la vita - essendo divenuti ricchi - Parte di loro avean danneggiato i fucili servendosene per abbatter le porte delle case, e negozi che volevano depredare - altri li avevano senza pietre focaje che avevano perdute.
Il nemico da parte sua, non perdeva tempo: vari legni da guerra che si trovavano nel porto, presero posizione infilando le strade da noi occupate - giacch il paese era proprio edificato sulla sponda del lago.
Dal Rio-grande del Sud che si trovava a poche miglia sull'altra sponda, mandarono soccorsi di truppe; ed il forte unico, che noi avevimo trascurato di occupare, fu occupato dai nemici.
Il forte maggiore dei quattro, detto Imperiale - da noi assaltato e conquistato nella notte - e che trovavasi dominante nel centro della linea di trincee, la di cui possessione era importantissima, fu inutilizzato da un'esplosione terribile delle polveri, che ci ammazz e fer molta gente -
Io ricordo sempre - non era ben chiaro ancora, nella mattina - quando successe la catastrofe - ricordo dico: d'aver veduti i nostri uomini, che occupavano quel forte, scaraventati nell'aria come lucciole - accesi dall'incendio delle vestimenta e gettatti sul suolo orribilmente mutilati -
Infine il pi glorioso dei trionfi, cambiossi verso mezzogiorno, in una vergognosa ritirata - quasi una fuga -
I buoni, in pochi che aveano sostenuto il combattimento sino alla fine - piangevano dalla rabbia, e dal dispetto - La nostra perdita fu comparativamente immensa - Da quel giorno la nostra fiera fanteria di liberti divenne uno schelettro.
Poca cavalleria era venuta alla spedizione, e valse a proteggere la ritirata - La divisione marci ai suoi allogiamenti di Bella-vista, ed io rimasi colle reliquie della Marina, in S. Simon - stabilimento situato sulla sponda della Laguna de los Patos.
La Marina era ridotta ad una quarantina d'individui tra Ufficiali e militi.
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CAPITOLO 27.
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Invernata e preparazione di canoe.
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Nell'emisfero meridionale - gi si sa - l'inverno succede nei mesi in cui noi - nel nostro - abbiamo la state - e dagli abitanti dicevasi inverno rigido - quello - e ci sembrava tanto pi tale - che tutti ci trovavamo sprovvisti di vestimenta, e nell'impossibilitato di rimediare alla mancanza -
Il motivo della nostra permanenza in S. Simon, fu per regolarvi alcune canoe (specie d'imbarcazioni fatte d'un sol albero, di cui si scava la parte interna) ed aprire le comunicazioni coll'altra parte del Lago - Ma in vari mesi, ch'io stetti in quel punto, non apparvero mai le canoe - e perci nulla si fece, di quanto s'era ideato.
In luogo di barche, quindi, noi ci occupammo di cavalli - essendovi dei puledri in quantit, in quel sito - abandonato da vari mesi dai proprietari che appartenevano al partito imperiale. Quei puledri servirono per fare de' miei marinari, altretanti cavalieri - ed alcuni anche, malamente, domavano cavalli -
, S. Simon, un bellissimo e spaziosissimo feudo bench, allora distrutto ed abbandonato - e credo era propriet d'un conte dello stesso nome, esule o i di cui eredi erano esuli, per diversit d'opinione dalla dominante Republicana.
Non essendovi padroni, e quelli essendo avversari, noi facevamo da padroni in quel luogo - La padronanza nostra per, consisteva di servirsi degli animali del feudo per alimento - non avendo altro - e di divertirci a domar poledri - In quel tempo (16 settembre 1840) la mia Anita ebbe il suo primo nato - Menotti, la di cui esistenza era un vero miracolo - poich nel decorso della gravidanza, la coraggiosissima donna avea assistito a molte pugne, sopportate molte privazioni e disagi - ed una caduta da cavallo, per cui nacque il bambino, con una ammacatura nella testa.
Anita partor in casa d'un abitante di quella campagna, nelle vicinanze d'un piccolo villagio chiamato Mustarda - ed ebbe tutte le cure, immaginabili da codesta generosissima famiglia per nome Costa. Io sar riconoscente a quella buona gente tutta la vita.
Ben valsa alla mia buona consorte trovarsi in quella casa - poich le miserie che si pativano allora nel nostro esercito - erano giunte al colmo - e certo io non avevo come regalare la mia cara partoriente, ed il mio bambino, con un solo fazzoletto.
Mi decisi, per assistere i miei cari con alcuni panni, a fare un viaggio alla Settembrina, quel villagio che prima chiamavasi Viamo (Vidi la mano) perch da quel punto vedevansi i cinque fiumi che formano il Rio-grande. ove alcuni amici, massime  l'eccellente Blingini, mi avrebbero sovvenuto di qualche cosa.
In conseguenza - mi misi in viaggio, attraverso le inondate campagne, di quella parte tutta alluvionale della provincia - ove per giorni intieri, io viaggiava, con acqua sino alla pancia del cavallo.
Passai nella Rossa Velha (vecchio campo coltivato) ove incontrai il Capitano Massimo dei lancieri liberti, il quale mi accolse da vero e generoso compagno. Egli era stato preposto, con un distaccamento dei suoi militi, alla custodia delle cavalladas - (cavalli di riserva) in quelli eccellenti pascoli -
Giunsi in quella localit di sera, con forte pioggia - vi passai la notte - ed all'alba dell'altro giorno - essendo anche maggiore, mi rimisi in viaggio - contrariamente al parere del buon Capitano, che voleva fermarmi per aspettare tempo migliore.
Premevami troppo la mia missione, per diferirla, e mi avventurai nuovamente in quel diluvio di inondazioni.
Alla distanza d'alcune miglia - udii delle fucilate dalla parte da dove ero partito - mi nacque alcun sospetto, ma non potevo far altro che proseguire.
Arrivai alla Settembrina - comprai alcune cosarelle di panni - e mi avviai nuovamente verso S. Simon -
Nel ripassare alla Rossa Velha, seppi la causa delle fucilate, ed il tristissimo caso accaduto al Capitano Massimo, ed ai suoi bravi liberti - subito dopo la mia partenza da quella casa.
Moringue (quello stesso che mi sorprese in Camacuan) aveva sorpreso il Capitano Massimo - e dopo una difesa disperata di quel prode ufficiale coi suoi lancieri, era pervenuto ad ucciderli quasi tutti.
I migliori cavalli erano stati imbarcati ed inviati a Porto-Alegre - ed i men buoni uccisi tutti - I nemici avevano eseguito l'impresa con legni da guerra, e fanteria - quindi rimbarcati i fanti - s'eran diretti per terra, colla cavalleria verso il Rio-grande del Nord, sbaragliando tutte le piccole forze Republicane, che trovavansi sparse su quel territorio - o spaventandole.
Tra quelle trovavansi i miei pochi marini, che furono obligati di abbandonare la loro posizione e cercare rifugio nella foresta - essendo il nemico troppo numeroso per loro.
Anche alla mia povera Anita - a dodici giorni di parto - tocc di fuggire, col suo pargolo sul davanti della sella - affrontando tempi tempestosi - Io non trovai pi la mia gente, e la famiglia al mio ritorno in S. Simon - e fui obligato di rintracciarli nell'orlo d'una selva - ove soggiornavano ancora, quando li trovai, non avendo notizie esatte del nemico.
Tornammo in S. Simon, e vi stettimo qualche tempo ancora - quindi cambiammo stanza - e la stabilimmo sulla sponda sinistra del fiume Capivari - Cotesto fiume,  formato dai differenti scoli - dei vari laghi che guarniscono la parte settentrionale della provincia del Rio-grande, tra la costa dell'Atlantico, ed il versante orientale della catena do Espinasso - Esso prende il suo nome dalla Capivara, specie di majale anfibio, molto comune nei fiumi dell'America meridionale.
Dal Capivari, e dal Sangrador do Abreu (Sangrador  un canale che serve di veicolo, tra una palude, ed un lago o fiume ove avevimo potuto ottenere e regolare due canoe) fecimo alcuni viaggi - alla costa occidentale della Laguna dos Patos - trasportando gente e comunicazioni 
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CAPITOLO 28.
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Ritirata disastrosa per la Serra.
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Intanto la situazione dell'esercito Repubblicano peggiorava - ogni d le urgenze erano maggiori - e maggiori le difficolt di soddisfarle - I due combattimenti di Taquary e Nord - avevano scemato talmente il numero della fanteria - che i battaglioni erano diventati schelettri - I soverchi bisogni, generavano il malcontento - questo la diserzione -
Le popolazioni, siccome succede nelle guerre lunghe, si stancavano, e si ammorbavano d'indifferentismo - coll'alternare del passaggio, e delle esigenze delle forze d'ambe le parti -
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In tale stato di cose, gl'imperiali fecero delle proposte d'accomodamento - che abbench vantaggiose, considerando le circostanze in cui si trovavano i Repubblicani, non furono accettate, e respinte con alterigia, dalla parte pi generosa dell'Esercito - Tale rifiuto per, acrebbe il malcontento, nella parte pi transigente e stanca -
Infine l'abbandono dell'assedio della Capitale, e la ritirata furono decisi -
La divisione Canabarro, di cui faceva parte la Marina, doveva principiare il movimento, e sgombrare i passi della Serra, occupati dal generale nemico Labattue - francese al servizio dell'impero - Bento Gonales col resto dell'esercito marcerebbe in seguito, coprendo il movimento -
In questo tempo mor il nostro Rossetti - irreparabile perdita! Rimasto colla guarnigione Republicana della Settembrina, che doveva marciare ultima, quella gente fu sorpresa dal famoso Moringue divenuto l'incubo dei Republicani - e per in quella sorpresa l'incomparabile Italiano, combattendo valorosamente -
Caduto da cavallo - ferito - le fu imposto d'arrendersi - egli rispose a sciabolate, e vend caramente una vita - ben preziosa all'Italia!
Non v' un angolo della terra, ove non biancheggiano l'ossa d'un Italiano generoso! E l'Italia li scorda! Essa si occupa di comprar delle isole per formar dei penitenzari.
Essa, vezzeggia la compassione dei Potenti, per riabilitar le sue membra e costituirsi "del non suo ferro cinta" plaudendo ai suoi governanti che la prostituiscono! Essa amoreggia oggi coll'idra sacerdotale, e la lecca, l'accarezza, supplicandola genuflessa - acci le mantenga i suoi figli nell'ignoranza, e nell'abbrutimento! - chiamando l'atto sudicio, infame! garanzie!
Ed essa scorda..... coloro che fecero bello il suo nome nel nuovo mondo! In tutte le contrade del mondo! Essa!...... ne sentir la mancanza, nel giorno, in cui vorr sollevarsi sui cadaveri de' corvi che la divorano!
L'impresa ritirata, nell'invernale stagione fra i dirupi delle montagne, e con pioggie quasi continue - fu la pi disagiata e terribile ch'io m'abbia veduto mai.
Noi conducevamo per tutta provvista, alcune vacche a capestro - non trovandosi animali nell'ardui sentieri che dovevamo percorrere, dalle pioggie impraticabili.
I numerosi fiumi della Serra, gonfi oltremodo, capovolgevano gente, animali, e bagagli - Si marciava con pioggia, e senza alimento - Accampavasi, senza alimento e con pioggia.
Tra un torrente e l'altro - coloro a cui era toccato di rimanere vicini alle disgraziatissime vacche avevano carne - e gli altri nulla! Massime la povera fanteria trovossi in tremendo conflitto, mancando anche di carne cavallina, di cui facevano uso i cavalieri a difetto d'altra.
In quei paesi ove si mangia sola carne, e la carne  acquistata col cavallo e col laccio, si capisce che sola la cavalleria trovasi nell'abbondanza in tempo di carestia e la fanteria spesso patisce la fame.
Furonvi scene da inorridire!! Molte donne - com' uso in quei paesi accompagnavano l'esercito - e non mancavano d'esser utili, impiegate alla conduzione delle cavalladas, che eseguivano a cavallo - essendo esse molto pratiche in tale esercizio - Colle donne v'erano naturalmente dei bambini d'ogni et - Pochi bambini dell'et pi tenera - uscirono dalla foresta! - Alcuni pochi furono raccolti da cavalieri - giacch pochi cavalli si salvarono - e molte madri pure, rimasero morte o morenti di fame di disagio e di freddo!!!
Vi sono foreste nella parte bassa della provincia - ove il clima  quasi tropicale - ed in cui si trovano in abbondanza frutta selvaggie, ma buone e nutritive - come la guayaba, l'arassa ecc. ma nelle selve dell'alta serra, ove ci erimo inoltrati - non si trovano tali frutta - ed apena trovansi foglie di Taquara (canne grossissime) alimento insufficiente per animali; e che non valse a salvarmi due muli che portavano il mio povero bagaglio Anita abbrivvidiva all'idea di perdere il nostro Menotti, che salvammo per un miracolo!
Si osservi: che con moglie e bambino ero stato obligato di provvedermi d'una tenda e poco bagaglio.
Nel pi arduo della strada, ed al passo dei torrenti io portavo il mio caro figlio di tre mesi, in un fazzoletto a tracollo, procurando di riscaldarmelo al seno, e coll'alito.
D'una dodicina d'animali di mia propriet, che con me, entrarono nella foresta - tra cavalli, e muli, parte da sella, ed altri da bagagli - con due cavalli, e due muli, erimo rimasti - Il resto stanchi, erano stati abbandonati -
I pratici, per colmo di sventura, avevano sbagliato la piccada (sentiero tagliato nella foresta), e quello fu uno dei motivi, che s difficilmente, ci fece varcare quella terribile selva de las Antas (Anta  una belva che mi dissero somigliarsi all'asino, inoffensiva - la di cui carne  squisita, ed il cuojo serve a molti forti ed eleganti lavori - Io ho veduto il cuojo - mai l'animale)
Siccome, pi si procedeva avanti - non trovavasi mai la fine della piccada - io rimasi nella selva coi due muli, che pure si stancarono - e mandai Anita col mio assistente, ed il bambino - acciocch alternando i due cavalli che ci rimanevano - essa procurasse di uscire al chiaro - cio fuori della foresta, ove trovare alcuni alimenti per essa, e per il pargoletto.
I due cavalli che alternativamente portavano Anita, ed il coraggio sublime di quella valorosa mia compagna, salvaronmi ciocch di pi caro io avevo nella vita - Essa giunse fuori della piccada, e per fortuna vi trov alcuni de' miei militi con un fuoco acceso - cosa, che non sempre poteva ottenersi, per la continuazione della pioggia a diluvio - e la povera condizione a cui erimo ridotti -
I miei compagni a cui era riuscito d'asciugare alcuni cenci - presero il bambino che tutti amavano - l'involsero, lo riscaldarono, e lo tornarono in vita - quando la povera madre, gi poco sperava di quella tenera esistenza -
Essi, con amorevolissima sollecitudine - procurarono, quei buoni militi, di cercare alcuni alimenti - coi quali ristaurossi la cara mia donna, e pot allattare il mio primo nato!
Io faticai invano per salvare i muli - Rimasto con quelle spossate bestie - tagliai loro, quanto mi fu possibile, delle foglie di canne per alimentarli - ma non mi valse - fui obligato di abbandonarle - e cercare d'uscir io pure dalla foresta, a piedi, ed affamato -
Ai nove giorni, dalla nostra entrata - apena trovavasi fuori della piccada, la coda della divisione - e pochissimi cavalli d'ufficiali eransi potuti salvare.
Il generale Labattue che ci aveva preceduti fuggendo, avea lasciato nella stessa selva de las Antas alcune artiglierie, che per mancanza di mezzi, non potemmo trasportare, e rimasero sepolte in quelle spelonche - chi sa per quanto tempo -
I temporali sembravano star di casa nella selva suddetta - poich usciti nei campi dell'alti-piano - in Cima de Serra, noi trovammo dei tempi bellissimi - e vi trovammo pure, per noi preziosissimi come alimento, degli animali bovini - Dimodocch si dimenticarono alquanto i disagi passati -
Entrammo quindi nel dipartimento di Vaccaria ove permanemmo alcuni giorni - per aspettare il corpo di Bento Gonales, che ci giungeva frazionato ed assai malconcio.
L'infaticabile Moringues, informato della ritirata, erasi messo alla retroguardia di codesto corpo - incomodandone la marcia in ogni modo - coadjuvato dai montanari, sempre accanitamente ostili ai Republicani.
Tuttoci diede al Labattue, tutto il tempo necessario per la sua ritirata e giunzione al grosso dell'esercito imperiale - Vi giunse per quasi senza gente, per motivo delle diserzioni, cagionate da forzate marcie, e le stesse privazioni, e disagi da noi sofferti -
Accade di pi al generale Francese, uno di quelli incidenti - ch'io narrer per la natura sua straordinaria -
Dovendo Labattue varcar nel suo cammino, i due boschi conosciuti col nome: di Mattos (bosco o selva) Portoghez e Castellano - trovavansi in quei dintorni alcune trib d'indigeni selvaggi, chiamati Bugre delle pi feroci che si conoscono nel Brasile - esse sapendo del passaggio degl'imperiali, li assalirono in varie imboscate della macchia, e ne fecero strage; facendo sapere nello stesso tempo al generale Canabarro, ch'essi erano amici dei Republicani; e veramente nel nostro transito per le loro selve, nessun disturbo ci cagionarono -
Vidimo per i loro foge (buchi profondi, ricoperti accuratamente con delle zole - nei quali si precipita l'incauto viandante - e profitano i selvaggi del suo inciampo per assalirlo) - Per noi, nessuno di quei buchi per, era coperto, e le formidabili barricate d'alberi, innalzate lateralmente al sentiero da dove colpiscono i passeggieri con dardi e frecce - erano sguarnite -
In quei medesimi giorni, compar, fuori della foresta, una donna - rubata nella sua giovinezza dai selvaggi, in una casa della Vaccaria - Essa profit in detta occasione, della vicinanza nostra per salvarsi - Era quella poverina in una condizione ben deplorabile -
Non avendo noi, nemici da fuggire, n da perseguire, in quelle alte regioni, procedevamo nelle nostre marcie con  lentezza - mancanti quasi totalmente di cavalli - ed obligati di domare, cammin facendo, alcuni poledri che si trovavano dispersi in quei campi -
Il corpo dei lancieri liberti, rimasto intieramente smontato, fu obligati di rifare le sue cavalcature con poledri -
Era bel vedere allora - quasi ogni giorno - una moltitudine di quei giovani e robusti neri, tutti domatori, lanciarsi sul dosso dei selvaggi corsieri, e tempestare per la campagna - montonando prima - facendo il bruto ogni sforzo per sbarazzarsi del suo carico e scaraventarlo a gambe all'aria lontano - l'uomo ammirabile di destrezza, di forza, di coraggio, inforcarsi siccome tanaglia - battere, spingere, e domare infine il superbo figlio del deserto - che come saetta parte finalmente, quando conscio della superiorit del dominatore che lo cavalca, e divora in pochi momenti uno spazio immenso - per ritornare colla velocit stessa, anelante e grondante di sudore -
In quella parte dell'America, il puledro giunge dal campo, si laccia, si sella, imbrigliasi, e senz'altre disposizioni,  cavalcato dal domatore a campo aperto - L'esercizio ha luogo, generalmente varie volte nella settimana - ed in pochi giorni  capace di ricevere il morso - Anche i pi renitenti, riescono cos, famosi cavalli in alcuni mesi - Difficilmente per sortono ben domati da' soldati nelle marcie - ove non ponno avere il comodo, la cura, e massime il riposo necessario per ben formarsi -
Passati i Mattos Portoghez e Castellano - scendemmo nella provincia di Missiones, dirigendosi sopra Cruz-alta, capoluogo di detta piccola cittadina su d'un altipiano, ben costrutta ed in bellissima posizione - siccome bella, e tutta quella parte dello Stato Rio-grandense -
Da Cruz-alta, marciammo a S. Gabriel, ove si stabil il quartier generale, e si costrussero baracconi per il campamento dell'esercito.
Io pure, vi costrussi una capanna, e vi passai alcun tempo colla famigliuola -
Sei anni per, d'una vita di disagi e di privazioni - lontano dal consorzio delle mie relazioni antiche, e dei parenti - di cui ignoravo assolutamente la sorte, per l'isolamento in cui avevo vissuto, e l'impossibilit d'aver di loro notizie - essendo lontano da qualunque porto di mare - mi fecero nascere il desiderio di riavicinarmi ad un punto - ove poter sapere qualche cosa de' miei genitori - il di cui affetto, avevo potuto conculcare nella foga delle avventure - ma che vivamente sussisteva nell'anima mia -
Poi, abbisognavo provvedermi di tante cose - la di cui necessit, non avevo sentito sino allora, per me stesso - ma che diventavano indispensabili per la mia donna ed il mio bambino -
Mi decisi adunque di passare a Montevideo, temporariamente - ne chiesi il permesso al presidente che me lo concesse - e col permesso del viaggio - ebbi pure quello di fare una piccola truppa di bovini, per poter far fronte alle spese -
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CAPITOLO 29.
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Montevideo.
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Eccomi dunque truppiere cio condottore di bovi -
In una Estancia chiamata del Corral de Pedras - coll'autorizzazione del ministro delle finanze - mi riesc riunire, in una ventina di giorni, circa novecento animali - con indicibile fatica, e con maggior fatica ancora, condurli a Montevideo - ove, non dovevo giungere colla truppa di bovi - ma bens con circa trecento cuoja degli stessi -
Ostacoli insuperabili, mi si presentarono nella via - e pi di tutti il traboccante Rio-Negro, ove mancai di perdere il mio capitale quasi intiero -
Dal fiume, dalla mia imperizia in quella classe di mestiere, e dalla furfanteria di certi mercenari, che avevo assoldato per la conduzione del bestiame - io, apena potei far passare il Rio-Negro a circa cinquecento animali - che per la lunga strada, poco cibo, e strapazzi nei passaggi dei fiumi, furon giudicati incapaci di giungere a Montevideo.
Fu deciso, in conseguenza di cuerear (ammazzare per toglier le cuoja, e lasciare la carne ai corvi) e cos si fece - non essendovi altro modo, per poter salvare qualche cosa -
Si osservi: che quando qualcheduno di quei poveri animali si stancava - io ero obligato di venderlo - e per grazie ne ricavavo uno scudo - Infine - dopo d'aver  passato indescrivibili incomodi, freddi, e dispiaceri, per lo spazio d'una cinquantina di giorni - giunsi a Montevideo con poche cuoja - risultanti dai miei novecento bovi - dalle quali ritrassi poche centinaja di scudi - che apena servironmi per scarsamente vestire la famiglia, e due miei compagni -
Riparai in Montevideo in casa dell'amico mio Napoleone Castellini alle di cui gentilezze, e della moglie io devo molti riguardi - e passai qualche tempo nella di lui casa -
Avevo famiglia, esausti i mezzi - era quindi necessario procacciar l'esistenza di tre individui - e d'un modo indipendente - Il pane altrui mi  sempre sembrato amaro - e pur troppo nella mia vita piena di peripezie - sovente ho avuto bisogno d'un amico, che per mia fortuna, mai mi  mancato.
Due occupazioni, di poco prodotto veramente - ma che servirono all'alimento - io assunsi fratanto, e furono quella di sensale mercantile; ed alcune lezioni di Matematiche, date nell'istituto dello stimabile istitutore Sig. Paolo Semidei.
Io ricordo con affetto e gratitudine di quell'epoca, la generosa amicizia di GiovanBattista Cuneo, invariabile amico di tutta la vita, dei Fratelli Antonini e Giovanni Risso.
Tal genere di vita dur sino al mio impiego nella Squadra Orientale (cio di Montevideo) -
La quistione Rio-grandense, incamminavasi verso un accomodamento - ed Anzani, ch'io avevo lasciato al comando delle poche forze da me comandate in quella Republica - ritiravasi - e mi scriveva: che nulla pi v'era da fare in quel paese.
La Repubblica di Montevideo mi offr ben presto occupazioni - Mi fu offerto, e lo accettai, il comando della corvetta da guerra Costituzione di 18 pezzi - La Squadra Orientale era comandata dal collonnello Cohe, Americano - e quello di Buenos-Ayres, dal generale Brown, Inglese -
Alcuni combattimenti di mare, avevano avuto luogo, ma con risultati di poco momento.
Contemporaneamente era stato incaricato del ministero della guerra della Repubblica un certo Vidal, d'infausta e dispregevole memoria - Uno dei primi e sciagurati pensieri di quell'uomo, fu di togliersi il fastidio della squadra, che diceva molto onerosa allo stato, ed inutile - quella squadra, che immense somme avea costato alla Repubblica, e che fomentata, siccome potevasi allora, e ben diretta, avrebbe potuto costituire una preminenza marcata nel fiume della Plata - senza di cui, Montevideo non sarebbe mai sortita dallo stato di mancipia di Buenos-Ayres, e peggio ancora dell'allora suo tiranno.
All'incontro la squadra di Montevideo, fu intieramente annientata dall'imbecille perversit del ministro suddetto - vendendosene i legni, a vergognosi prezzi, e dilapidandosene i materiali.
Per complettare l'opera di distruzione - io fui destinato ad una spedizione, il di cui risultato - altro non poteva essere: che la perdizione dei legni da me comandati.
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CAPITOLO 30.
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Comando la squadra di Montevideo. combattimenti nei fiumi.
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Colla corvetta Costituzione di 18 pezzi, il brigantino Pereira con due culisse (rotatori) da 18, ed un trasporto, goletta Procida, io fui destinato a Corrientes, provincia alleata, per coadjuvarla, nelle sue operazioni di guerra, contro le forze di Rosas - tiranno di Buenos-Ayres - V'era anche il motivo, od il pretesto di portar delle munizioni in quella provincia -
Dar un piccolo cenno, sulla nuova guerra, a cui, io mi accingevo a prender parte -
Trovavasi la Republica Orientale dell'Uruguay - cos chiamata, per trovarsi veramente sulla sinistra sponda di detto fiume - e di cui, Montevideo  capitale - Trovavasi dico: siccome la maggior parte delle Republiche dell'America meridionale, in quello stato di guerra civile - la di cui quasi perenne durata - forma il maggior inciampo al progresso di cui  suscettibile - codesta splendida parte del mondo - certo non seconda a nessun'altra, per ogni naturale ricchezza -
E la cagione delle intestine discordie, era allora la pretensione alla presidenza della Repubblica dei due generali Fruttuoso Rivera, e Manuel Ourives -
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Rivera pi felice, da principio, pervenne, dopo varie vittorie a cacciarne Ourives - e s'impadron del potere occupato da quello - L'altro cacciato, si rifugg a Buenos-Ayres, ove Rosas lo accolse, assieme agli emigrati orientali, e se ne serv contro i propri nemici, capitanati allora dal generale Lavalle - i quali nemici chiamavansi Unitari - mentre il partito di Rosas era chiamato Federale -
Vinto Lavalle, il feroce ex-presidente di Montevideo, si accinse a riacquistare la perduta potest del suo paese - e trovava in ci, Rosas la pi dilettevole lusinga alle sue mire - cio la finale distruzione degli Unitari suoi mortali nemici, il di cui ultimo ricovero era Montevideo - e di pi l'abassamento d'una Republica vicina, rivale, che le disputava la supremazia dell'immenso fiume - spingendo in seno della stessa i pi accaniti e formidabili elementi di tremenda guerra civile -
Al tempo della mia partenza da Montevideo, ed entrata nel fiume - trovavasi l'esercito Orientale in S. Jos dell'Uruguay, e quello d'Ourives alla Capitale della provincia d'Entre-Rios-Bajada - preparandosi ambi ad una decisiva battaglia -
L'esercito Correntino disponevasi di riunirsi all'Orientale - Io dovevo rimontare il Paran sino a Corrientes - percorrere uno spazio di pi di seicento miglia, tra due sponde nemiche - ove, non avrei potuto aprodare, senonch nell'isole, e nelle coste deserte -
Partito da Montevideo coi tre legni suddetti, ebbi da sostenere un primo combattimento contro le batterie dell'isola di Martin Garcia, isola che comanda il fiume, verso il confluente dell'Uruguay col Paran, d'un'altezza considerevole e dalla quale bisogna passare vicino, non essendovi altri canali pi lontani, adequati per bastimenti grandi. Ebbi alcuni morti, e feriti in quel primo conflitto, e passai oltre. Perdetti un ufficiale Italiano di molto valore in quella pugna, per nome Pocaroba di Genova. Ebbe la testa portata via da una palla di cannone.
A tre miglia da Martin Garcia, arenammo colla Costituzione, e disgraziatamente in tempo che la marea bassava, dimodocch immensa fatica ci cost il poterla rimettere a nuoto - e grazie a molta risoluzione ed energia da parte  di tutti - ufficiali e marini, non fu perduta in quella circostanza la nostra flottiglia.
Mentre occupati a trasbordare gli oggetti di peso, sulla Procida, comparve la squadra nemica, dall'altra parte dell'Isola, avanzandosi a piene vele, e vento favorevole su di noi, con sette legni - La Costituzione era arenata circa tre piedi, e priva de' suoi principali cannoni, ammonticchiati sulla piccola Procida.
Era veramente una terribile situazione quella per me - La Procida complettamente inutile - la Costituzione pi inutile ancora - e non rimanevami senonch il brigantino Pereira, il di cui coraggiosissimo Comandante trovavasi vicino a me, colla maggior parte del suo equipaggio, ajutandoci nei nostri lavori -
Intanto il nemico procedeva superbo, alla vista, ed alle acclamazioni delle truppe dell'isola - sicurissimo della vittoria, con sette forti legni da guerra - e noi rimasti con uno solo disponibile, e debole -
Il mio animo non era dato alla disperazione - ciocch mai mi  succeduto - ma lascio all'altrui sagacia il figurarsi lo stato mio - Non si trattava della vita sola, di cui poco m'importavo in quei momenti - ma, bench fosse forza d'imprevisti e fatali avvenimenti - anche morendo, difficilmente si salvava l'onore, poich impossibile, era di combattere, nelle condizioni nostre - La fortuna anche questa volta, stese la sua mano potente e protettrice sul mio destino - e non ci voleva altro che un colpo della sua ruota -
Il legno ammiraglio del nemico, il Belgrano, aren! ed aren pure nelle vicinanze dell'isola, a circa due tiri di cannone da noi - e fummo salvi!
Il contratempo del nemico, aument l'alacrit nostra - in poche ore galleggi la Costituzione - e ricevette nuovamente la batteria e tutto il materiale suo, trasbordato - "Le fortune siccome le disgrazie non arrivano sole" si dice volgarmente - ed in quella circostanza successe proprio cos -
Una nebbia foltissima caduta come per incanto - copr tutto - e ci favor grandemente - nascondendo al nemico la direzione nostra - Tale circostanza ci valse sommamente - poich quando il nemico termin per far galleggiare il Belgrano - ignorando la direzione nostra - prese a perseguirci nell'Uruguay, ove non erimo entrati - e perdete  cos molti giorni, pria di conoscere la vera nostra destinazione -
Intanto noi entravamo nel Paran coperti dalla nebbia, e favoriti dal vento - Io avevo la coscienza dell'impresa, certo, una delle pi ardue della mia vita -
In quel giorno stesso, il piacere di scampare ad imminente pericolo, ed il sollettico provato all'idea della grandezza dell'impresa - furonmi amareggiati dallo stupore, paura, e renitenza dei pratici, che sino a quel momento avean creduto dirigersi all'Uruguay - ove la sponda sinistra almeno era in potere dei nostri - mentre le due sponde del Paran erano assolutamente in potere di nemici formidabili quali Ourives alla sinistra sponda e Rosas alla destra -
Tutti i pratici allegarono non conoscere il Paran - e veramente, per ingannare il nemico - io avevo chiesto e trovato pratici dell'Uruguay - Essi, da quell'istante rinunziarono a qualunque responsabilit -
Della responsabilit, io poco m'importavo - abbisognavo d'un pratico comunque fosse - In conseguenza di molte indagini, seppesi: uno di loro, aver alcune cognizioni del fiume, ma tacerle per timore - La mia sciabola spian bentosto le difficolt - ed ebbimo un pratico -
Il vento favorevole ci port nella notte nelle vicinanze di S. Nicolas - primo paese Argentino, che s'incontra sulla sponda destra del fiume - Eranvi alcuni legni mercantili - noi avevimo bisogno di trasporti e di pratici - Una spedizione notturna coi palischermi ci procur una cosa e l'altra -
Erimo obligati ad usar di prepotenza: la posizione nostra delicata lo esigeva - Un Antonio Austriaco, che da molto tempo navigava nel Paran - cadette fra i prigionieri, e ci rese importanti servigi nel viaggio -
Procedendo verso la parte superiore del fiume - non ebbimo ostacoli, sino alla Bajada - capitale della provincia d'Entre-rios - ove trovavasi l'esercito d'Ourives -
Operammo nel transito alcuni sbarchi, per acquistare carne fresca, d'animali bovini, che ci venivano contestati dagli abitanti, e dalle truppe di cavalleria vigilanti la costa - Alcuni parziali combattimenti avevano luogo, per tal motivo, con vantaggi e perdite alternativamente -
In una di quelle pugne, ebbi la sensibilissima perdita, dell'ufficiale Italiano Vallerga, da Loano - giovine di sorprendente valore, e d'un genio che prometteva assaissimo - Egli era profondo Matematico - Un'altra croce... sulle ossa d'un figlio della sventurata nostra terra - perduto per una causa giusta  vero - ma che, come tanti altri, sperava di poter dare la vita al suo paese! -
Alla Bajada, ove Ourives avea il suo quartier generale, trovammo formidabili preparativi per riceverci - Ivi, affrontammo un combattimento, le di cui apparenze, nel principio mostravano, dover dare pi importanti risultati - ma il vento favorevole, e la distanza in cui potemmo passare dalle batterie nemiche ci lasciarono sfuggire anche in questa circostanza, a pericoli, che potevano esser assai pi dannosi - Vi fu un forte cannoneggiamento d'ambe le parti, con perdite insignificanti -
A las Conchas, alcune miglia sopra la Bajada operammo uno sbarco di notte - che ci diede - ad onta di forte resistenza del nemico - quattordici bovi -
I nostri pugnarono in quella occasione, con un valore sommo - e vi si distinsero sopra tutti il Vallerga, di cui gi feci cenno, e Battaglia domatore da cavalli -
Le artiglierie nemiche seguivano la costa - e profitando della circostanza del vento contrario, e della strettezza ci cannoneggiavano ove potevano con vantaggio - ed ove potevano ci fulminavano anche con moschetteria -
Nel Cerrito, posizione forte, sulla sponda sinistra del Paran, vi stabil il nemico una batteria di sei cannoni - Il vento era favorevole ma poco; ed in quel punto stesso per le tortuosit del fiume, ci dava in faccia - dimodocch dovemmo fare un traggito di circa due miglia, a tonneggio - cio portando ancorotti (piccole ancore) avanti, con lunghe alzane - e tirando sopra le stesse, a suono di tamburo, ed a passo di carica - procedendo cos a piccola velocit per esser forte la corrente contraria in siti stretti -
Per fortuna nostra, la batteria nemica, era troppo alta, e troppo vicina - sembrando sospesa sulla nostra testa - Cotesto combattimento fu brillante: La maggior parte della gente nostra, era destinata alle alzane, ed ai palischermi - il resto ai cannoni, e fucili - Combattevasi e si lavorava con alacrit grandissima - le pugne eran diventate giuoco - per i miei valorosi compagni - Si osservi, che il nostro nemico apparteneva ad un esercito esaltato, e superbo da recenti vittorie - Lo stesso esercito che poco dopo, sbaragliava il nostro complettamente all'Arroyo-grande - assieme all'esercito di Corrientes riunito al nostro -
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Ogni ostacolo fu superato con poca perdita - e questa cagionata dai moschetti nemici - giacch i pezzi troppo alti, e troppo vicini, passavano sulle nostre teste, danneggiando appena l'alberatura - E dopo d'aver smorzato i fuochi del nemico, e smontati alquanti de' suoi pezzi, noi giungemmo con tutti i legni in salvo - in una posizione spaziosa, fuori d'ogni pericolo -
Vari legni mercantili provenienti da Corrientes, e dal Paraguay, eransi posti sotto la protezione della batteria nemica - essi cadettero in nostro potere con poca fatica - Tali acquisti ci provvedevano, di vettovaglie - e di mezzi d'ogni genere -
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CAPITOLO 31.
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Combattimento di due giorni con Brown.
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Noi procedevamo quindi nell'arduo nostro viaggio nel fiume - Il nemico svogliossi di mettere ostacoli - e giunsimo dopo alcuni arenamenti, massime della Costituzione - sino a Cavallo Guati (cavallo bianco) - ove si congiunse la flottiglia Correntina - composta di due lancioni, ed una calandra armati in guerra - Essa ci traeva alcuni viveri freschi - e la nostra condizione era perci, alquanto migliorata - Avevimo buoni, e fidati pratici - ed un riforzo, bench piccolo - assai giovevole, massime sul morale della gente -
Pervenuti cos sino alla costa Brava - fummo obligati di fermarsi, per motivo della mancanza di profondit nel fiume - la cui differenza col pescante della Costituzione - era di quattro palmi - e tale inconveniente, principi ad insospettirmi alquanto sull'esito della spedizione -
Io non potevo ignorare che il nemico, avrebbe tentato il possibile per inutilizzar l'ardito, e temerario tentativo - poich giunti noi a Corrientes - immenso sarebbe stato il pregiudizio recato al nemico, col dominio d'un fiume come l'alto Paran - in una posizione intermedia tra le provincie dell'interno della Republica Argentina, il Paraguay e la grande capitale di quella - Sarebbe stato pure un foco da corsari, da infestare e distruggere molta parte del commercio nemico -
A tal uopo, nulla si trascur per la perdizione nostra - ed in ci, non poco, contribu la scarsezza d'acqua nel fiume - che a detto dei pratici, non s'era veduta tale da mezzo secolo - Relazione confermatami dallo stesso Perr governatore di Corrientes -
Non essendo possibile d'oltrepassare - io decisi: metter la flottiglia in istato della maggior resistenza - aspettandomi un giorno o l'altro alla comparsa dell'ammiraglio Brown, il di cui inganno, non poteva poi durar tanto tempo -
Dalla sponda sinistra del Paran, al disotto del banco che c'impediva di progredire avanti - in un angolo ove esisteva sufficiente profondit dell'acqua vicino alla costa - io tirai una linea di legni, principiando da un yacht mercantile - su cui feci collocare quattro cannoni - Il Pereira in mezzo - e la Costituzione all'ala destra - formando cos una perpendicolare alla direzione del fiume - infilandolo colla batteria sinistra della corvetta, che montava pi pezzi e di maggior portata - ed opponendo verso il nemico che doveva comparire d'avalle - tutta la forza possibile -
Tale disposizione ci cost fatica, per motivo della corrente - che, bench poca in quel punto da noi scelto - non mancava di farci impiegare tutte le catene ancore, e gomine per ormeggiarvi i legni - massime la Costituzione che calava diciotto piedi -
Non terminati ancora, erano i nostri lavori d'imbossaggio, che comparve il nemico in numero di sette legni -
Era superiore d'assai alle forze nostre - ed in situazione da poter ricevere a piacimento, ogni qualunque riforzo e vettovaglie - Noi, non solo lontani da Corrientes, unico paese che ci poteva soccorrere - ma nella quasi certezza del nessun ausilio, come lo proveranno i fatti. Eppure bisognava combattere, anche colla certezza di soccombere - almeno per l'onore delle armi - E combattemmo!
Il nemico capitanato dal generale Brown - la prima celebrit maritima dell'America meridionale - ed a giusto titolo: avendo comandato la squadra di Buenos Ayres - sino dal tempo della guerra d'indipendenza contro la dominazione spagnuola - il generale Brown dico: procedeva contro di noi, colla fiducia della sua potenza (Mi pare fosse il 15 Giugno 1842) - Il vento era favorevole al nemico, in quel giorno - ma poco - ed abbisognava egli di tonneggi per venire avanti - seguendo la sponda sinistra del fiume - La destra era impraticabile a legni grandi per bassi fondi - Siccome noi dominavamo la sinistra sponda - sulla quale apogiavamo il fianco sinistro della nostra linea - si sbarcarono parte degli equipagi, e truppa di marina non necessari a bordo - per disputare palmo a palmo il tonneggio, a cui era obligato il nemico -
I nostri di terra, si batterono valorosamente in quel conflitto, e ritardarono di molto il suo progresso - ma il nemico - avendo sbarcato sulla stessa sponda cinquecento uomini di fanteria - la superiorit del numero prevalse - e furono obligati i nostri a ripiegarsi sotto la protezione della flottiglia -
Il maggiore Pedro Rodriguez, che comandava la forza nostra di sbarco, pugn in quel giorno, con tutta la perizia, e valore immaginabili - Egli colloc gli antiposti verso sera, sulla costa - e cos si rimase tutta la notte, preparandosi d'ambe le parti al combattimento per il giorno seguente -
Il sole del giorno 16, non s'era alzato ancora - che il nemico principiava il cannoneggiamento su di noi - con tutte le forze che avea potuto collocare al fronte in tutta la notte -
Io avrei desiderato: si fosse - il nemico - maggiormente avvicinato - poich, solo i nostri pezzi del centro erano di lunga portata, e capaci di danneggiarlo - il resto, ed eran la maggior parte - eran pezzi corti, ed incapaci di ragiungerlo alla distanza in cui s'era tenuto - e si lasciavano quindi inoperosi -
Il vecchio ammiraglio Inglese, conosceva benissimo la portata delle nostre artiglierie, e l'inferiorit marcata che avevano a paragone delle sue - Egli perci, sacrificando il brillante d'un combattimento a metraglie, e corpo a corpo - si attenne al sodo - profitando della superiorit di portata de' suoi cannoni - e rimase perci in grande distanza, a noi poco conveniente.
Si combatt senza interruzione sino a notte chiusa, e da ambe le parti col maggiore accanimento -
La prima vittima a bordo della Costituzione, fu ancora un ufficiale Italiano di molto valore - Giuseppe Borzone - di bellissime speranze - Io non potei occuparmi de' suoi resti, per l'infierire della pugna -
Non furono pochi i danni d'ambe le parti - i nostri legni erano ridotti a carcasse - La corvetta, ad onta di non tralasciarsi di turare i buchi delle palle - aveva aperto acqua al punto - che difficilmente poteva vincersi, pompando senza posa, ed impiegandovi per torno, tutta la gente -
Il comandante del Pereira, era morto in un'arditissima impresa per terra, contro i legni nemici - Io perdevo in lui, il migliore, e pi valoroso dei compagni.
Molti erano i morti, pi assai i feriti - il rimanente della gente, spossatissima - non poteva aver riposo, per l'acqua soverchiante nella stiva - Eppure v'era polvere ancora - v'erano projettili a bordo e bisognava combattere - non per vincere - non per salvarci - ma per l'onore -
L'onore! mi vien da ridere - quando io penso all'onore del soldato - ma di disprezzo! massime nel genere dell'onore dei Borbonici, degli Spagnuoli, Austriaci, Francesi, quando assaltavano - come assaltano gli assassini sulla strada, i poveri viandanti - L'onore di sgozzare dei conterranei gli uni - dei correligionari politici gli altri - mentre un mostro - una prostituta, un discolo scettratto, se la godono e se la ridono sotto baffi - tra le luride gozzoviglie di Napoli, Vienna, Madrid e Parigi -
Noi dunque, combattevamo per l'onor solo - e codesto era almeno conforme ai dettami della coscienza - giacch si pugnava per un popolo contro due tiranni - e si combatteva per l'onore - a seicento miglia da Montevideo - con nemici da tutte le parti - dopo una quantit di combattimenti, privazioni, disagi - quasi certezza di perderci tutti -
Intanto Vidal, ministro generale della Republica - accumulava dobloni, per servirsene a delle carozzate - e splendide comparse nelle prime capitali d'Europa - Ed il popolo? Pare creato a pascolo di tanta canaglia!
Malatesta Baglioni, ed imperatori o re - per comandarlo o reggerlo! Preti o dottrinari per ingannarlo!
Ecco l'onore, la libert, la giustizia, le leggi! Ecco il mondo -
Ecco, a profito di chi suda, e muore di fame la plebe!
Ecco, a profito di chi sprecano la vita - innumerevoli generosi Italiani - gettatti sulla terra straniera - dalle sciagure della patria nostra!
Colombo inceppato!... Castelli decapitato sulla piazza di Buenos-Ayres! Borso di Carminati fucilato in Spagna! Che uomini! che servigi resi allo straniero! e con che ingratitudine pagati! Lo straniero, le di cui simpatie, si sono manifestate or ora (1849) O Roma! - allorquando la veneranda tua cervice - innalzavasi un momento dal letame obbrobrioso - ove ti mantengono le sconoscenti tue alunne - dopo d'esser state da te strappate dalla barbarie delle foreste..... O madre, o grande, istitutrice e donna delle Nazioni!
Eppur tremarono - allo scuoterti le chiome - e fu loro d'uopo, la frode, le zizzanie, lo spionaggio sfrontato dei sacerdoti dell'inferno - per abbassarti - Dunque sei grande ancora Italia! Dunque, il giorno che una voce gagliarda di redenzione, possa percuotere l'orecchio dei tuoi figli.... In quel giorno sfumeranno gli affamati e codardi avvoltoj che ti divoran le viscere! -
Nella notte del 16 al 17 - tutta la gente fu occupata a preparare i cartucci tutti consumati - tagliare catene per supplire alle mancanti palle - e continuamente pompare l'acqua soverchiante
Manuel Rodriguez - quello stesso ufficiale Catalano, salvatosi meco dal naufragio del Rio-pardo sulla costa di S. Catarina, fu occupato assieme ad un pugno dei migliori - ad assestare alcuni legni mercantili a guisa di brulotti - colla maggior quantit possibile di materie combustibili - e quando furono pronti - circa la mezzanotte, si rimorchiarono alla direzione del nemico - Tale espediente non manc d'incomodarlo tutta la notte - ma non ebbe l'effetto che me ne aspettavo - era la gente, sommamente stanca - e ci fu il principale motivo del poco successo -
Tra i contrattempi di quella sventurata notte - il pi che mi afflisse, fu la diserzione della squadriglia Correntina - Villegas il comandante di quella - simile a tanti altri milantatori, da me riconosciuti per tali nella calma e nell'orgia - s'intimor talmente all'avvicinarsi del pericolo - da risolversi al pi degradante ed ignominioso dei delitti: la diserzione in presenza, e nell'impegno del nemico -
Egli poco potea servirmi in un combattimento a lunga portata - essendo i suoi pezzi troppo piccoli - ma il suo ajuto poteva esser grande: dovendo ricevere, o dar un arembaggio - giacch il suo equipaggio era composto di giovent animosa - Poi, pratico egli stesso, ed avendo buoni pratici del fiume a bordo - mi era molto giovevole - Prezioso infine mi sarebbe stato, dopo la catastrofe per salvare i feriti - e fare una ritirata men disastrosa -
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Dal principio del combattimento - io avevo veduto il Villegas impaurito - e gli ordinai perci di collocarsi dietro la nostra linea - in posizione, da non poter esser colpito dai projettili nemici - e sotto la di lui vigilanza, avevo fatto collocare un legno mercantile che dove servir di ospedale -
Verso sera mi fece dire: che cambiava di posizione - non ricordo per qual motivo, o pretesto - Abbisognando nella notte della cooperazione sua nel lavoro dei brulotti - io lo feci chiamare - ed ebbi la desolante notizia, che in nessuna parte si trovava - Non volli crederlo capace di tanto tradimento - ed andai io stesso con leggero palischermo per assicurarmi del fatto - Non trovandolo - mi avanzai alcune miglia verso Corrientes, ma indarno - il codardo avea fuggito, e tradito - Me ne tornai coll'anima rammaricata!
Ben giusto era il mio rammarico: poich, la maggior parte delle piccole barche nostre erano state distrute nel servizio durante il combattimento - Io contavo quindi sui legni Correntini, per l'inevitabile ritirata, onde poter salvare i molti nostri feriti - ed imbarcarvi i viveri necessari per tutti - trovandoci molto distanti ancora, dall'abitata frontiera di Corrientes -
L'ultime speranze mi svanivano colla miserabile defezione di quei nostri alleati! La defezione all'ora del pericolo,  il pi nefando di tutti i delitti!
Io tornavo a bordo, e non era lontana l'alba - Bisognava combattere, e non vedevo intorno a me - altro che gente sdrajata e soprafatta dalle fatiche - non udivo altro suono - altro romore, che le lamentazioni strazianti dei disgraziati feriti - non ancora trasportati all'ospedale, incapace di contenerne tanti!
Io davo la sveglia ed ordinavo: si riunisse la gente - e dall'alto d'una pompa, dirigevo ad essa, alcune parole di conforto e di eccitamento - Non furon vane le mie parole - e trovai nell'animo de' miei sfiniti compagni - tanta risoluzione da edificarmi - e persuadermi: che l'onore almeno, si voleva salvo -
Unanime grido di battaglia, fu ripetuto da quei generosi - ed ognuno fu al suo posto -
Non era ancor ben chiaro - che gi ricominciava la pugna - ma, se nel giorno anteriore, sembrava il vantaggio da parte nostra - nel secondo - scorgevasi indubitamente,  con noi la peggio - I nuovi nostri cartucci erano di polvere inferiore - le palle di calibro, terminate - e supplite da altre minori - e perci inesattezza nei tiri - massime nei pezzi da 18, di lunga portata, collocati nel centro della Batteria della Costituzione - e due rotatori a bordo al Pereira -
Si erano bens tagliate delle catene nella notte, per servir da projetti - ma anche questi - che avrebbero potuto servire da vicino - erano inutile da lontano -
Il nemico scorgeva pi scemi d'assai, i nostri tiri - poi, era informato della situazione nostra dai disertori, che non avean mancato, profitando del nostro contatto colla sponda - quindi egli era sempre pi imbaldanzito, ed aveva, per gli stessi motivi, portato tutti i suoi legni in linea - ciocch non avea potuto eseguire nel giorno antecedente - impedito dai superiori nostri fuochi -
Migliorava ad ogni momento la condizione del nemico - e peggiorava la nostra -
Infine, bisognava pensare alla ritirata - non dei legni - era impossibile moverli dal punto - perch in sfasciume, mancanza d'acqua nel fiume - e la maggior parte dei cordami in pezzi - Il Pereira, fu un momento oggetto d'investigazione, per conoscere se sarebbe atto a metter a la vela - ma fu riconosciuto incapacissimo - La sola goletta Procida, pot salvarsi con parte dei feriti e qualche materiale -
Conveniva quindi limitarsi a salvare le reliquie del personale, ed incendiare la flottiglia - A tal uopo, ordinai si sbarcasse il resto dei feriti - in alcune piccole rimanenti barche - le armi minute - munizioni ed i viveri che capir potevano in quelle - Intanto continuava il combattimento - abbench affievolito di molto per parte nostra - e pi gagliardo assai, dalla parte contraria -
Preparavansi pure, nello stesso tempo i fuochi, ed i conduttori per l'incendio dei legni -
Qui, mi convien narrare un episodio ben desolante - cagionate dall'eccesso delle bevande spiritose - Negli equipaggi da me comandati - vi era gente d'ogni nazionalit - Gli stranieri eran per la maggior parte marini, e quasi tutti disertori da bastimenti da guerra - E questi devo confessarlo: erano i meno discoli - Circa agli Americani - tutti quanti, quasi, erano stati cacciati dall'esercito di terra per misfatti e massime per omicidio - Dimodocch, essi erano veri cavalli sfrenati - e vi voleva tutto il rigore di cui era capace un legno da guerra per mantenerli all'ordine.
Solo in un giorno di pugna, tutto codesto miscuglio di gente, erano disciplinati - e si battevano come leoni -
Ora per far l'incendio pi eficace - eransi riuniti nella stiva, mucchi di oggetti combustibili - e su di questi spargevansi una quantit di botti d'acquavita che avean fatto parte delle provviste - Ma sventuratamente quegli uomini assuefatti a vivere con una piccola razione spiritosa - trovandosi con un'abondanza spropositata di tali spiriti - vi si ubbriacarono d'un modo, da esser impossibilitati a moversi -
Fu quello uno spettacolo ben doloroso - trovarsi nell'imperiosa necessit di dover abbandonare dei prodi e sventurati uomini, in preda delle fiamme! Io feci il possibile - impegnando i loro compagni - un po' meno ebbri, a non abbandonarli - io stesso sino all'ultimo momento ne colsi quanto potei, e li caricai sulle mie spalle ponendoli in salvo - sventuratamente per, alcuni, volarono coi frantumi delle navi -
In tali conflitti, ebbi il disgusto di vedere anche degli ufficiali in ebbrezza, probabilmente per farsi coraggio
E se tale stato degradante nausea in un individuo qualunque di bassa forza - in un ufficiale, tale stato,  veramente ignominioso!
Tutto preparato, si appic il fuoco, e sbarcai accompagnato dai pochi individui rimasti meco sino all'ultimo -
Il nemico si accorse, com'era naturale, dello sbarco nostro - e del nostro movimento in ritirata - Egli fece marciare ad inseguirci tutta la sua fanteria, in numero di circa cinquecento uomini - Noi, erimo disposti a combattere comunque - ma ormai disugualissima sarebbe riuscita la pugna - sia per l'inferiorit nostra numerica - sia per la maggior pratica della fanteria nemica - sia infine per lo stato nostro delle armi, e della gente - Un inconveniente poi grandissimo era: esser la nostra linea di ritirata, tagliata a poca distanza, da un fiume importante - confluente del Paran.
Noi fummo salvi dallo scopio delle Sante Barbere della flottiglia - che effetuossi d'un modo imponente, e terribile - percui s'intimor il nemico e le viet l'inseguimento -
Fu uno spettacolo sorprendente il volare dei legni, nel sito ove permanevano, rimase il fiume lisso, com'un cristallo - ed in ambe le sponde dell'ampio fiume, cadevano i frantumi con spaventevole fracasso.
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CAPITOLO 32.
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Ritirata su Corrientes. Battaglia del Arroyo-grande.
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Noi passammo, nella notte, il fiume Espinello, e campammo sulla sponda destra dello stesso -
Nel viaggio, sino alla Esquina, primo paese di Corrientes, impiegammo tre giorni, camminando penosamente, tra isole e paludi - e ridotti alla meschina razione diaria d'un piccolo biscotto, senz'altro -
Giunti alla Esquina, migliorammo alquanto di condizione: i nostri feriti furono al coperto - ebbimo carne in abbondanza, ed ospitalit completta dalla buona popolazione di quel paese -
Vari mesi passati nella provincia di Corrientes, nulla presentarono d'interessante - Il governo della provincia progett di armare una piccola flottiglia - ma altro non riusc, che a farmi perdere del tempo, inutilmente -
Ebbi ordine, poi, dal governo di Montevideo, di marciare alla volta di S. Francisco, nell'Uruguay, e mettermi colla forza, agli ordini del generale Rivera - che stanziava coll'esercito in quelle vicinanze.
Traversammo dunque, tutto il territorio di Corrientes, da S. Lucia sino al passo de Higos sopra l'Uruguay - Varcammo quel passo, e scesimo sino a S. Francisco, parte per fiume, e parte per terra -
Al Salto ebbi il bene d'incontrare Anzani - fatto mercante allora - o piutosto commesso del Bresciano Rini - stabilito in quel paese da qualche tempo -
Giunto a S. Francisco, vi trovai alcuni legni da guerra nostri, di cui presi il comando -
Il generale Ribera presidente della Republica di Montevideo - era passato in Entre-rios, con tutto l'esercito nostro - ed in cotesta provincia doveva riunirvisi l'esercito Correntino - ed attaccare giuntamente l'esercito di Ourives -
Il giorno 6 Decembre 1842 - ebbe luogo nell'Arroyo-grande - la famosa battaglia, ove soccombettero i nostri - cio tre popoli combattenti per i sacri loro diritti contro un tiranno -
Io non commenter le cause di quella sventura - perch troppe, e lunghe a descriversi - Sicuramente per, le discordie, fomentate dall'ambizione ed egoismo di pochi aspiranti, precipitarono in sciagure immense, ed offrirono inermi, all'esterminio dell'implacabile vincitore, popolazioni intiere, e generose!
Successe all'Italia pi tardi - lo succeduto alle provincie del Plata - e per li stessi elementi scaturiti dall'inferno -
In S. Francisco, ove trovai il generale Aguiar - rimasto per motivi di salute, soggiornai poco - ed ebbi presto l'ordine da quel generale - di recarmi con tutte le forze disponibili - agiungendomi alcune centinaja di militi, chiamati aguerridos - capitanati dal Collonnello Guerra - di recarmi dico: al passo di Vissillac, per cooperare all'azione dell'esercito nostro -
Giunsi coi legni a Vissillac, e vi trovai alcuni avanzi dell'esercito - cio, materiale - ma n un solo individuo -
Mandai alcuni esploratori, battere il campo - niente!
Era il fatale giorno 6 Decembre - sino all'ultimo uomo tutti erano stati chiamati alla battaglia - che si decideva a diciotto miglia di distanza sulle sponde dell'Arroyo-grande.
Vi  qualche cosa, oltre l'intelligenza nell'essere nostro - non si sa discernere, non si pu spiegare; ma esiste - ed i suoi effetti, bench confusi - sono un vaticinio - intendasi come si vuole tale parola - Un vaticinio, che vi reca contento od amarezza - Forse quella scintilla infinitesima - emanata dall'Infinito - e che risiede nella misera nostra scorza - ma immortale come l'Infinito pressente oltre il contatto dei nostri sensi - ed oltre la portata della nostra vista.
Nulla si scorgeva in quelle deserte campagne - quel giorno per, avea alquanto di solenne, di tetro! di desolato! - come il cuore di coloro, che spiravano, o languivano, sul campo di battaglia - calpestati dal soldato insolente! dall'ugne del destriero del truce, dell'implacabile vincitore - giubilante, per i patimenti, per le torture, per la morte del vinto! Gloria! erosmo! vittoria! si chiamano cotesti macelli! Ed inni e tedeum si fanno cantare da alcuni mercenari  chercuti! Pochissimi, furono i risparmiati in quella terribile pugna - ed il pressentimento d'un fiero disastro, da noi sentito - nulla di esagerato aveva.
Nessuno trovando, che ci dasse notizia dell'esercito - quindi nessun ordine dal capo supremo - come mi avea fatto sperare il generale Aguiar - fu deciso di sbarcare le forze tutte - lasciando piccola guarnigione nei legni - e marciare in cerca dei nostri.
Un piccolo corpo intiero, giungendo nelle vicinanze d'un esercito disfatto - pu sempre essere di grande utilit ed io - ne ho fatto tante volte l'esperienza - Esso non cambier la sconfitta in vittoria - ma potr sempre salvare del materiale - e degli individui feriti o no che senza sostegno cadrebbero in potere del nemico.
Sovente anche - vedendo un piccolo corpo, con contegno ordinato ed impavido - bench vittorioso il nemico - ma necessariamente anche lui disordinato dopo una battaglia  molto probabile ch'ei si fermi - e lasci ai vinti una pi comoda, e men faticosa ritirata -
Tale certamente, fu il risultato del contegno dei volontari nella campagna del 1866 - alla battaglia di Custosa - Formando essi l'estrema sinistra dell'Esercito Italiano, ed incaricati della custodia del lago di Garda - alla ritirata dell'esercito, dopo la battaglia - i volontari, che in pochi occupavano la sponda occidentale del Lago - si spinsero in avanti, verso Lonato, e Rivertella - e facilitarono con tale mossa, la salvazione di materiale e di alcuni feriti, e traviati.
Io osserver, passando, che seguendo il prediletto mio sistema del Rio-grande - non marciavo mai, in terra - senza un contingente di cavalleria - estratto dagli anfibi miei compagni di ventura - tra i quali avevo famosi cavalieri - espulsi dall'esercito di cavalleria - per irregolarit di condotta - forse per delitti - ma gente - che in generale battevasi egregiamente - e che naturalmente castigavasi quando lo meritava -
Abbench non trovassimo gente in quel punto - vi trovammo alcuni abbandonati cavalli - e con quelli, i miei scapestrati militi - non mancarono di riunire bentosto le sufficienti monture per il servizio d'esplorazione - l'abondanza di cavalli in quei paesi, facilita molto tale operazione -
Erimo pronti - e gi si era in moto per la marcia - ma  un ordine del generale Aguiar ci richiamava in S. Francisco - Noi saressimo certamente rimasti vittime - trovandoci il nemico in piena campagna dell'Entre-rios - giacch il nostro esercito rotto in quel giorno complettamente - era introvabile, ed avressimo invece trovato ruina, da cui difficilmente si sarebbe potuto scampare.
Rimbarcammo dunque, senza saperne il motivo, e senza aver potuto ottener veruna notizia degli avvenimenti -
Giunti a S. Francisco, ebbi dal Collonnello Esteves, un biglietto che principiava colle seguenti desolanti parole: "Il nostro esercito ha sofferto un contrasto" Il generale Aguiar era marciato lungo la sponda sinistra dell'Uruguay per raccogliere fuggiaschi - A me si chiedeva rimanere in S. Francisco, a proteggere il molto materiale ivi rimasto -
Nel periodo trascorso tra la battaglia dell'Arroyo-grande, ed il principio dell'assedio di Montevideo - successe quella confusione, quel prendere, lasciare, riprendere, di progetti, che accade in simili circostanze - cio: dopo le grandi sconfitte - E fu veramente grande, intiera quasi la catastrofe dell'esercito nostro - poich per molto tempo - non pot pi ragranellarsi dello stesso, nulla che somigliasse ad un corpo di truppa - Quando si considera: che l'esercito di Montevideo andava attacare il pi forte esercito, che mai si fosse veduto nell'America meridionale - insuperbito da molte e recenti vittorie - attaccarlo nella svantaggiosa posizione di trovarsi il grande fiume Uruguay alle spalle - si capisce: come i frantumi del nostro esercito, furono schiacciati, o prigionieri.
Furonvi molte paure da parte nostra, delle irresolutezze e molte defezioni individuali - come doveva necessariamente succedere, in una guerra, in cui da ambe le parti si parlava lo stesso idioma - ed i maggiori nuclei, eran della stessa terra -
Il popolo per, rispose con fermezza, con erosmo, all'energica voce dei generosi che lo chiamavano alla riscossa, proclamando la patria in pericolo, e chiamando tutti sotto le armi!
In breve vi fu un nuovo esercito - non cos numeroso, non tanto disciplinato - ma almeno, assai pi, pieno di slancio e d'entusiasmo - pi penetrato dalla causa sacrosanta del dovere, che lo spingeva - Non era pi, la causa d'un uomo che lo stimolava - che spingeva le moltitudini sui campi di battaglia - l'astro di quell'uomo avea tramontato  nell'ultimo conflitto - ed invano sforzavasi in seguito di rialzarsi - ma era la causa nazionale, davanti cui tacevano gli odi, le personalit, le miserabili dissenzioni -
Lo straniero preparavasi ad invadere il territorio della Republica - Ogni cittadino correva con armi e cavalli ad allignarsi sotto le bandiere per respingerlo - Il pericolo cresceva coll'approssimarsi dell'Esercito formidabile di Rosas, comandato dal tremendo suo luogotenente Ourives - ebbene, cresceva il brio, la devozione alla patria, di quelle popolazioni generose - Non una voce di transazione, di patteggio, coll'invasore! e gi d'allora potevasi congetturare cosa era capace di costanza, di privazioni, d'erosmo, la nazione che sostenne nella sua capitale un assedio di nove anni - per vincere alla fine!
Io arrossisco, pensando a ci che abbian fatto in Italia, dopo la battaglia di Novarra - Eppure l'Italia tutta bramava non soggiacere allo straniero dominio - ed anelava di combattere - ed io ho la coscienza: sia il nostro popolo suscettibile di costanza e di slancio generoso! Ma le cause!...... Oh! le cause delle nostre sciagure, sono tante!......
E tanti, sono i traditori neri neri, e moltiformi che feconda la nostra bella - e ben sventurata terra!
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CAPITOLO 33.
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Preparativi di resistenza.
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Fratanto, io ebbi ordine di mettere a pico nei canali del fiume, ove pi forte  la corrente, per ove poteva ascendere la flotta nemica, i maggiori legni della flottiglia nostra.
Quindi, non pi a pico, ma bruciati. Ed eccomi dunque nell'obligo d'incendiare una terza flotta - Almeno, nei due primi casi - avevamo potuto combattere a dovere! Fatti nuovamente pedoni, stettimo alcuni giorni ancora a S. Francisco - per dar tempo di evacuare per Montevideo, il restante materiale dell'esercito - Quindi, marciammo noi pure sulla capitale - nei di cui dintorni dovevansi riunire tutte le forze della Republica, che mano mano, si stavano organizzando.
Poco, o nulla d'importante, occorse nel nostro viaggio - eccetto il conoscimento del generale Pacheco (allora collonnello in Mercedes) Quest'illustre orientale, principi in quelle circostanze di pericolo, a far mostra d'una superiorit distinta, di coraggio, d'energia, e di capacit. Egli senza dubbio, fu il principale campione del suo paese - nella lotta da gigante, sostenuta da Montevideo - contro l'invasione straniera - Lotta!..... che servir d'esempio alle generazioni venture di tutte i popoli che non vorranno soggiacere alle prepotenze!
Io vado superbo, d'aver diviso con quella prode popolazione, vari anni della sua immortale difesa -
Montevideo presentava in quei giorni, sorprendente spettacolo - Ourives aveva vinto - e si avanzava implacabile alla testa d'un esercito, che passegiato avea sulle provincie Argentine dissidenti dai governo di Rosas, com'una tempesta - com'un fulmine!
Al Coriolano di Montevideo, non avrebbero valso, le prostrazioni dei sacerdoti, delle mogli, delle madri per blandirlo - l'idea di castigare la citt proterva, che lo avea cacciato, per proclamarvi un odioso rivale - che lo vide fuggire - dileggiandolo - quell'idea sorrideva al truce vincitore del generale Lavalle come l'amplesso d'una vergine.
Lavalle fa uno dei pi prodi dei generali Argentino nemico accerrimo del tiranno Rosas.
L'esercito di Montevideo era stato distrutto - come forse mai successe ad altro esercito - e non esistevano sul territorio della Republica - altro che piccoli, e sconnessi frammenti di forze, sparsi a grandi distanze l'uno dall'altro -
La squadra era annientata - armi e munizioni pochissime - nullo l'erario! se lo figurino con uomini come Vidal - non intento ad altro, che alla ricerca d'oncie d'oro pi portatili - per la meditata fuga - Ed era il ministro generale, quel ladro!
Eppure bisognava difendersi! Tale era la volont generale, in quel magnifico popolo!
Molti eran gli uomini, puramente del partito di Ribera, per cui non v'era scampo, coll'entrata di Ourives, l'antagonista del primo - e per cui la difesa era indispensabile  condizione - ma impotenti e tremuli perch la maggior parte, individui attaccati alla greppia dell'impiego -
Ma la nazione, il vero popolo, non considerava in Ourives, l'antagonista di Ribera, ma bens il condottiero d'un esercito d'estranei - soldati d'un tiranno, che procedeva coll'invasione, il servaggio, la morte! Ed il popolo corse alla difesa colla coscienza del sacro suo diritto -
In poco tempo, vari corpi di cavalleria si formarono nella campagna - Un esercito di quasi tutta fanteria, si organizzava in Montevideo, palladio della libert orientale, sotto gli auspici dell'uomo delle vittorie, il generale Paz - certo uno dei migliori, e pi onesti capi dell'America meridionale -
Il generale Paz, che l'invidia e la nullit avevano allontanato dal comando, rispose alla chiamata della patria in pericolo - compar alla testa delle forze della capitale - ed organizz con reclute, e liberti, emancipati allora dalla Republica, quell'esercito, che durante sette anni,  stato il baluardo del paese - e che tuttora si mantiene impavido in presenza dell'oste pi formidabile, che mai abbiano veduto quei paesi (1849).
Molti capi illustri, dimenticati o noncuranti guerre ove primeggiava l'individuale interesse - comparivano nelle fila dei difensori, ed aumentavano l'entusiasmo e la fiducia -
Una linea di fortificazioni fu tracciata intorno alla citt - e verso la campagna nell'istmo - ed alacremente vi lavor la popolazione intiera - sino ad ultimarla, pria della comparsa del nemico -
Fabriche d'armi, e munizioni, fonderie di cannoni, laboratori di vestimenta ed attrezzi per i militi - tutto s'improvis come per miracolo - I cannoni, che dal tempo delli Spagnuoli, furono giudicati inutili e collocati a guisa di steccato sui limiti dei marciapiedi delle strade - eran dissoterrati, e montati per la difesa - La venuta poi, del generale Pacheco da Mercedes e la sua collocazione al ministero della guerra, diede l'ultima mano ai preparativi della piazza -
Io fui destinato alla organizzazione d'una flottiglia, non esistendo pi nemmeno i vestigi dell'antico, per cura e conto del ministro traditore gi sopra accennato - Si affitarono alcuni piccoli barchi mercantili, che si armarono come si poteva - ed un'incidente fortunato mi valse molto per poter proseguire con qualche successo a tale armamento -
L'Oscar brigantino nemico, veleggiando di notte nelle vicinanze della costa, invest sulla punta del Cerro (monte a ponente di Montevideo, alla distanza di circa sei miglia - e formando colla sua base nel fiume, la parte occidentale del porto), e ad onta de' moltissimi sforzi per farlo galleggiare fatti dal nemico - esso fu obligato di abbandonarlo.
Noi profitammo assai di tale naufragio - Da principio, voleva il nemico impedirci di avvicinare il naufrago - e mand la Palmar, goletta da guerra a cannonegiarci - ma vedendo il poco frutto de' suoi tiri - e l'ostinazione nostra a ricuperar la preda degli scogli - ci lasci liberamente all'opera -
Tra i molti oggetti ricuperati dall'Oscar - eranvi cinque cannoni, per noi preziosissimi - e che ci servirono per armare tre piccole legni - primi, nella nuova flottiglia - e che ci servirono immediatamente a coprire la sinistra della linea di fortificazioni -
Il caso della perdita dell'Oscar, mi sembr di buon augurio, per l'ardua difesa che si preparava, e fu un nuovo stimolo alla generale fiducia -
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CAPITOLO 34.
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Principio dell'assedio di Montevideo.
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Era il 16 febbraio 1843 - apena le fortificazioni della citt, avevano avuto tempo di ultimarsi - pochi cannoni da collocarvisi - che comparve sulle alture circonvicine la vanguardia dell'esercito nemico - Il generale Ribera alla testa delle forze di cavalleria, troppo debole per poterlo combattere aveva aperto varco, e preso la campagna - contornando il fianco sinistro del nemico - e ponendovisi alla retroguardia -
Tale manovra riesce facile in un paese - ove ogni uomo  compiuto cavaliere - ed ove essendo l'unico alimento della campagna - la carne - non sono necessarie le fastidiose impedimenta - indispensabili nelle guerre Europee - Ribera poi, se non era un gran generale da battaglie campali - era maestro negli stratagemmi propri della piccola guerra - e tale manovra operata con maestria - lo poneva nuovamente in istato d'incomodare grandemente il nemico -
Il generale Paz rimaneva al comando delle forze della capitale - Tali forze eran numerose - comparativamente all'estensione di mura, che si dovevano difendere - ma se si considera che tutte erano nuove reclute e che non tutti gli individui che le componevano, eran fior di roba - cio penetrati da vero amor di patria - non si pu altro che ammirare la sagacia, il coraggio, e la costanza dell'illustre generale - che dopo d'averle organizzate e disciplinate, sostenne con esse - i primi conflitti dell'assedio, ed i pi pericolosi -
Ad onta dello slancio generoso delle popolazioni - non mancavano i dissidenti i codardi ed i traditori: Un Vidal, ministro generale, aveva rubato l'erario e fatto fagotto - Un Antua, collonnello d'un corpo e capo di polizia, era passato al nemico, con molti altri ufficiali, ed impiegati - Un corpo detto Aguerridos, di stranieri al soldo della Republica - avean defezionato, in varie riprese quasi intieramente non solo - ma una notte che detto corpo occupava i posti avanzati della citt ne compromise molto la sicurezza col suo tradimento.
Tali esempi erano seguiti naturalmente da singoli individui - che credendo tutto perduto - con un pretesto o coll'altro, abbandonavano le fila dei difensori per passare al nemico -
Gli affari andavano a rompicollo da principio, e non seppi mai capire: perch Ourives, informato minutamente di tutto dai suoi aderenti interni - non profit dello scompiglio, e dell'insufficienza delle fortificazioni, per attaccare vigorosamente la piazza. Egli altro non fece: che dei riconoscimenti, e dei falsi attacchi di notte, che aguerrivano gl'inesperti militi di Montevideo -
Intanto si armavano, e si organizzavano le legioni straniere - e comunque si sia interpretato lo spirito dell'armamento delle legioni Francese, ed Italiana - non pu negarsi - che fu l'effetto d'uno slancio generoso, il preludio della prima chiamata all'armi, e per respingere l'invasione dall'ospitale terra d'asilo - Che in seguito vi si sieno introdotti degl'individui collo scopo interessato di speculazioni - egli  pur vero - comunque sia: l'armamento ed organizzazione di quei corpi, se non furono decisivi - valsero almeno a garantire la sicurezza della citt.
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I Francesi pi di noi numerosi, e pi esaltati dal prestigio militare, ebbero, in poco tempo, da due milla e sei cento uomini sotto le armi - Gl'Italiani riunironsi in numero di circa cinquecento - e bench sembri poco a proporzione de' nazionali nostri in quel paese - io avrei mai sperato tanto considerando le odierne consuetudini nostre, e la nostra educazione - Quel numero si aument in seguito - ma mai oltrepass i settecento.
Il generale Paz, profitando dell'aumento di forze stabil una linea esterna alla distanza d'un tiro di cannone dalle mura -
D'allora in poi, il sistema di difesa fu regolato ed il nemico non fu pi capace d'avvicinare la citt.
Essendo io al carico della flottiglia, che andava pure organizzandosi, io proposi al comando della legione, un certo Angelo Mancini - d'infame memoria - e quello venne accettatto dal governo.
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CAPITOLO 35.
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Primi fatti della Legione Italiana.
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La legione fece il suo primo servizio in una sortita, - e siccome poco poteva sperarsi da gente nuova alle pugne - non fece buona figura - Si moteggi, mettendo in dubbio il valore Italiano in Montevideo - io arrossivo di vergogna - e bisognava rintuzzare i moteggi -
Toccava alla Legione, un'altra volta, far parte d'una spedizione al Cerro - io dovevo trovarmi con essa - In quel giorno, comandava la spedizione suddetta il generale Bauz - buon soldato ma molto vecchio - Si stette in presenza del nemico facendo delle marcie, e contromarcie, ma senza risultato - Era forse prudente non attaccare un nemico, se no pi numeroso - certo dei nostri pi aguerrito - Io impaziente di provare i miei concittadini - stuzzicavo - ma invano il vecchio generale - quando la fortuna ci mand da Montevideo il generale Pacheco, allora ministro della guerra - Mi confortai alla vista di quello, che sapevo intraprendente e prode - Mi avvicinai a lui - e  colla fiducia e familiarit concessemi - chiesi di cacciare il nemico da una posizione dietro un parapetto che dominava un fosso dalla parte nostra, e dove quello si teneva come al sicuro -
Non solo il Ministro assent alla mia richiesta, ma ordin al generale Bauz di apogiare il movimento della Legione Italiana -
Io feci schierare la legione in collonna per sezioni al coperto d'un numeroso di case semidistrutte, si spiegarono due compagnie in collonna al fronte, e dopo d'aver ricordato qualche cosa che alludeva all'onore della nostra terra noi attaccammo l'ala sinistra del nemico, che consueto a non temerci, ci aspett di pi fermo, e ci ricevette con terribile fucilata -
Ma la legione Italiana doveva vincere in quel giorno - essa lo aveva giurato ed attenne il giuro - Invano caddero feriti molti dei nostri - si procedeva impavidi sinch giunti a tratto di baionetta del nemico, quegli prese la fuga - e fu inseguito non poco - Il centro, e l'ala sinistra nostra furono pure vittoriosi - sicch quaranta e due prigionieri nemici rimasero in nostro potere -
Quel fatto d'armi abbench di poco momento, valse sommamente - rilev il morale dell'esercito nostro, menomando quello del nemico - E da quel giorno la legione Italiana segu la sua carriera gloriosa facendo l'ammirazione di tutti -
Quel giorno fu il precursore di mille prodezze operate dai concittadini nostri, mai pi vinti! E sul campo stesso del Cerro, la Legione Italiana con uno squadrone di cavalleria, ed alcuna fanteria indigena - riportarono - vari mesi dopo - il giorno 28 di Marzo - non ricordo di che anno - uno splendido trionfo, ove lasci la vita un famigerato generale nemico - Nuez -
Il giorno seguente alla prima piccola vittoria - la Legione Italiana schieravasi sulla piazza della Matrix, la principale di Montevideo - al cospetto d'un intiero popolo, ricevendo le lodi e felicitazioni del Ministro della guerra - ed acclamata universalmente - La parola potente del generale Pacheco - aveva risuonato tra le moltitudini - Io, mai, ho udito parola pi commovente n pi atta a risvegliare una nazione -
Colla Legione Italiana avea combattuto per la prima volta, in quel giorno, e distintamente - quel Giacomo Minuto - detto Brusco - capitano di cavalleria in Roma nel 49 - ferito di palla nel petto - e morto in conseguenza d'essersi stracciato le fascie della ferita, alla notizia dell'entrata dei soldati di Bonaparte -
Il maggiore Pedro Rodriguez di Montevideo ufficiale di fanteria di marina pugn pure valorosamente. Da quel giorno, sino all'apparizione d'Anzani nella legione - io poco m'allontanai dal corpo abbench occupato il pi del tempo in mare -
Anzani trovavasi verso quel tempo a Buenos-Ayres, ove ricevendo l'invito mio, recossi a Montevideo - L'acquisto d'Anzani nella Legione Italiana, valse sommamente - in tutto - ma massime nell'istruzione e disciplina - Provetto nella milizia, avendo fatto le guerre di Grecia e di Spagna - io mai ho conosciuto un'ufficiale con pi coraggio, pi sangue freddo e pi istruzione d'Anzani - Ripeto: fu un vero tesoro per la Legione - ed io pochissimo organizzatore fui ben fortunato d'aver presso di me quell'amico e fratello d'armi imparegiabile - Con lui, alla direzione del corpo, io ero certo del buon andamento d'ogni cosa - essendo di pi, Anzani, d'una modestia e d'un'onest a tutta prova - Dimodocch io potei occuparmi della flottiglia -
Anzani fu molto contrariato da Mancini, e da Danus - uno collllo titolare - ed il secondo maggiore ambi pessima roba, come provarono in seguito - Essi non potevano conformarsi alla superiorit del merito d'Anzani - il quale, ad onta di mille miserie suscitate dai due suddetti - colmo di cognizioni militari, ed amministrative com'era - sistem il corpo sopra un piede tanto regolare, quanto le circostanze potevano permetterlo -
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CAPITOLO 36.
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Flottiglia. Fatti di questa.
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La flottiglia ai miei ordini, bench di poca importanza, non mancava d'esser utile alla difesa della piazza - Collocata sull'estrema sinistra della linea che varcava l'istmo da un'acqua all'altra, non solo la copriva perfettamente schierata  a martello della stessa - ma minacciava il fianco destro del nemico qualora questo attentasse di assaltare -
Essa serviva di anello tra le importanti posizioni del Cerro, e dell'isola della Libert - detta anche dei Ratti - Facilitando sopra tutto e cooperando nei tentativi che si attuavano continuamente sopra l'estrema destra del nemico - che assediava il Cerro.
L'isola della Libert era stata adochiata dal nemico, che progett d'impadronirsene - La squadra di Buenos-Ayres, sotto gli ordini pel generale Brown, preparavasi ad impadronirsene - fu deciso quindi dal governo nostro di prevenire l'occupazione nemica colla nostra - ed io fui incaricato di trasportarvi due pezzi da 18, ed una compagnia di guardie nazionali -
Tale operazione fu fatta di notte - e verso le 10 p.m. tutto era sbarcato nell'isola, ed io tornavo verso Montevideo - col lancione che m'avea servito per i pezzi, a rimorchio -
Successe qui, uno di quei fatti, che l'immaginazione dei Romanzieri partoriscono qualche volta - e che devono lasciar loro col cuor contento, quando concepiti.
L'isola della Libert staccata dalla costa del Cerro, da una distanza d'un piccolo tiro di cannone -  distante da Montevideo circa tre miglia - Il vento soffiava da mezzogiorno - che cagiona in quel porto agitazione di mare, proporzionata alla forza del vento - e massime nel tragitto dall'isola al molo della metropoli -
Imbarcato io in una di quelle lancie di bastimenti mercantili, e che servono principalmente, colla loro larga poppa a salpar le ancore - imbarcazione, che fu comprata in quei giorni dal governo - avevo meco, i marinai adequati all'operazione effetuata, ed avevimo a rimorchio la stessa barcaccia, o lancione, su cui s'erano trasportati i pezzi d'artiglieria all'isola -
Tra il mare da mezzogiorno, e la gravit della barcaccia - di forma quasi cubica, e molto alta sull'onda, per nulla aver dentro di peso - marciavasi lentamente, e con molta deriva verso l'interno della baia a settentrione - quando tutt'assieme, scorgonsi legni da guerra sotto vento a noi, verso maestro, tanto vicini che la sentinella da prora d'uno di quelli ci grid: "Chi viva!" "Zitti!" io dissi alla gente: Era senza dubbio la squadra nemica - Sommessamente parlando, io eccitai a radoppiar la voga, e far sui remi meno rumore possibile - Io mi aspettavo ad una grandine di fucilate - dopo l'intimazione fatta dalla sentinella - ma miracolosamente, scassammo, passando quasi sotto il pompresso del Belgrano - ch'io riconobbi - e senz'altra molestia, potemmo seguire il nostro viaggio per Montevideo.
La causa della salvezza nostra fu: che in quell'ora stessa, le minute imbarcazioni della squadra nemica, cariche di truppa, erano state mandate ad assaltar l'isola della libert - Dunque per tal motivo - fu spiegato poco dopo - il silenzio del nemico, che voleva sorprender l'isola coi palischermi, e perci ordinato silenzio - ed il motivo pure che non invi gli stessi a predarci - ciocch potevano facilmente eseguire -
Ma che fortuna! noi giunsimo in salvamento al molo - da dove si cominci ad udire tremenda fucilata nell'isola in quel momento assaltata -
Io diedi immediatamente parte dell'occorso al governo - e m'incamminai a bordo, per preparare i nostri piccoli legni alla partenza - ove sussidiare l'isola, se v'era ancor tempo -
Sessanta circa uomini erano i nostri dell'isola della libert - non ben armati, e con poche munizioni - All'alba io veleggiavo da Montevideo, con soli due legni, dei tre che ne avevimo, non essendo il terzo atto a far fuoco per non esser finito ancora il suo armamento.
Coi due legnetti, armati ognuno d'una caronata da dodici, di quelle prese al naufrago Oscar - noi ci collocammo tra il Cerro e l'isola, bordeggiando; e per uscire dall'incertezza: se l'isola si trovasse in nostro potere o del nemico io fui obligato di mandare a riconoscerla l'ufficiale Clavelli con un piccolo canoto -
Io ebbi la fausta notizia: esser l'isola, nostra, ed il nemico esser stato respinto nel suo attacco di notte -
I bravi nazionali nostri, abbench nuovi alle armi, avevano combattuto da valorosi - Non solo avevano respinto il nemico - ma cagionato allo [stesso gravi perdite] ed i cadaveri dei soldato di Rosas - galleggiarono per vari giorni nell'acque del porto -
Feci sbarcare subito le munizioni dei due pezzi da 18 - ed un ufficiale con vari artiglieri per il servizio degli stessi -
L'alba stava rischiarando, ed appena terminata l'operazione suddetta - il nemico ruppe il fuoco, e l'isola vi rispose alacremente - Coi nostri legni, io presi il vento alla squadra nemica e l'attaccai pure d'infilata co' miei due cannoncini -
Era per inegualissimo il combattimento - Aveano i contrari due brigantini, e due golette - Tra i primi uno di sedici pezzi di forte calibro - I cannoni dell'isola, che pi danno potevano cagionare, non avevano piattaforma - e per fortuna un antico parapetto, semi distrutto - Essi erano malissimo acconciati d'accessori, per esser stati montati in fretta - e peggio di tutto poche munizioni -
Abbench non molto grosso il mare, i tiri nostri di bordo erano resi incerti, dal rollare dei piccoli legni - Infine, l'Ufficiale Raffaele, Italiano, - ch'io avevo destinato alla direzione dei due pezzi dell'isola - dopo d'aver esaurite le poche munizioni, s'era coricato coi suoi artiglieri, ed i nazionali, dietro il piccolo e rovinato parapeto, che il nemico fulminava con tutte le sue artiglierie -
I fuochi dell'isola cessati - ed i nostri di bordo, insignificanti - il nemico incominci a girare i suoi fianchi verso di noi imbossandosi - e gi la Palmar con una mitragliata d'un pezzo di lunga portata - m'avea ferito vari uomini sulla tolda, e fra loro il mio assistente Francisco - un bravo mulato - ferito mortalmente nella pancia da un biscaino - ossia palla rotonda di ferro, da metraglie.
Una volta ancora, la fortuna provvide!... Il comodoro Purvis comandante allora la stazione Britannica, in Montevideo, mand, o venne lui stesso, con una aola - palischermo - e con una di quelle bandiere, che fermano le tempeste - cio l'Inglese - Si frammise, e ferm il conflitto - come se avesse toccato i combattenti colla magica bacchetta! Per me e per la Repubblica fu grande ventura!
Da quel momento principiarono le negozazioni, usc dal porto la squadra nemica - e non pi cadette l'isola in potere altrui -
Che magnifico impiego della forza! quando tal contegno, si paragona a quello di certi miserabili potenti, che con un sol cenno avrebbero potuto - o potrebbero fermare fiumi di sangue - Con un sol cenno - potrebbero rialzare popoli caduti, e rintuzzare la mania d'opprimere di prepotenti! Qualunque fossero le ragioni del comodoro Purvis,  innegabile: che vi fu molta generosit cavalleresca da parte sua - per un popolo sventurato, ma prode, ma che, senza dubbio, entrava nella simpatia gentile del filantropo ed onesto figlio d'Albione!
Da quel momento Montevideo conobbe: avere nel Comodoro Inglese, un'amico non solo, ma un protettore.
Il fatto dell'Isola della libert - il di cui felice risultato, pi doveasi alla sorte che al merito nostro - abbench nulla si fosse trascurato per difenderla - acrebbe fama, ed importanza alle armi della Republica - comunque insignificante fosse stato il conflitto.
In quella guisa, cio: con piccole e favorevoli imprese, rilevavasi una causa, gi considerata perduta da molti - E ci prova bene: che mai, si deve disperare nelle battaglie, e nella politica particolarmente, quando si propugna la causa della giustizia -
Patriottica ed eccellente amministrazione del governo, la di cui testa era Pacheco - La direzione della guerra all'integro ed imparegiabile generale Paz - l'impavido ed imponente contegno della popolazione - gi scevra da pochi traditori o codardi. L'armamento delle Legioni straniere - Infine tutto, poco a poco vaticinava un esito felice -
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CAPITOLO 37.
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Pugne brillanti della Legione Italiana.
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La legione Italiana - la di cui nascita, era stata beffegiata da taluni - massime dai Francesi - che le nostre discordie, hanno assuefato da molto tempo a disprezzarci - giungeva a tal fama da destare invidia alle migliori truppe; non mai vinta - essa aveva parteggiato alle imprese pi difficili - ai pi ardui combattimenti -
Alle Tres Cruces - tre cruci - ove l'intemerato Collonnello Neira - per un eccesso di bravura, era caduto nelle linee nemiche - la Legione - che in quel giorno stava di vanguardia ai di lui ordini - sostenne una lotta Omerica - corpo a corpo - cacciando gli Orivisti dalle fortissime posizioni - sino all'acquisto del cadavere del capo di linea -
Le perdite della legione in quel giorno, furono considerevoli - a  proporzione del piccolo numero de' suoi combattenti - ma altretanto gloriose - Quel successo che sembrava doverla esaurire, la foment oltremodo - crescendo in numero con nuove reclute - soldati d'un giorno, che combattevano come veterani! Tale,  il soldato Italiano - tali i figli della nazione disprezzata - quando fuori dalla corrutrice influenza del prete e di reggitori codardi - essi sono stimolati dal bello, e dal generoso -
Il Passo della Boyada (24 Aprile 184.....) fu pure un serio conflitto - Un corpo d'esercito, agli ordini dello stesso generale Paz - era sortito da Montevideo, passando all'ala destra del nemico - costeggi il littorale tramontana della baia, sino al Pantanoso - piccolo e fangoso fiumicello a due tiri di cannone del Cerro - e doveasi riunire alle forze nostre stanziate in quella fortezza - per dare un colpo - forse decisivo all'esercito nemico - tratto cos, fuori dalle forti posizioni del Cerrito - quartier generale d'Ourives - e per lo meno doveasi sorprendere due battaglioni situati sulle sponde del paludoso fiumicello, gi accennato -
A poco, o nulla riusc tale impresa, che dovea dare dei risultati importanti - e ci per mancanza di concerto - Ciocch succede spesso, nelle operazioni combinate -
Fummo impegnati - nel passo suddetto - in acanitissimo combattimento - Delle tre divisioni, con cui si formava il nostro corpo di circa sette milla uomini - quella che faceva la retroguardia, fu accossata talmente dai nemici che ingrossavano rinfrancatisi dalla sorpresa - che per motivo, sopratutto, del difficoltosissimo passo - essa a gran stento poteva salvarsi, o salvare parte della sua gente -
Io comandavo la divisione del centro, che gi trovavasi sulla sponda destra del Pantanoso, il di cui nome non era esagerato - avendo nel suo letto un pantano che sommergeva nel passo uomini e cavalli - e che conveniva passare su d'una gettata di grandi sassi sconnessi ed ineguali -
Diemmi ordine, il generale, di ripassare in sostegno dei pericolanti - e naturalmente fu forza ubbidire - quantunque a malincuore, certo di perdervi molta gente - e difficilmente potervi far buona figura -
I nostri della retroguardia combattevano valorosamente; ma il nemico, sempre crescente, li aveva involti, e gi occupava un fortissimo stabilimento (saladero) dietro loro - cio: sulla loro linea di ritirata - Di pi esausti di munizioni  trovavansi i nostri - La testa della legione Italiana, entrava nel saladero - mentre una testa di collonna nemica era gi entrata, e spuntava dalla parte nostra - Ivi impegnavasi accanita pugna, corpo a corpo, a bajonettatte, e finalmente trionfava il valore Italiano -
In quel punto, era il terreno ingombro di cadaveri - e tra i nostri caduti, ebbimo a deplorare la morte d'un prode ligure, il Capitano Molinari - Ma i compagni della retroguardia erano salvi - ed il combattimento ristabilito a vantaggio nostro -
Giungevano altri corpi in sostegno, ed operavasi la ritirata mirabilmente. Dopo la battaglia, il generale Paz mi strinse la destra e mi disse: Oggi ho veduto, che gl'italiani sono veramente valorosi!
La legione Francese, nello stesso giorno, dovendo simultaneamente operare sulla linea della citt - ebbe un rovescio - e cos fu da noi, risposto degnamente ai moteggi di codesti nostri vicini.
Il 28 di Marzo - fu pure giorno gloriosissimo per le armi della Republica, e per la Legione Italiana -
In quel giorno l'impresa era diretta dal generale Pacheco - il nemico che assediava il Cerro, agli ordini del generale Nuez - uno dei capi pi famigerati di quei paesi - passato per vergognosamente dalle nostre, alle fila nemiche - nel principio dell'assedio - Il nemico, dico: mostrava molta baldanza in quella parte - e non poche volte era giunto, sin sotto i baluardi della fortezza - minacciando di tagliare le comunicazioni della stessa colla citt - e distruggendo a fucilate il Faro eretto sulla parte superiore degli edifizi -
Il generale Pacheco ordin la traslazione di alcuni corpi al Cerro - tra cui la legione nostra - Il movimento ebbe luogo durante la notte - ed all'alba erimo, colla legione, imboscati in una vecchia polveriera, attorniata da ruinati edifizi - ad un miglio circa a tramontana della fortezza -
Tali edifizi, abbench in macerie, conservavano delle mura erette - e capacit sufficiente da nascondere tutta la gente Italiana, quantunque alle strette -
Dal Cerro incominciossi a scaramucciare - e quindi poco a poco, si andava, la pugna riscaldando - Il generale nemico di natura focoso - spingeva baldanzosamente contro i nostri - sino ad impossessarsi d'una forte posizione  chiamata quadrado - a piccolo tratto di cannone dalla vecchia polveriera -
Gi contavano tra i feriti nostri, due dei migliori tra i capi - i Collonnelli Tajes e Estivao - quando il segnale che doveva ordinare la sortita della legione, non comparendo dall'alto del Cerro e facendosi serio l'affare - fummo chiamati alla riscossa dal collonnello Caceres - incaricato della forza combattente.
La fortezza del Cerro  altissima, edificata su quel pan di zucchero che, scorto dal mozzo Portoghese dalla punta dell'albero del barco scopritore, esclam: "Monte vide eu" che in Italiano significa: "Monte vidi io" e che diede il nome a Montevideo.
Io sar fiero sempre - d'aver appartenuto a quel pugno di prodi, che si chiam: legione Italiana di Montevideo - che ho veduto sempre sul cammino della vittoria!
Ma in quel giorno erano i nostri Italiani - belli!..... di sangue freddo e di valore. Essi fecero l'ammirazione degli orgogliosi Americani, che a giusto titolo, pretendono ad una bravura eccezionale.
Trattavasi di attaccare il nemico su d'un'eminenza - dietro un riparo di fosso e parapetto - Lo spazio che si doveva percorrere per assalirlo, era sgombro d'ogni minimo ostacolo; dimodocch difficile era l'impresa, dovendo marciare scoperti - verso il nemico coperto - Ma la legione in quel giorno avrebbe affrontato il diavolo! Essa ricordava che sullo stesso terreno acquist il suo diploma di valore - All'orecchio de' suoi militi risuonavano ancora le benedizioni d'un popolo grato! Il plauso delle bellezze della capitale!
Essa marci contro il nemico senza fare un sol tiro - e senza fermarsi - sino a precipitarlo nel Pantanoso a tre miglia del campo di battaglia - Mor Nuez, e molti prigionieri si fecero -
I corpi Orientali, compagni nostri - combatterono pure con molto valore - e se ritardato, fosse stato alquanto il movimento suddetto - e dato tempo alla collonna nostra di destra - comandata dal bravo Collonnello Diaz, di avanzarsi, e frammettersi tra il fiumicello ed il nemico - certo non salvavasi uno solo della sua fanteria -
Quel fatto d'armi onora molto il genio militare del generale Pacheco - ed oblig l'estrema destra del nemico a rimanersi guardinga - lontana dal Cerro, al di l del Pantanoso -
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CAPITOLO 38.
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Spedizione del Salto.
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Innumerevoli furono i fatti d'armi sostenuti dalla Legione Italiana, durante i primi anni dell'assedio - numerosi furono i morti e feriti - ma in nessuno scontro risult disdoro a quella brava gente - e l'Italia pu andarne superba!
Noi pure, nei primi calamitosi tempi, ebbimo qualche traditore: quel Mancini, di cui gi feci cenno - un Danus, un Giovanni N. ed alcuni poveri diavoli trascinati dagli stessi, defezionarono - Fu vicenda dolorosa quella - ma che presto sommerse nell'Oceano glorioso, in cui veleggi la superba Legione -
Nell'India muerta - fu battutto il generale Rivera - ma perci non scem la difesa della capitale -
I capi dell'esercito di questa, aguerriti da perenni pugne cogli assedianti, vi avean guadagnato una superiorit morale, che aumentava tutti i giorni - Giunse l'intervenzione Anglo-Francese, ed allora tutto vaticinava un esito felice della guerra -
Ogni paese nel mondo, star sempre meglio, senza intervenzioni straniere - e cos sia, nell'avvenire, per la nostra povera Italia, vittima di tanti di quei malanni - Per Montevideo, le condizioni erano diverse: essendo codesta capitale un vero emporio cosmopolita, ove gli stranieri d'ogni nazione, sono sempre, per lo meno, uguali in numero agli indigeni. Gl'interessi stranieri poi sono quasi sempre a quelli degli indigeni superiori -
Se l'Italia diplomatica, avesse contato per qualche cosa nel Rio della Plata - essa avrebbe dovuto far parte dell'intervento Anglo-Francese - essendo gli Italiani non inferiori in numero - a nessuna delle nazioni intervenenti - Ma nel 1842, in cui principi l'assedio, il rappresentante del governo Italiano a Montevideo, era tenuto per ben poca cosa, ed un solo piccolo legno da guerra, facea sventolare la bandiera Italiana su codesta rada -
Nei progetti di operazioni, combinati tra il governo della Republica, e gli ammiragli delle due alleate nazioni - vi entrava una spedizione nell'Uruguay - ed io ne fui incaricato.
Nel periodo trascorso, la flottiglia nostra, s'era aumentata di vari legni: gli uni presi in affitto, siccome i primi; altri sequestrati ai nemici della Republica - ed altri predati sul nemico, che inviava i mercantili suoi legni nel Buceo - porto immediato al quartier generale di Ourives - ed in altri porti in potere delle sue forze.
Dunque tra l'accrescimento di detti legni, e di altri due della Squadra Argentina, sequestrata dagli Anglo-Francesi, e messi a disposizione del governo Orientale - la spedizione nell'Uruguay, si compose di circa quindici bastimenti - il maggiore dei quali era il Cagancha, brigantino di sedici pezzi - ed i minori alcune baleniere.
La truppa di sbarco, componevasi: della legione Italiana, 200 - dugento uomini circa, di nazionali, agli ordini del Collonnello Battlle - oggi (1872), generale e Presidente della Repubblica - e circa cento uomini di cavalleria, due pezzi da 4, e sei cavalli in tutto -
Era verso la fine del 1845 quando part la spedizione da Montevideo per l'Uruguay - dando principio alla gloriosa campagna, con fatti brillanti ma infruttuosi per l'infelice e generosa nazione Orientale.
Si ricordi il lettore: che la Republica di Montevideo, si chiama: Republica Oriental dell'Uruguay per trovarsi sulla sponda Orientale di quel fiume e quindi il titolo Oriental del popolo.
Giunsimo alla Colonia - citt situata sopra un alto promontorio - sulla sponda sinistra del Plata, - ove le squadre Anglo-Francesi ci aspettavano, per espugnare la posizione.
Non fu ardua l'impresa - sotto la protezione dei superflui fuochi dei legni di tre squadre - Io sbarcai co' miei legionari - ed i nazionali in seguito - Il nemico non oppose resistenza tra le mura - ma usciti al di fuori, lo trovammo disposto a combatterci. Dopo noi, sbarcarono gli alleati - Io chiesi agli Ammiragli di farmi sostenere, mentre io procurerei di allontanare il nemico - ed una forza d'ambe le nazioni usc in nostro apogio - Ma impegnati che fummo in campo aperto, con un nemico superiore - ed ottenuto alcun vantaggio - gli alleati ritiraronsi intramuros - non so per qual motivo - e ci obligarono a far lo stesso - essendo noi soli, di molto inferiori al nemico.
Pria del nostro sbarco - quando i contrari, davanti all'imponenza delle forze navali - avean progettatto di abbandonare la citt - essi obligarono gli abitanti a sgombrarla - quindi tentarono di darla alle fiamme - Dimodocch molte case, presentavano il triste spettacolo dell'incendio - e per ottenerne un'effetto pi pronto, avevano infranto la mobilia, e sconquassato ogni cosa -
Allo sbarcare nostro, cio della legione, e dei Nazionali di Battlle - noi avevimo immediatamente, seguito il nemico in ritirata - e gli alleati sbarcati dopo, occuparono la sgombra citt - mandando, come abbiam veduto, a sostenerci, parte della loro truppa - Ora tra il soqquadro delle ruine e dell'incendio, era difficile di mantenere tale una disciplina, da impedire qualunque depredazione - ed i soldati Anglo-Francesi, ad onta delle ingiunzioni severe degli ammiragli - non mancarono di servirsi a piacimento della roba abbandonata nelle case, e per le strade - I nostri rientrati seguirono - in parte - l'esempio, ad onta di fare noi - cio gli ufficiali, il possibile per reprimerli.
La repressione dei disordini era difficile - considerando: esser la Colonia paese ben fornito d'ogni cosa per provvedimento della campagna, e massime di liquidi spiritosi - che esaltavano le velleit poco oneste dei depredatori -
D'altronde il pi importante delle cose tolte dai nostri, furono comestibili, e materazzi portati nella chiesa ov'erimo accampati per coricarsi - suppelletili, che naturalmente furono abbandonate dopo pochi giorni alla nostra partenza - Comunque, senza l'esempio dei nostri alleati che sollettic - com'era naturale i nostri militi - tali eccessi si sarebbero scansati -
Io mi sono dilungato alquanto sui dettagli di cotesto avvenimento - descrivendoli con scrupolosit veridica - per rintuzzare certe descrizioni fatte da un Chauvin - certo Mr. Page - comandante allora del brigantino da guerra Francese - il Ducouadic - Uomo detto dai concittadini suoi: una creatura di Guizot, mandato da quel ministro di Luigi Filippo - in qualit di emissario segreto -
Descrivendo i fatti occorsi nella Colonia - cotesta spia diplomatica - diceva peste dei Brigands Italiens - e per effetto della di lui Gallica simpatia io fui obligato - all'iniziativa, da noi operata, dello sbarco - di far mettere la mia gente al coperto - non dai fuochi del nemico: perch il nemico fuggiva senza sparare al nostro approssimarsi - ma da quelli del Ducouadic - che avendo la sua batteria proprio di fronte alla mia gente, la fulminava a cannonate, in modo scandaloso -
Alcuni uomini della mia gente, furono contusi dai frantumi di macerie e dalle schegge, che i tiri di cotesto nostro alleato c'inviava -
Io ricordo che fra gli altri titoli con cui ci onorava nelle sue stravagganti narrative, vi era quello di Condottieri con cui quel signore affettava di spruzzare di disprezzo gente che pi di lui valeva.
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CAPITOLO 39.
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Il Matrero.
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Nella Colonia avevimo dovuto cooperare alla presa di quella citt - ma il nostro destino era di seguire oltre, e ristabilire l'autorit della Republica sulla sponda sinistra dell'Uruguay -
L'isola di Martin Garcia - ove anticipai Anzani con una piccola spedizione - si rese senza resistenza - Acquistammo in quell'isola, qualche bestiame, ed alcuni cavalli -
Ebbimo nella stessa il primo matrero, un certo Vivorigna, di quelli che tenevano per noi - ed io devo dire una parola su questa classe di valorosi avventurieri - i di cui serviggi tanto ci valsero nell'ardua nostra e gloriosa spedizione -
Il Matrero,  il vero tipo dell'uomo indipendente -
E perch dovr egli viver tra una societ corrotta nella dipendenza d'un prete che l'inganna, e d'un tiranno che gavazza nel lusso e nella gozzoviglie col frutto delle sue fatiche - quando pu sussistere nei campi vergini e sterminati d'un nuovo mondo, libero come l'aquila od il leone - riposando la chiomata sua testa in grembo alla donna del suo cuore quando stanco - o volando col selvaggio  suo destriero nelle pampas immense in cerca d'uno squisito alimento per lui e per la sua cara?
Ad uno di quelli uomini del campo, dell'America meridionale, l'arrosto di giovenca scelto e cotto da lui,  il primo ed il pi saporito alimento. Io l'ho veduto sorridere di compassione vedendomi mangiar pernici.
Il matrero non riconosce governo - E questi Europei, tanto governati sono essi forse pi felici? Tante pessime prove si fecero, e si fanno su tale materia da fare la quistione ben ardua a risolversi! Indipendente - il matrero - ei signoreggia quell'immensa estensione di paese colla stessa autorit d'un governo. Non pone imposte - non tributi - non toglie al povero, l'unica sua speranza - il figlio per farne uno sgherro - Egli chiede dall'abitante come dono spontaneo il necessario all'errante sua esistenza - e le necessit del matrero sono limitatissime - e ricambia il donatore coi suoi lavori a cavallo - preziosissimi in quelle contrade.
Un buon cavallo  il primo elemento del matrero - le sue armi, composte ordinariamente d'una carabina, una pistola, una sciabola, e l'inseparabile coltello per aver carne e mangiarla.
Se si considera: che dal bue, egli ritrae i fornimenti della Sella, il mancador, per legare al pascolo il suo compagno cavallo, las maneas per accostumarlo a rimanersi fermo, e non vagare, las bolas che ragiungano il bagual (cavallo selvaggio) quando sfida la velocit dell'uragano - e lo rovesciano - avvitichiandosi nelle gambe del fuggente -
Se non le pi utili, las bolas sono le armi pi terribili del gauccio (uomo della campagna). Egli colle bolas, colpisce come abbiam detto il bagual, lo struzzo - uccello che non vola - ma che colle gambe, non la cede in velocit al corsiero - e l'uomo quando dopo la battaglia, egli fugge davanti al nemico che la vinse.
Guai! se il fuggente non cavalca un buon destriero, o non stanco - egli se perseguitato dal boleador - sentir mancarsi sotto e stramazzare il compagno - senza potersene liberare - a meno: che col poncho trascinando, non raccolga destramente las bolas - e cos liberi le posteriori gambe del suo cavallo -
 uno spettacolo sorprendente per noi Europei: il veder una forza di cavalleria, fuggendo davanti altra forza vincitrice - Una nube di bolas s'innalza dalla truppa perseguente, e va a colpire i perseguitati - che sono sovente sgozzati dai primi cammin facendo - e perseguendo alternativamente altri -
Il laccio - il non men utile ausiliario del gauccio, o matrero - che sono quasi sinonimi - essendo il primo non come il secondo - sempre indipendente da ci che si chiama governo - e che sovente, altro non  che l'amalgama d'alcuni prepotenti - Il laccio, che pende perenne sull'anca destra del corsiero, in un modo che sembra negletto, ma molto accurato - e che serve all'americano del Sud per procurarsi alimento, e per guadagnarsi la vita - quand'egli si trovi in condizione - cosa rara - di dover lavorar per vivere - Infine la carne - generalmente di vaccina - unico alimento del matrero -
Se si considera dico: tutte queste cose, alla costruzione delle quali ed all'uso continuo -  indispensabile il coltello - si avr un'idea, del conto che il matrero deve fare di quell'arma - della quale, egli mirabilmente si serve pure per tagliar la faccia, o la gola d'un nemico -
Egli giammai rifiuter di divider con voi, il suo aado (arrosto), ma voi dovete avere un coltello, per non rischiare d'aver il rifiuto di prestarvelo, da lui che lo stima sopra ogni cosa - e che perdendolo avrebbe molta difficolt di trovarne un altro nel deserto.
Il matrero come abbiam detto - e lo stesso del gauccio de Las Pampas - del monarca de la cuchilla (collina) del Rio-grande; ma pi illegale, pi indipendente - Egli ubbidir, quando il governo, sia conforme alle proprie credenze, alle di lui simpatie - Se no, il campo e la selva sono le sue stanze - il suo domicilio - ed il cielo il suo tetto - per la maggior parte del tempo - Egli per costruisce qualche volta capanne nelle foreste - Poco egli comparisce inutilmente nell'abitato; e per lo pi ne sar il motivo l'amante - Il matrero ha un'amante, da cui  generalmente adorato - che divide i suoi disagi, i suoi pericoli, con ugual coraggio. Oh! la donna! che essere straordinario! Essa pi perfetta, dell'uomo -  pure d'indole pi avventurosa, pi cavalleresca di lui! E l'educazione servile, a cui  dannata - fa s, che meno frequente ne siano gli esempi -
Vivorigna fu dunque il primo dei matreri che ci raggiunse - trovato in Martin Garcia dal Collonnello Anzani - e  non era certamente il migliore - Egli, sulle sponde del canale dell'Inferno - tra Martin Garcia, e la costa del continente - aveva guatato una barca - e messa una pistola al petto del barcajuolo, lo avea costretto a trasportarlo nell'isola - ove veniva a presentarmisi.
Altri molti matreri mi si presentarono, e come gi dissi: mi servirono immensamente nelle ulteriori operazioni - Ma l'uomo ch'io vorrei fregiare, con un titolo pi decoroso - e che riuniva al coraggio, ed all'audacia del matrero - il valore, il sangue freddo, e l'illibatezza del gentiluomo - era il capitano Juan de la Cruz Ledesma - di cui io far menzione molte volte nel decorso del racconto della Spedizione del Salto -
Juan de la Cruz, alla nera capigliatura - all'occhio d'aquila - al nobile portamento della bella persona - riuniva un cuore d'angelo e di leone - Egli mi fu compagno intrepido e fedele in tutta la campagna dell'Uruguay, ch'io considero la pi brillante della mia vita - Lui, e Joz Mundell figlio di Scozzese, e giunto bambino tra quei coraggiosi ed indipendenti figli d'una vergine natura - mi saranno scolpiti nell'anima tutta la vita -
Mundell non ariegiava tanto il matrero quanto Juan de la Cruz - e d'un tipo diverso - cio: simile ai concittadini di Wallace - era come lui valoroso e pi istruito -
Nella Colonia era rimaso il Collonnello Battlle (oggi presidente della Republica) co' suoi nazionali di guarnigione - e Battlle - era uomo da qualunque impresa delle pi ardue - Compagni d'armi sin da principio dell'assedio - noi ci dividemmo da quel prode e gentile ufficiale, con vero rincrescimento. A Martin Garcia lasciammo pure alcuni uomini, innalzandovi lo stendardo Orientale - e la spedizione continu il suo viaggio progredendo nel fiume. Anzani faceva la vanguardia con alcuni legni minori nostri - e s'impadron di varie imbarcazioni mercantili con bandiera nemica - Giunsimo in tal modo sino al Jaguary confluente del Rio-negro coll'Uruguay.
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CAPITOLO 40.
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Jaguary.
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Il Rio-negro sboccando in quel punto nell'Uruguay, forma varie isole assai estese, coperte di boschi, e di pascoli nei tempi ordinari - Nell'inverno poi, crescendo i fiumi colle pioggie, le allagano quasi intieramente - dimodocch, pochi sono gli animali che vi ponno stanziare - e la maggior parte degli stessi traversano l'acqua - e passano sul continente - ove pure trovano pascoli richissimi - Cos stesso, noi trovammo in quell'isole - assai vaccine per non diffettare di carne - e pure alcune giumenta selvaggie, e puledri -
Il maggior benefizio poi, fu quello di potervi sbarcare i pochi nostri cavalli, e ristorarli dal disagio della navigazione -
Oltre le isole suddette, verso levante, bagnato dal Rio-negro a mezzogiorno e dall'Uruguay a tramontana - havvi il Rincon de las gallinas (canto o gomito delle galline) - Cotale Rincon,  un pezzo di continente magnifico ed ubertoso - riunito al gran continente da un istmo. In quel territorio trovavansi numerosissimi animali d'ogni specie, senza eccettuarne i cavalli e perci, era una delle predilette stazioni dei matreros -
Una delle prime mie cure, fu quella di marciare con parte della forza di sbarco, e stabilirsi sulla sponda del Rincon - da dove facendo partire in esplorazione il Vivorigna, col il compagno Miranda, a cavallo - non tardarono a ricomparire con vari dei matreri del luogo - Quei nuovi acquisti furono seguiti da altri, e d'allora in poi, potemmo sistemare un principio di cavalleria, che progred a vista d'occhio -
Colla cavalleria ebbimo in abbondanza della carne - e quella notte stessa s'imprese un'operazione su d'una partita nemica - che ebbe il pi felice risultato -
Un tenente Gallegos, partito con noi da Montevideo, fu incaricato dell'impresa - Egli sorprese i nemici in numero di ventina, e pochi poterono scaparsi - ne trasse sei prigionieri de' quali, alcuni feriti - Cotesto nostro ufficiale, era d'un valore brillante - ma sventuratamente troppo sanguinario. Quel fatto ci valse alcuni eccellenti cavalli - interessantissimi nella situazione nostra -
Il sistema adottatto dal nemico d'internare gli abitanti del littorale, per toglierli dalle comunicazioni nostre - ci fece giungere gran parte di quelli infelici - a cui noi offrimmo l'isola maggiore come domicilio - e passammo nella stessa, una buona quantit di bestiame per alimentarli - massime alcune bande di pecore -
La spedizione andava prendendo incremento di numero e d'importanza, aumentata vieppi dalla venuta del nostro Juan de la Cruz tra noi - Individuo, che con Mundell - meritavano il titolo di principi dei matreros e la di cui scoperta, merita d'esser menzionata -
I matreros del Rincon mi diedero notizie: che Juan de la Cruz, alla testa di varie partite de' suoi, aveva - giorni prima - battute altre partite nemiche, ma che poi soperchiato dal numero - era stato obligato di sciogliere la sua gente - ed inselvarsi solo nei boschi pi folti; quindi abbandonare il suo cavallo - e con una leggerissima canoa - vagare per le isole dell'Uruguay, le pi recondite; oggetto della maggior vigilanza del nemico - il quale, dopo la battaglia dell'India Muerta, massimamente, non essendovi pi corpi nostri di cavalleria nella campagna, impiegava ogni sforzo, per preseguire i matreros che non volevan sapere del suo governo -
In tali strette circostanze trovavasi il nostro amico allora - quando mi fu suggerito di mandare alla di lui ricerca.
Incaricai quindi, un comandante Saldaa - vecchio amico di Juan de la Cruz, con alguni matreros, in un palischermo nostro, per trovare il di lui nascondiglio e condurlo nosco -
La comitiva sort con esito fortunato; e dopo alcuni giorni d'indagini incontrarono Juan de la Cruz, in un'isola, sopra un albero, e la di lui canoa nascosta in un cespuglio a pi dello stesso - essendo stata, in quei giorni, inondata l'isoletta - E lo incontrarono, certamente, pronto a rinselvarsi se gli investigatori fossero stati nemici - poich dal posto suo, egli poteva scoprire chi lo cercava ad una distanza sufficiente per aver tempo di mettersi in salvo -
Imparino i nostri giovani Italiani una lezione della vita, che siam chiamati a sostenere, quando vorremo veramente redimere la patria nostra -  una fatalit - ma pur vera! che l'indipendenza, e la libert, debbasi acquistare a furia di disagi, di sacrifizio, e di coraggio -
Fu Juan de la Cruz, per noi, un prezioso acquisto - d'allora in poi, ebbimo con noi tutti i matreri dei contorni - ed una eccellente forza di cavalleria - senza di cui  impossibile nulla imprendere, in quei paesi essenzialmente cavallereschi.
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CAPITOLO 41.
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Spedizione a Gualeguaych. Hervidero. Anzani.
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L'isola del Biscano, la principale di quelle del Jaguary - divenne ben presto una colonia, popolata dalle famiglie fuggenti le barbarie nemiche, e da varie delle povere famiglie della capitale, che la miseria spingeva sulle nostre traccia, sicure di trovare almeno della carne - Quivi passammo molto bestiame - lasciammo alcuni cavalli, ed un ufficiale superiore incaricato di tutto -
La spedizione progred pel fiume - e quindi in un punto di quello chiamato Fray Bento - nella costa opposta, sulla provincia d'Entre-rios, si gett l'ancora -
Abbasso circa otto miglia da Fray Bento - nella stessa parte dell'Entre-rios - esiste la bocca del fiume di Gualeguaych confluente dell'Uruguay - Il paese  distante circa sei miglia dalla foce.
La provincia d'Entre-rios, era nemica, noi abbisognavamo di cavalli per le nostre operazioni - e l ve n'erano degli eccellenti - Il paese di Gualeguaych poi - ci allettava, per esser un emporio richissimo - capace di vestire i nostri pezzenti militi - e provvederci di arnesi per i cavalli - e d'ogni cosa necessaria - Fu dunque deciso di farvi una toccata -
Noi avevamo, espressamente, rimontato pi ins il fiume, a circa sei miglia, per non ispirare verun sospetto - Nella notte, nei nostri piccoli legni e palischermi - imbarcaronsi i nostri buoni legionari - la gente di cavalleria, con pochi cavalli - e vogammo verso la meta nostra -
Nell'imboccatura del fiumicello, eravi una famiglia stabilita - e sapevasi esservi vari barchi mercantili - ed una ballenera da guerra - Bisognava tutto sorprendere, e veramente tutto sorpresimo -
Noi fummo s fortunati in quell'impresa, che di sorprese, in sorprese - fummo sino alla casa del comandante di Gualeguaych - che fu trovato in letto dormendo - Villagra era il Collonnello comandante militare del paese - Tutte le autorit, e guardie nazionali, rimasero in nostro potere -
Si guarnirono colla truppa nostra i punti pi forti - si stabilirono dei posti avanzati a certa distanza sulle vie ove potevano comparire nemici - e si procedette a reclutare cavalli, e requisire dal paese, tutti gli oggetti, per noi, di prima necessit. Acquistammo in Gualeguaych, molti buoni cavalli, la roba necessaria per vestire tutta la gente, gli arnesi per la cavalleria - ed alcuna moneta, che si distribu ai poverissimi nostri marini e militi - da tanto tempo nelle miserie e privazioni. I prigionieri furono rilasciati tutti alla partenza nostra - generoso procedimento che non avrebbero imitato i feroci fautori di Rosas, se vincenti -
Una partita di cavalleria nemica, erasi trovata assente dal paese al nostro ingresso - ed appartenendo alla guarnigione, essa tornava durante l'occupazione nostra - Vista dalle nostre sentinelle vi si mand alcuni nostri cavalieri - gi meglio montati, ed equipaggiati - Fuvvi uno scontro in cui i nostri fuggarono i nemici -
Quel primo fattarello d'armi - rallegr molto la nostra gente - e solletic il prurito per le avventure tanto pi, che fu combattutto in modo brillante in presenza di tutti - Ebbimo un ferito assai grave -
Eravi nell'imboccatura del fiumicello una penisola, formata dall'Uruguay e dallo stesso - ove dimorava la famiglia anzidetta - Tale penisola ci serv mirabilmente per compire l'operazione indisturbati - giacch in cotesti paesi di gente bellicosa - in poco tempo si riuniscono forze di cavalleria delli stessi abitanti d'una mobilit e d'un'audacia sorprendenti - La gente di fanteria nostra, imbarcossi nei piccoli legni, che ci avean condotti - La cavalleria marci sui buoni cavalli predati, e conducendone molti - Ed ivi ci riunimmo nuovamente -
Il lavoro d'imbarcare, e sbarcar cavalli, non c'era nuovo - ed in pochi giorni, tutti furono trasportati fuori: parte nell'isola del Biscano - e parte in altre isole nella parte superiore del fiume per servirci alle imprese ulteriori -
Procedemmo nell'interno - e sino a Paysand - poco, o nulla accadde da meritar menzione - In quella citt eravi un presidio assai considerevole - vi aveva, il nemico, costrutte alcune batterie - poi, messi a pico una quantit di barchi, in vari punti del canale del fiume, per ostruire il passaggio - Tutto fu superato - e poche palle nei legni, con alcuni feriti, furono le conseguenze d'un gran cannoneggiamento sostenuto contro coteste batterie -
Io devo far menzione di due ufficiali: Francese l'uno, Inglese l'altro - che comandando due piccoli legni da guerra della loro nazione, ci accompagnarono in quasi tutta quella spedizione - e mi valsero molto, abbench le loro istruzioni fossero di non combattere - Dench, era il nome del tenente Inglese - che rimase poco tempo con noi - Hypolite Morier - comandante la goletta l'Eclair, era il Francese - quest'ultimo essendo rimasto con noi - tutto il tempo che dur l'impresa, ci era diventato carissimo - ed era ufficiale di molto merito -
Giunsimo all'Hervidero - stabilimento bellissimo, anticamente, ma allora abbandonato e deserto - richissimo ancora, in quelle circostanze di bestiame, che ci valse in tutto il tempo del nostro soggiorno -
Cotesto punto, sulla sponda sinistra dell'Uruguay, chiamasi Hervidero, dallo spagnuolo Herver - bollire - E veramente, - ivi, quando il fiume  basso, sembra una caldaja bollente, dai vortici, cagionati da una quantit di scogli che si trovano sott'acqua - che battutti perennemente da corrente velocissima - fanno molto pericoloso quel passo -
Una casa spaziosa di azotea, cio con terrazza per tetto - ergesi sull'eminenza che domina la sponda sinistra del fiume, ed intorno a quella, una moltitudine di ranchos (barracche col tetto di paglia) attestano la molta servit di cui disponevano i padroni della famosa Estancia, in tempi pi quieti.
Giungeva ancora, intorno alle case, il ganado manso (gli animali vaccini mansuefatti) - in cerca degli esuli abitatori e con loro una majada (grege di pecore) che avvicinava in numero le quaranta milla - Coteste pecore, non tose, trascinavan la lana per terra, e quando movevano per le colline - esse somigliavano alle onde del mare -
Non meno, certo, saranno state le vaccine - compresovi il ganado chuero o alzado (non domestico).
Agiungansi innumerevoli giumente, e puledri - per lo pi selvatici - ed altre qualit di quadrupedi - majali, somari, gazzelle, ecc. - e si avr un'idea di quelle immense campestri propriet - chiamate estancias - ove potrebbero vivere agiatamente molte famiglie - ed ove non abita un solo individuo - Tutto ci frutto delle guerre intestine, a cui  dannato cotesto bellissimo e sventurato paese -
L'Hervidero era pure un saladero, a tempi floridi - cio: sito, ove si salava carne - maccellando centinaja d'animali ogni giorno - E le sventure sofferte da codeste popolazioni - saranno esse una vendetta per i gran patimenti inflitti alle altre razze animali?
Io credo: la morte una semplice transizione della materia, a cui conviene conformarsi pacatamente - anzi famigliarizzarsi con essa - Ma i patimenti, inflitti da un essere all'altro! - Oh! io credo: che esistendo una vendetta nella natura, essa dev'esser applicata ai ministri del rogo, delle torture, e di qualunque sofferenza inflitta ad animale qualunque!
Esistevano pure gli edifizi, atti a tutte le differenti faccende di quel grandioso stabilimento - dimodocch, pi ad un villaggio, col suo feodale castello, somigliava che a particolare stabilimento di campagna -
All'Hervidero, si ferm la spedizione - presimo possesso delle case, e si fecero alcune fortificazioni provvisorie - La profondit del fiume, non permetteva di seguire oltre co' barchi maggiori -
Anzani colla legione Italiana - dugento uomini circa di fanteria - allogi nello stabilimento, occupandolo militarmente - come gi dissi - e ben valsero, tali misure di precauzione, a respingere un inaspettatto attacco combinato - tra i nemici d'Entre-rios, comandati dal Generale Garzon, e quelli dello Stato Orientale, dal collonnello Lavalleja - Successe tal fatto, mentre io era assente dallo Hervidero - e narrer prima: del motivo della mia assenza -
Tra le cure di Juan de la Cruz - egli aveva assunto quella: di far avvisare - da alcuni de' suoi - tutti i matreri che si trovavano nella spaziosa campagna, sulla sponda sinistra del fiume Uruguay, e massime quelli del Queguay - assai numerosi -
Un Magallanes, ed un Jos Dominguez, capi secondari, erano tra i pi famigerati - e tutti obbedendo volontariamente al loro capo principale Jos Mundell, di cui gi abbiam parlato - Mundell, inglese, ma giunto in quei paesi da bambino, s'era immedesimato cogli abitanti, e le loro consuetudini - Egli aveva regolato una estancia, delle migliori dei dintorni - ed era uno di quei pochi privilegiati, venuti al mondo per dominar, senza violenze, quanti li avvicinano. Senza nulla aver di straordinario nel fisico - era per forte e svelto -
Franco cavaliere, e generosissimo, egli avea guadagnato il cuore di tutti - e massime dei matreros - che beneficava in ogni loro bisogno - temprandone l'indole soverchiamente avventuriera e talvolta sanguinaria - Mundell, ad onta d'aver passato la maggior parte di sua vita nel deserto - aveva, per propensione propria, coltivato lo spirito - ed acquistato collo studio, non mediocri conoscimenti -
Egli mai s'era mischiato in affari politici, sintanto che quelli avevano per motore gare individuali per gelosia d'autorit di presidente, ecc. - ma quando lo straniero agli ordini di Ourives, invadeva il territorio della Republica - Mundell cred delitto l'indifferenza, e si lanci nelle fila dei difensori della terra che lo aveva accolto infante, e lo ospitava -
Col prestigio acquistato tra i bravi suoi circonvicini egli ebbe riunito, ben presto, un numero di alcune centinaja d'uomini - coi quali, in quelli stessi giorni, mi aveva fatto avvertire, che voleva accompagnarmi - I bravi ragazzi, mandati da Juan de la Cruz, presso Mundell erano giunti all'Hervidero con tale notizia - ed io decisi, immediatamente, di abboccarmi con Mundell nell'Arroyo Malo - a una trentina di miglia abbasso del Salto - secondo il suo desiderio -
Nella prima notte dell'assenza mia, era stato attaccato l'Hervidero - ed udite da noi le cannonate dalle vicinanze dell'Arroyo Malo - io ero rimasto in forte anziet - com'era naturale - bench fidente nel valore e capacit d'Anzani, che di tutto era rimasto incaricato -
L'attacco contro l'Hervidero, era stato immaginato, e disposto di modo - che se l'esecuzione vi avesse corrisposto, ci poteva riescire fatale -
Garzon le di cui forze ascendevano almeno a due milla uomini, la maggior parte infanteria - doveva approssimarsi alla sponda destra dell'Uruguay - mentre Lavalleja attaccherebbe l'Hervidero dalla sponda sinistra, con cinquecento uomini -
Due brulotti costrutti nel Juy fiumicello a monte di noi - erano stati spinti simultaneamente, verso la squadra per impedirla di dare ajuto a quei di terra -
Il coraggio, il sangue freddo d'Anzani, e la bravura dei dugento - resero inutili tutti gli sforzi, e le astuzie del nemico -
Garzon nulla ottenne, co' suoi fuochi serrati di fanteria - perch troppo distante - e dominata quella sponda dalle artiglierie de' nostri legni - che la fulminavano - I brulotti abbandonati in bala della corrente, passarono distanti dai barchi, o furono distrutti dal cannone - Lavalleja spinse inutilmente i suoi contro i prodi nostri legionari, che trincerati negli edifizi - spaventavano i nemici col loro silenzio, e fiero contegno -
Anzani aveva ordinato: non si facesse una sola fucilata, sinch il nemico fosse a brucia panno, e ben valse: poich credendo avessero i nostri evacuato le case - i contrari giunsero vicinissimi - e scopiando allora una generale scarica da tutti i punti - essi si diedero a precipitosa fuga - perdendo intieramente la voglia di tornare all'assalto -
Avendo combinato con Mundell, circa l'entrata sua nel Salto - quando da noi occupato - io ritornai all'Hervidero -
In quel tempo, ebbi, dall'Uruguayana, notizie: che il Collonnello Baez, si disponeva di raggiungermi con alcuni uomini - E l'unico legno da guerra del nemico, stanziato nel Juy, defezion a noi con parte dell'equipagio - Tutto quindi arrideva alla impresa nostra -
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CAPITOLO 42.
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Arrivo al Salto. Vittoria del Tapeby.
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La provincia di Corrientes, dopo la battaglia dell'Arroyo-grande, era ricaduta sotto la dominazione di Rosas; ma la resistenza ammirabile di Montevideo - ed alcune altre favorevoli circostanze - la chiamarono nuovamente all'indipendenza -
I fratelli Madariaga, principali autori di quella bella rivoluzione, avevano chiamato il generale Paz da Montevideo preponendolo al comando dell'esercito - Il vecchio, e virtuoso generale, colla propria fama e capacit avea indotto il Paraguay - ad un'alleanza offensiva e difensiva; e quello Stato avea riunito a Corrientes, un contingente d'esercito rispettabile.
Le cose, dunque, andavano pure a meraviglia da quella parte - e non era il minore ogetto della spedizione nostra, quello di aprire le comunicazioni, con quelle interne provincie - e di riunire nel dipartimento del Salto, gli emigrati orientali, che si trovavano in Corrientes e nel Brasile -
Dall'Hervidero, io mandai dunque una ballenera - (barca leggera) con missione per il generale Paz - Ma essendo stata scoperta, e perseguita dal nemico furono obligati gl'individui che ne componevano la ciurma - di rifuggiarsi nella selva, ed abbandonar la barca - Sino a tre volte, fui obligato di ripetere tale tentativo - sinch un bravo de' nostri ufficiali Italiani - Giacomo Casella - aprofitando d'una forte crescente del fiume - pervenne a superare tutti gli ostacoli - e giunse nella provincia di Corrientes.
Colla stessa crescente - io giunsi colla flottiglia al Salto - quella citt era presidiata da quello stesso Lavalleja che attacc l'Hervidero - e da una forza di circa trecento uomini, tra cavalleria ed infanteria.
Egli da vari giorni, erasi occupato a far evacuare la citt dagli abitanti - per cui, e per la propria forza, stabil un campo, sulla sponda sinistra del Tapeby, alla distanza di 21 miglia circa dal Salto - Noi occupammo la citt, quindi, senza resistenza, e trattammo di stabilirvi alcune fortificazioni, che come vedremo ci servirono egregiamente.
Occupato quel punto, noi rimasimo, com'era conseguente, assediati dalla parte di terra - essendo tutta la campagna orientale in potere del nemico - ed uno dei principali inconvenienti nostri, era naturalmente la mancanza di carne - essendo pure, stato ritirato tutto il bestiame nell'interno - Non restammo per molto tempo, in tale situazione.
Mundell, avendo riunito circa 150 uomini, diede addosso ad un corpo nemico che lo incomodava, ed a noi si ricongiunse nel Salto. 
Gi si s: chiamano gli Spagnoli Salto una cattarata di fiume essendo frequenti tali cascate nelle vicinanze di cotesta citt, dall'Hervidero al Salto grande nella parte superiore del fiume.
Da quel momento principiammo a fare alcune sortite - e raccogliere il bestiame di cui si abbisognava -
Colle cavallerie di Mundell e Juan de la Cruz - fummo capaci di tener la campagna - ed un bel giorno - di andar a cercare Lavalleja nel suo proprio campo -
Alcuni disertori del nemico, mi avevano raguagliato esattamente della di lui posizione, - e del numero delle sue forze - ed io decisi d'attaccarlo -
Una sera, messi insieme dugento uomini di cavalleria, e cento dei nostri legionari - mossimo dal Salto al principio della notte - coll'intenzione di sorprendere il nemico prima del giorno.
Le guide nostre erano i disertori sumentovati; ed abbench fossero pratici - siccome non esistevano strade battute, nella direzione da noi presa, ci straviarono, ed il giorno ci colse alla distanza di circa tre miglia dal campo cercato -
Non era forse prudente, attaccare un nemico - almeno quanto noi forte - trincerato nel suo campo - e che d'un momento all'altro doveva ricevere riforzi, che aveva chiesto - Ma tornare indietro, non solo vergognoso sarebbe stato - ma molto influito avrebbe sulla nuova truppa ch'io guidavo, e che aveva concepito grande stima del valore Italiano - Poco, mi molestarono, veramente, le idee retrograde - e decisi d'attaccare senza fermare il movimento in avanti per profitare della sorpresa.
Giunti sopra un'eminenza, ove il nemico aveva un posto avanzato, che si ritir all'avvicinarsi nostro - io scopersi il campo nemico, e mi capacitai della sua posizione - Vidi vari gruppi di cavalleria, che si riconcentravano verso il campo, da varie direzioni -
Erano distaccamenti, mandati nella notte, su differenti punti per spiarci - avendo avuto, il nemico, sentore della nostra sortita - ad onta d'ogni segretezza usata in ogni disposizione -
Riconcentravansi pure sul campo varie truppe di cavalli, e di buoi - animali importantissimi: i primi come rimonte per cavalleria - ed i secondi - alimento unico di quelle campagne.
Ordinai subito a Mundell, che faceva la vanguardia, di staccare una met de' suoi plottoni - acci tentassero d'impedire il concentramento - Fece lo stesso il nemico - scorgendo il movimento nostro, per proteggere i suoi -
Mundell, con molta bravura, aveva eseguito il suo movimento apogiando lui stesso col resto della sua forza i plottoni mandati avanti - ed aveva incalzato e disperso vari distaccamenti nemici - ma nel bollore della pugna - non considerando la gran distanza che lo divideva dalla fanteria nostra - erasi troppo avanzato - dimodocch trovavasi colla sola sua forza involto da tutta la cavalleria nemica, che rivenuta dal primo sgomento, lo rincalzava colle lancie nei reni - minacciando di dividerlo dal grosso nostro, che tuttora ben distante procedeva alla battaglia - coi nostri fanti - fortunatamente giovani - che correvano colla lingua fuori -
Io non perdevo di vista nulla, certamente - essendo il campo sgombro, e noi discendendo - Pria, desiderando di portar in massa la piccola forza nostra - per eseguire un colpo di mano decisivo - acceleravo bens la marcia della fanteria - ma tenevo per - la forza di Juan de la Cruz, che marciava alla retroguardia, intera come riserva -
Vedendo la situazione di Mundell, che non permetteva dilazioni - lasciai la fanteria indietro agli ordini del prode Marrocchetti - e spinsi avanti le riserve di cavalleria scaglionate.
Il primo scaglione nostro comandato dal Tenente Gallegos, diede bravamente dentro, e ristabil alquanto la pugna di cavalleria - Alla carica di Juan de la Cruz, il nemico retrocesse, ripiegandosi verso il campo - e schierandosi dietro la linea di fanteria - coperta da una barricata di carri -
Io avevo ordinato, agli ultimi scaglioni di cavalleria nostra di caricare compatti, senza perder l'ordinanza - dimodocch al coperto di questi, i matreros di Mundell, che valorosamente avean combattutto - si riordinarono in un momento -
Procedemmo allora, verso il campo nemico, in vero ordine di battaglia: La fanteria nel centro, in massa per sezioni - e con ordine di non fare un tiro - Mundell alla destra, e Juan de la Cruz alla sinistra - ed alcuni plottoni di cavalleria seguendo in riserva -
La cavalleria nemica - come abbiam detto - dopo il primo scontro, erasi rifatta dietro la fanteria - coperta questa pure da una linea di carri - Ma il contegno impavido della nostra gente - e il suo procedere compatto, e silenzioso - intimor il nemico talmente che poca fu la resistenza - In un attimo, non vi fu pi pugna - ma una sconfitta completta, ed un fuggire disordinato dei nemici verso il passo del fiume Tapeb.
In quel passo, alcuni de' pi coraggiosi - dopo aver passato - vollero far testa - e lo avrebbero potuto essendo esso assai arduo - e fermarono la cavalleria nostra - Ma i nostri legionari alla voce: "di cartucciere al collo, e avanti" si precipitarono nell'acqua come tanti demoni, e non vi fu pi resistenza -
Io mai, mi son potuto spiegare: perch il Colonnello Lavalleja, avea stabilito il suo campo, sulla sponda sinistra del Tapeb - invece della destra - ove, certo, avrebbe potuto fare molto maggior resistenza - massime costruendo alcune opere volanti sul passo stesso -
La sponda sinistra era verso il Salto - e probabilmente non entr nel criterio del vecchio e bravo colonnello, che pochi marini, e militi nuovi, potessero fare una marcia di venti miglia in una notte - e giunger a combatterlo - Oppure, conscio dell'avvicinarsi dell'esercito vittorioso d'Urquiza - non supponeva che fossimo capaci d'abbandonar il Salto. Il fatto sta: che in guerra le precauzioni son sempre poche. Il trionfo fu completto - la fanteria tutta, in numero di circa dugento - rimase in potere nostro - ed alcuni di cavalleria - Tutte le famiglie del Salto, trascinate fuori dei loro focolari - con numeroso treno d'ogni specie di vettovaglie in 34 carri - estratti pure dalla citt - Infine gran numero di cavalli, per noi preziosissimi -
Fra le prede, la pi rara, e stimabile fu un cannone di bronzo da sei, fuso a Firenze nel medio evo da un certo Cenni - e che probabilmente era giunto nel Rio della Plata, coi primi spagnuoli al tempo della scoperta - o coi Portoghesi -
Era lo stesso cannone, che avea fatto fuoco all'Hervidero contro noi, e che smontatosi in quella notte di conflitto trovavasi in reparazione nel campo -
Il nostro ritorno al Salto fu una marcia trionfale.
Ci benediva la popolazione, reintegrata nelle proprie case, e tale vittoria ci acquist meritata reputazione, costituendo il nostro piccolo corpo di sbarco: forza delle tre armi capace di tener la campagna.
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CAPITOLO 43.
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Arrivo d'Urquiza.
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L'impresa del Tapeb, era stata eseguita colla prontezza possibile - dopo il fatto d'armi, e dopo di aver raccolto quanto fu possibile, di ogetti utili, cavalli, armi, ecc. - si riprese la direzione del Salto - e ben valse tale celerit - Siccome, ho gi accennato: il nemico aspettava riforzo; e tale riforzo, era niente meno; che l'esercito vittorioso del generale Urquiza - che tornava da sbaragliare quello del Generale Rivera all'India muerta, e che s'incamminava verso Corrientes per combatterne l'esercito.
Vergara che ne facea la vanguardia, comparse alla vista del Salto, il giorno seguente al nostro ritorno, e ci tolse alcuni cavalli sparsi nel pascolo dei dintorni.
Pressentendo la tempesta, che ci sovrastava, si fece ogni sforzo per resisterla - Una batteria tracciata da Anzani, nel centro della citt, s'innalzava come per incanto - militi e popolo lavorando ad essa alacremente.
Le case atte alla difesa, furono fortificate - e tutta la gente: militi, marini, cavalieria - furono ripartiti sulla linea ognuno al suo posto di battaglia -
Sbarcammo alcuni cannoni di marina, e prepararonsi con affusti di posizione nella batteria -
In quel tempo, giunse nel Salto, il Collonnello Baes, con una sessantina d'uomini di cavalleria. Non tard a comparire Urquiza, col suo esercito composto delle tre armi - e molto borioso - Egli aveva assicurato i suoi amici: che avrebbe passato l'Uruguay al Salto, coll'ajuto della flottiglia nostra predata - Ma a lui fall il vaticinio -
L'attacco del nemico, fu simultaneo all'apparizione del grosso delle sue forze -
Havvi dalla parte orientale del Salto, una collina a tiro di fucile dalle prime case, che intieramente domina la citt - Noi, non avevimo fortificato tale collina per il motivo della poca forza a nostra disposizione, e per cui la linea di difesa, avrebbe avuto un'estensione troppo grande - quindi per guarnirli male preferimmo abbandonarla, e concentrare tutte le nostre milizie nella batteria, e nelle prime case, destra e sinistra della stessa -
Com'era naturale - Urquiza prese posizione su quella collina - e vi colloc sei pezzi d'artiglieria. Nello stesso tempo, spinse la sua fanteria a passo di carica sulla nostra destra, mentre ci fulminava a cannonate.
Quasi nello stesso tempo, noi avevamo terminato di stabilire due pezzi sulla batteria - ma piattaforma e parapetto non esistevano - ed i cannoni nel far fuoco, sprofondavano nel terrapieno, non consolidato ancora.
La destra nostra, era veramente la pi vulnerabile potendovi giungere il nemico, coperto per la concavit d'una valle - e realmente dall'impetto e subitaneo apparire di quello, in numero considerevole, si sbigott la gente nostra dell'ala destra; ed abbandonando le azoteas (case con terrazzo) fuggiva verso il fiume, coll'intenzione, naturalmente, d'imbarcarsi e ricoverarsi a bordo dei legni - Non vi riusc per essendo state, preventivamente, allontanate tutte le piccole barche - misura che riesc efficacissima -
Io stavo sulla batteria, e nella disposizione della gente, avevo riserbato una compagnia della legione in riserba, dentro della stessa - Feci subito caricare la met di quella compagnia - comandata dal prode Tenente Zaccarello - contro l'irrompente nemico -
Dopo la prima, la seconda met - e s valorosamente, furono eseguite quelle cariche - che, a suo torno, fu posto il nemico in precipitosa fuga -
La compagnia di cui parlo - era comandata dal Capitano Carone - numerando appena cinquanta uomini; i due plottoni erano agli ordini di Ramorino, e Zaccarello - tutti bravi ufficiali ed eccellenti militi - Il nostro successo sull'ala destra, dissuase il nemico da ogni tentativo d'assalto, ed il combattimento fu limitato a cannonate -
In quest'ultimo genere di pugna - bench il nemico ci avesse colti non preparati, per non averne avuto il tempo - non si manc di far buona figura -
Avevo io fatto sbarcare i cannoni di bordo - agli ordini di tre ufficiali di marina - Suzini Antonio, e Cogliolo Leggiero - ambi dell'isola Maddalena - ed un terzo Jos Maria - tutti prodi ufficiali - dimodocch l'artiglieria nemica, bench superiore in numero e di posizione, era regolarmente mal menata, ed obligata di nascondersi ogni tanto dietro la collina -
Le perdite d'una parte e dall'altra non furono serie per non esservi stato un assalto generale su tutta la linea - Perdetimo la maggior parte del bestiame bovino, che trovavasi in un corral (recinto) - e siccome era selvatico - aperto il cancello dal nemico, tempest fuori com'un torrente, e si dilegu per la campagna -
Per tre giorni, continu Urquiza, i suoi tentativi - ed ogni giorno c'incontrava meglio preparati, poich anche di notte, non si perdeva un momento, per ultimare i lavori della batteria - innalzare barricate - e riparare i danni ricevuti di giorno - Si collocarono cinque pezzi nella batteria - si ultim la piatta-forma, il parapetto, e la Santa Barbera - Infine, vedendo egli, che nulla avanzava cogli assalti e le cannonate - adott il sistema di blocco - e ci rinchiuse ermeticamente dalla parte di terra - Ma anche in quel modo, riusciva deluso - essendo noi padroni del fiume - e potendo da quella parte ricevere le necessarie vettovaglie -
Ne' diciotto giorni, che dur l'assedio, non si stette oziosi - dovendo provvederci di fieno per gli animali - si veniva alle mani ogni giorno col nemico - Poi siccome per restringerci, egli avea dovuto formare una catena circolare di posti - noi, profittavamo della trascuranza degli stessi, per assaltarli di sorpresa - e spesso con vantaggio -
Infine dopo diciotto giorni d'assedio - stancatosi, o forse chiamato dall'altra parte dello Uruguay, per affari pi urgenti - Urquiza ci lasci - e fu a passare il fiume al dissopra del Salto - non coi legni della flottiglia nostra per, com'egli avea promesso -
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CAPITOLO 44.
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Assediati nel Salto da Lamas e Vergara.
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Rimasero ad assediarci, le due divisioni di cavalleria Lamas, e Vergara - con circa settecento uomini -
D'allora in poi non pot il nemico, tenerci assediati senonch a grande distanza - e noi fecimo quindi alcune sortite, ora raccogliendo bovi, ed ora puledri, coi quali si rimise in regolare stato la cavalleria nostra - esausta quasi di cavalli dalla strettezza sofferta dell'assedio -
Si osservi: che i cavalli di quei paesi, si nutriscono generalmente a solo fieno, pascolato al campo - e pochissimi quelli che si mantengono a biade - In quei giorni ebbe luogo un'operazione nostra assai bella, e singolare per noi Europei -
Il corpo d'esercito di Garzon, stanziato alla Concordia dirimpetto al Salto - era marciato a riunirsi con Urquiza, per dirigersi agli ordini di quest'ultimo sopra Corrientes - Era rimasto alla Concordia, un corpo di cavalleria d'osservazione - Dal Salto vedevansi le sentinelle di quella gente, e la cavallada (truppa di cavalli) che, per esser migliori i pascoli nelle vicinanze del fiume, e pi comodo per abbevverarli - di giorno l'approssimavano alla sponda - ritirandoli nell'interno di notte.
Il collonnello Baez, mi propose d'impadronirmi di tal cavallada.
Un bel giorno, prepararonsi una ventina di cavalieri scelti, e nudi, con arma unica, la sciabola; ed una compagnia di legionari, divisi tra i legni della flottiglia, pronti ad imbarcarsi nei palischermi - Era verso il meriggio, quando pi caldo il sole - Le sentinelle nemiche, colla lancia fitta nel suolo - e fatta barracca del poncho (mantello), stavano sonnacchiando, o giuocando a carte. Il fiume, nel punto in cui dovea passarsi - avr un cinque cento metri di largo e molto profondo e correntoso -
Diedesi il segnale convenuto: I cavalieri escono da dietro le frasche della sponda del fiume, ov'eran nascosti, e si precipitano nell'onda coi loro corsieri, senza sella, e colle sole redini - I legionari - che uno ad uno eran gi discesi nelle barche dalla parte nostra, ove non potevano esser scoperti dai nemici, vogavano nei palischermi, a tutta voga - E quando le sentinelle nemiche si accorgono del movimento gi le fucilate dei nostri svelti giovinotti, fischiano alle loro orecchie - e gli anfibi centauri giunti alla sponda, le perseguono per la collina. La prode cavalleria Americana,  unica capace di tali operazioni - e nuotatori eccellenti, uomini e cavalli, assuefatti ambi al passagio di grandi fiumi - essi traversano facilmente le maggiori distanze - tenuti generalmente alla criniera del cavallo, con una mano, nuotano coll'altra - trascinando armi e bagagli nella pelota fatta con la carona.
NOTA: Carona cuojo crudo che va sotto la sella. Ora legando i quattro canti di tale cuojo si forma una barchetta capace di portare le armi e vestimenta e tale barchetta si lega alla coda del cavallo, a rimorchio dello stesso e si chiama pelota. FINE NOTA.
Parte dei nudi cavalieri, restano in osservazione sulla collina - mentre gli altri raccolgono i dispersi cavalli, e li conducono o spingono alla sponda - ove precipitati nel fiume, al punto chiamato porto - ove gli stessi animali sono assuefatti ad abbeverarsi - passano la maggior parte; ed alcuni, pi renitenti o pi apprezzati, si legano, e si trascinano colle barche - Intanto, i legionari, cambiano alcune fucilate col nemico che va ingrossando - ma non bastantemente per osare di caricarci - e tenendosi a rispettosa distanza, in ossequio di alcune cannonate sparate dalla flottiglia.
In sostanza, in poche ore, sono in potere nostro, cento e tanti buoni cavalli, senza avere un sol'uomo ferito.
Fu curioso avvenimento quello per la sua singolarit e perch operato su d'un campo d'azione, in piena perspettiva della citt del Salto - I cavalli d'Entre-rios poi, sono universalmente stimati, e con ragione - Tale preda di cavalli, fece nascere, naturalmente, il desiderio di tastare un po' i nostri assediatori.
Vergara, colla sua divisione, ci serrava da vicino - Noi, mandammo alcuni pratici del paese a bombearlo (spiarlo), e seppimo da loro la posizione che occupava - Di giorno, sarebbe stato impossibile di sorprenderlo - bisognava attaccarlo di notte.
Io avevo incaricato del comando della nostra cavalleria il collonnello Baez - Anzani comandava la fanteria - e cos uscimmo dal Salto al principio della notte, e ci dirigemmo verso il campo nemico, situato a circa otto miglia di distanza - Per silenziosa, e diligente che fosse la marcia, fummo sentiti dalle sentinelle avanzate - e perci ebbe tempo Vergara di far montar a cavallo, e mettersi in ritirata.
Assalimmo comunque senza ritardo - e la sola cavalleria nostra pugn essendo impossibile alla fanteria di seguirne il movimento, per quanti sforzi essa facesse per ragiungere la pugna.
Il nemico combatt accanitamente - ma alla voce di: "avanza la fanteria" che si esclamava a proposito, cedeva terreno - e fin per sbandarsi e mettersi in fuga - Tale era il prestigio acquistato da cotesti pochi ma valorosissimi fanti.
Si persegu il nemico per alcune miglia - ma a cagione della notte, poco vantaggio ci rec il trionfo.
Fecimo alcuni prigionieri, e presimo alquanti cavalli - pochi [morti] e feriti vi furono d'ambe le parti.
Al giorno chiaro, apena si conosceva campo di battaglia erasi pugnato marciando - e dei nemici, soli alcuni gruppi si scorgevano in lontananza - Il collonnello Baez, rimase colla cavalleria per perseguirli, e riunire una truppa di vaccine - Noi tornammo al Salto.
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CAPITOLO 45.
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S. Antonio.
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Verso quel tempo (principio del 1846) ebbimo notizie, che il generale Medina - nominato generale in capo dal governo - delle truppe della campagna, in assenza del generale Rivera - che il generale Medina dico: con alcuni emigrati orientali, dal Brasile e da Corrientes, ove stavano dopo la sconfitta dell'India muerta dovevano riunirsi a noi nel Salto.
La sconfitta di Vergara, ci aveva bens vantaggiato, ma non dato quei risultati che se ne potevano aspettare se l'avessimo sorpreso - Lamas non molto distante occupato a far domare puledri, accorse alla notizia del rovescio, ed agevol al collega, la riunione della gente - Ambi stabilirono il campo, ad alcune miglia dal Salto - e ricominciarono l'assedio - che consisteva per lo pi ad allontanarci il bestiame ciocch potevan fare agevolmente in considerazione della loro superiorit in cavalleria.
Nominato il generale Medina a capo dell'esercito - conveniva proteggere la sua entrata nel Salto - Il collonnello Baez, come gi dissi: avea assunto il comando della cavalleria nostra, e l'aveva regolarmente organizzata, perito com'era in quell'arma - d'un attivit non comune - egli aument il numero dei cavalli, e provvedeva la citt e milizia di bestiame. Mundell, e Juan de la Cruz, trovavansi ai di lui ordini - ed in quei giorni trovavansi distaccati ambi, in commissione di domar puledri.
Il colonnello Baez, pi noto al generale Medina, era in diretta relazione con quel generale - seppi da Baez dunque, che Medina, colla sua piccola truppa, doveva comparire alla vista del Salto, nel giorno 8 Febbraio - combinammo dunque, che lo accompagnerei colla fanteria -
All'alba del giorno 8 febbraio 1846, uscimmo dal Salto, dirigendoci verso il fiumicello di S. Antonio - sulla sponda sinistra del quale, dovevimo aspettare l'apparizione del generale Medina, e del suo seguito - Anzani, per fortuna nostra, rimase nel Salto, un po' indisposto -
Il nemico, come soleva farlo, quando si usciva a tale direzione - mostr sulle alture di destra, alcuni gruppi di cavalleria, che si approssimavano a vicenda, come per osservare, se si raccoglieva bestiame, e disturbarci - contro tali osservatori stacc il collonnello Baez, una catena di tiratori di cavalleria, e si stette per alcune ore guerrigliando (fuochi da volteggiatori) colla catena nemica -
La fanteria avea fatto alto, e formato i fasci, nelle vicinanze del fiumicello, su d'una eminenza chiamata: tapera de Do Venanzio - ove rimanevano pochi avanzi d'un posto di estancia o di saladero.
Io mi ero staccato dalla fanteria, e contemplavo le guerriglie - Assuefati a quel genere di guerra - ove la perizia, l'agilit ed il valore del milite Americano risplendano brillantemente - ci era per noi, un divertimento - Ma il nemico, con tali finte nascondeva l'avvicinamento del Vespajo - dietro il suo trastullo di guerriglieri - che spingeva d'un modo debole e non curante, per meglio ingannarci - e dar tempo alle formidabili forze che venivano indietro, di avvicinarvi.
Il terreno, in tutto il dipartimento del Salto,  formato di colline, e tali sono i campi di S. Antonio. - Cosicch l'imponente forza che marciava contro di noi, pot approssimarsi, dietro la cortina, formata dalla cavalleria di Lamas e Vergara, sino a piccola distanza. Mentre giunto alla descrita posizione, io stavo gettando la vista dall'altra parte di S. Antonio - io scorgo, con stupore, comparire sul vertice della prima collina, a noi dirimpetto - ove pochi nemici s'eran veduti sino a quel momento - una foresta di lancie - fitti squadroni di cavalleria con bandiera spiegata, ed un corpo di fanteria, doppia della nostra in numero; che venuta a cavallo sino a due tratti di fucile; mise piede a terra, si ordin in battaglia ed a passo di carica, suonata da un tamburo, marci sulla nostra alla bajonetta.
Baez fu sconvolto - e mi disse "ritiriamoci" - Io, vedendone l'impossibilit, dissi: "non  pi tempo e bisogna combattere". Cos ai legionari, per distruggere o mitigare l'impressione - che loro farebbe l'apparizione d'un nemico s formidabile, dissi loro: "noi pugneremo" (era voce grata, a quei valorosi Italiani) - "la cavalleria siamo assuefati a vincerla - oggi, vi abbiamo anche un po' di fanteria" -
Si poteva fuggire, farsi maccellare, sino all'ultimo - ma non ritirarsi - Con 180 fanti non  possibile una ritirata di sei miglia, con 300 di buona fanteria nemica colle bajonette nelle reni, e circondati da 900 a 1200 de' primi cavalieri del mondo - La voce di ritirata in tale impegno,  condannabile -  codarda! Bisognava combattere, e si combatt come uomini che preferivano morte onorata - alla vergogna!
La tapera, in cui ci trovavamo, conservava vari travicelli, che avevano servito alla parete d'antico edifizio di legno - Ad ogni travicello in piede, dunque si pose un legionario - Il restante, formando tre piccole sezioni, fu collocato in collonna, dietro l'edifizio, e coperto dalle mura in mattoni, della testa settentrionale dello stesso edifizio, a guisa di stanza, capace di contenere una trentina d'individui - e coprendo quasi intieramente, la testa della piccola nostra collonna.
Alla destra della fanteria, si colloc Baez, colla cavalleria - mettendo a piedi gli armati di carabina - e rimanendo a cavallo i lancieri - Avevimo circa cent'uomini di cavalleria, e cento ottanta sei legionari - Il nemico aveva novecento uomini di cavalleria (vi fu chi assicurava: esser la cavalleria nemica, in numero di 1200), e trecento di fanteria.
Uno scampo solo v'era per noi: respingere, e debellare la fanteria nemica, - Io me ne persuasi, ed a tale intento volsi ogni sforzo nostro -
Se quella fanteria nemica, invece di caricare in linea di battaglia, formando una linea estesa - carica in collonna d'attacco con una linea di tiratori avanti - e senza far un tiro - io credo: irresistibile sarebbe riuscito il suo assalto - Noi ci saressimo battutti corpo a corpo giacch quartiere non v'era da sperare da tale nemico - ma una volta mischiati, l'enorme massa di cavalleria che veniva dietro - ci avrebbe calpestati sotto le ugne dei cavalli -
I campi di S. Antonio, oggi ancora biancheggierebbero, d'ossa Italiane - e la patria nostra avrebbe plorato l'eccidio d'un pugno di prodi suoi figli - senza che un solo di loro, fosse sortito a contarlo.
La fanteria nemica, avanz invece bravamente, battendo la carica, su d'una sola linea - senza sparare, sino a pochi metri di distanza - in cui si fermarono e fecero una generale scarica - Ci fu la salvazione nostra!
I legionari avevan ordine d'aspettare il nemico a bruciapelo - e cos fecero. Tale scarica nostra fa decisiva, - Caddero molti dei nostri bens - alla scarica del nemico, ma pochi dei nostri tiri furono perduti - E quando il prode Marrocchetti, che comandava le tre sezioni in riserva, usc da dietro il riparo, e caric in massa, la gi decimata fanteria nemica - che volse le spalle e si pose in fuga bajonettata dai nostri - Anche tra noi, vi fu un momento di titubanza, e di disordine alla vista di tanti nemici - Vi erano alcuni neri con noi, prigionieri del Tapeb - e forse altri, che non credendo alla possibilit di difendersi - cercavano coll'occhio una vana via di scampo - Ma, quei prodi, che si lanciarono sul nemico - come leoni - Oh! quelli, furon belli di valore e di gloria!
Dal momento in cui fissai tutta la mia attenzione alla fanteria nemica - io non avevo pi osservato, n veduto il collonnello Baez e la cavalleria nostra - Eran fuggiti! Ed anche quella circostanza avea sconcertato non poco i deboli - Cinque o sei cavalieri eran rimasti con noi - ed io ne incaricai un valoroso ufficiale orientale - Jos Maria.
Colla sconfitta della fanteria nemica, io mi confortai nella speranza di salvezza - Profitammo del momento di calma, che ci lasciava la stupefazione del nemico, per alquanto riordinarci - Egli avea contato giustamente di annientarci sino all'ultimo uomo - e si trov ben deluso -
Sui cadaveri nemici rimasti tra noi - e massime sulla linea, ove s'era fermato per far fuoco - trovammo abondante provvista di cartuccie - Molti fucili migliori dei nostri lasciati dai morti o dai morenti servirono ad armare i mancanti militi ed ufficiali - Non essendo riuscito nel primo tentativo - reiter ripetutamente il nemico, le sue cariche - Mise a piedi, molti de' suoi dragoni - con quelli, coi pochi avanzi de' suoi fanti, e con masse di cavalleria, da far tremar il terreno - ci assaliva, procurando in ogni modo di farci perdere contenenza - Ma, non le fu pi possibile - I nostri s'eran penetrati del santo dovere di combattere per l'onore del nome - e s'eran persuasi, che con coraggio, e sangue freddo, si pu combattere un nemico, senza contarne il numero - A misura che il nemico ci caricava - io tenevo sempre pronti, alcuni scelti legionari - ed i pochi cavalieri che ci rimanevano - e con quelli, facevo io pure caricare il nemico ogni volta.
Tent pure, di far avvicinare a noi, per varie volte, un parlamentare con bandiera bianca - a provare naturalmente, s'erimo disposti alla resa - Io allora, sceglievo tra i nostri i migliori tiratori, e facevo sparare sino a fugare il messo -
Sin verso le 9 della sera durammo in quel modo - e verso un'ora p.m. era cominciata la pugna - Noi stavamo in mezzo ad una barricata di cadaveri - Verso le 9 si fecero i preparativi per la ritirata - Molti erano i feriti nostri, e pi dei sani - quasi tutti gli ufficiali feriti - Marrocchetti, Casana, Sacchi, Ramorino, Rodi, Berutti, Zaccarello, Amero, ecc. - Carone, e Traverso soli rimanevano illesi -
Fu ardua e dolorosa impresa, il rimore [rimovere] quei giacenti - collocandoli parte sugli abandonati cavalli, o feriti - altri, che potevano trascinarsi, a piedi sostenuti da compagni - Terminato l'accomodamento dei feriti - si dispose il rimanente in quattro sezioni; ed a misura che si ordinavano in rango, si facevan coricare, per meno esporli al continuo fulminare dei tiri del nemico - Alcune ammonizioni sul modo di condursi - e s'imprese la ritirata -
Fu pur bella, la ritirata di quel pugno d'uomini! in collonna serrata, tra una nube densa, de' primi cavalieri del mondo - l'ordine era di non scaricare un solo fucile, seno a bruciapelo, sino a ragiungere il limitar del bosco che guarnisce la sponda del fiume Uruguay - Avevo ordinato pure prendessero i feriti la vanguardia - certo, che le cariche del nemico, sarebbero sulla nostra retroguardia, e sui fianchi - Ma come regolare i poveri soffrenti - Essi si disordinarono alquanto, ed alcuni ne furon vittime: uno o due io credo - Il resto fu salvo - ed eran molti.
La piccolla collonna!..... oh! lo ricordo con orgoglio!..... fu ammirabile! Essa arm le bajonette al moversi e serrata, siccome era partita, giunse al determinato punto! - Invano fece il nemico tutti li sforzi possibili, per sconvolgerci, caricando in ogni direzione, con tutta possa - Invano! Giungevano i lancieri nemici, a ferire i nostri nei ranghi - Non vi si rispondeva senonch colle bajonette - e pi compatti si procedeva -
Alto! e dietro fronte, si fece qualche volta, quando troppo incalzati dal nemico che si respingeva con pochi tiri - Giunti poi al limitare del bosco - potemmo pi agiatamente, tempestarlo di fucilate ed allontanarlo.
Uno dei patimenti maggiori della giornata, era stata la sete - massime per i feriti, che avevano bevuto la propria urina - Giunti sulla sponda del fiume, lascio pensare con che brama, si corse all'acqua - Parte bevevano, e gli altri tenevano il nemico lontano -
Il successo brillante del nostro primo movimento in ritirata - ci valse: esser meno molestati in seguito - Formammo una catena di bersaglieri, a coprire il nostro fianco sinistro, sempre minacciato dal nemico, sin dentro la citt del Salto - e costegiammo cos la sponda del fiume -
Alle cariche del nemico, che non le cess indispettitto com'era di vedersi fuggir una preda ch'ei credeva sicura - si faceva alto! poi rinfrancati i nostri intieramente, e boriosi dell'ottenuto successo - gridavano in spagnuolo, all'indirizzo di quello: "Ah che no!" (cio: a che non venite!) - e mettendolo in fuga a fucilate - lo burlavano.
Anzani ci aspettava, all'entrata della citt - e volle abbracciarci tutti, commosso sino al pianto - Il modesto ed incomparabile guerriero - non avea disperato! Egli stesso me lo assicurava - Ma s ardua, era stata la pugna! e s sproporzionato il numero dei nemici! Egli avea riunito nella fortezza i pochi rimasti - la maggior parte feriti in convalescenza - ed aveva risposto alle intimazioni di resa - come Pietro Micca all'assedio di Torino - e come Pietro Micca, egli avrebbe mandato in aria il mondo, piutosto che arrendersi!
Durante il conflitto - contando sull'imponenza delle sue forze, avea il nemico, intimato la resa a noi, ed a Anzani nel Salto - Gi vedemmo la risposta ch'ebbe da noi nel campo - Ma pi importante ancora fu la risposta d'Anzani: colla miccia alla mano - Chiunque pi debole di lui - alle assicurazioni del nemico non solo - ma a quelle di Baez stesso, e della di lui gente: che tutto era perduto al di fuori - e che mi avean veduto cadere (ci era vero ma soltanto ebbi il cavallo morto).
Ma Anzani non disperava! Ed io lo accenno..... lo grido a quelli de' miei concittadini, che disperarono qualche volta per la salvezza d'Italia!.....  vero, che sono pochi gli Anzani!..... Ma chi dispera  un codardo! Ed abbiam provato abbastanza: che mai disperiamo della completta redenzione della patria nostra - a dispetto dei neri traditori, sempre disposti a venderla - e dei boriosi vicini tante volte assuefatti a comprarla!
Anzano col suo atto eroico, avea salvato tutto, e noi potemmo, grazie a lui, rientrare nel Salto in trionfo.
A mezzanotte circa, entrammo nella citt - Del presidio o della popolazione, certo, nessuno dormiva in quell'ora - ed i generosi abitanti si affollavano, per richiedere dei feriti, soccorrerli, e condurli nelle loro case, ov'ebbero ogni gentile assistenza -
Povero popolo! Che tanto hai sofferto nelle varie vicende della guerra! Io ti rammenter sempre con un senso di profonda gratitudine -
Noi ebbimo delle sensibili perdite in quel fatto d'armi - e sensibilissime le tocc il nemico - Il generale Servando Gomez, capo supremo delle forze nemiche, che s maestrevolmente ci avea sorpresi - e quasi annientati - spar nel 9, trascinando la sconquassata divisione, verso Paysand da dove era partito -
Egli condusse gran numero di feriti, e lasci il campo di S. Antonio coperto di cadaveri -
Il giorno 9, s'impieg totalmente all'accomodamento e cura dei feriti nostri, o nemici ch'erano rimasti -
Due chirurghi Francesi, ci valsero sommamente nella  pietosa cura - Il medico dell'Eclair giovine zelante e di capacit (non ricordo il nome) e Desroseaux altro giovane facoltativo della stessa nazione - addetto da qualche tempo alla legione, e che avea combattutto in quel giorno da milite - prestarono validamente l'opera loro presso gl'infermi.
Pi d'ogni cosa poi, valse ai nostri sofferenti, la delicata assistenza delle gentilissime Saltegne -
I giorni seguenti furono impiegati alla raccolta e sepoltura dei morti -
Siccome straordinario era stato il combattimento, solenne, mi sembr dover essere l'inumazione dei cadaveri - Mi ricordai allora d'aver veduto i tumuli dei campi di battaglia nell'Oriente - e sulla collina che domina il Salto, e gi era stato teatro di pugne gloriose, si scav una fossa per tutte le salme indistintamente - quindi una cestella di terra per ogni individuo, coperse le reliquie degli amici e nemici - ed innalz il tumulo che ognor si scerne - signoreggiato da una croce, sulla quale legonsi le seguenti parole:
"Legione Italiana, Marina, e cavalleria orientale" dall'altra parte: "8 Febbraio 1846"
I nomi dei valorosi, morti o feriti, nel conflitto glorioso, esistono nel giornale della legione tenuto da Anzani.
Il generale Medina, pot liberamente entrare nel Salto col suo seguito - e vi mantenne il comando superiore, sino alla rivoluzione eseguita dai Riverista in Montevideo - In tutto quel periodo nulla d'importante successe -
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CAPITOLO 46.
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Rivoluzione a Montevideo e Corrientes. Combattimento del Dayman (20 Maggio 1846).
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La rivoluzione a Montevideo in favore di Rivera, diede un crollo tremendo agli affari della Republica - La guerra cess d'esser nazionale, e si torn alle meschine fazioni, capitanate da un uomo qualunque, generalmente senza merito, perch un uomo di merito per interesse individuale, non trascina il suo paese in guerre intestine, le pi durevoli, e pi micidiali -
Circa nello stesso tempo accadeva la rivoluzione di Corrientes, fatta dai fratelli Madariaga, contro il venerando, e virtuoso generale Paz - Quei giovani capi, che s'erano illustrati, con fatti sorprendenti, strappando la loro patria all'esoso dominio di Rosas; per gelosia, e sete di comando, imbrattaronsi colla pi sozza delle congiure, e precipitarono, cos, la causa del loro paese -
Il generale Paz, fu obligato di abbandonare l'esercito Correntino, e ritirarsi nel Brasile - Il Paraguay richiam il suo esercito dopo la partenza del generale in cui aveva fiducia - ed i Madariaga ridotti alle proprie risorse - furono battutti complettamente da Urquiza - e ricaduta quindi Corrientes, in potere del feroce Dittattore di Buenos Ayres -
Le cose di Montevideo andavan niente meglio - Rivera riposto al potere dai partitanti suoi - ne allontan chiunque, per lui non parteggiava - In bando, andarono la maggior parte di coloro che con tanto valore avevano assunto la bella difesa - e con disinteressato amore di patria - altri staccati dagli impieghi, che onorevolmente avevan coperto - eran sostituiti da inetti devoti -
Egli trovava a Montevideo, citt dei miracoli - i nuovi elementi d'un esercito - dopo d'averne perduto due - e li trasportava a las Vaccas, sulla sponda sinistra dell'Uruguay - I soldati di Montevideo erano assuefatti a vincere - e lo provarono nei primi incontri col nemico, nella campagna - A Mercedes particolarmente facevan prodigi di valore - Ma il cattivo genio che trascinava Rivera all'Arroyo-grande, e all'India muerta - lo condusse a Paysand - ove dopo d'una vittoria - egli ebbe il suo esercito disfatto intieramente - A Maldonado, egli imbarcavasi nuovamente per l'esiglio, alla volta del Brasile - non so se pi disgraziato che colpevole -
Caduto il governo di Montevideo in potere di Rivera - io ne rimasi dolente prevedendo sciagure -
Il vecchio general Medina - nominato dal governo generale in capo, nell'assenza di Rivera - non solo si pieg agli eventi - ma per maggiormente rimettersi nelle grazie del nuovo padrone, tramava contro il mio povero individuo - forse per il poco da noi compito - favoriti dalla fortuna - e ci preparava nel campo nostro stesso una rivoluzione contro los gringos (gl'italiani) coll'intento di distruggerci sino all'ultimo - Ma ingannossi -
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Italiani ed Orientali, lo dico con orgoglio: mi amavano - ed io avrei potuto senza tema di nessuno erigermi indipendente, dal nuovo ed illegale potere - ma, troppo santa, mi era la causa di quel popolo sventurato - ma buono - ma generoso! perch io lo affligessi ancora con interni dissidi.
A Montevideo per l'ascensione di Rivera al potere, s'erano insanguinate le piazze - Al Salto s'ide la stessa farsa - ma invano - Io mi contentai in rapresaglia di assumere come prima, il comando delle forze.
Ebbe luogo allora il bel combattimento contro le divisioni di Lamas e Vergara - i nostri perenni assediatori da lontano.
Queste divisioni sono molto inferiori alle Europee, in numero e si compongono generalmente di sola cavalleria.
Il 20 Maggio 1846 - noi sorprendemmo - al solito con una marcia di notte - quelle forze, sulla sponda del Dayman, uno dei confluenti dell'Uruguay - Esse dopo l'affare di S. Antonio, ove avean combattutto agli ordini di Servando Gomez - s'eran rifate - riforzate in uomini e cavalli - e riocuparono le posizioni antiche, circonvicine al Salto - variando gli accampamenti - ma mantenendoli sempre, ad una marcia di distanza, circa, per la fanteria - che sola quasi incuteva loro timore - essendo la cavalleria troppo poca, e mal montata -
I nemici non mancavano di molestarci, tutte le volte che lo potevano - massime quando si usciva per riunire del bestiame - che cercavano d'allontanare quanto loro era possibile -
Un maggiore Dominguez mandato dal generale Medina per riunire una truppa di vaccine, era stato intieramente sconfitto, perdendo tutti i cavalli, alcuna gente, ed obligato il resto di salvarsi nei boschi - della sponda sinistra del fiume.
Io feci spiare la posizione del campo nemico, e nella notte del 19 Maggio, marciammo per combatterlo - Avevo cerca trecento uomini di cavalleria, e circa cento legionari (Il battaglione sacro, poveri giovani, erano stati ben decimati!) -
L'oggetto mio, era di sorprendere il campo nemico all'albeggiare - e vi riuscimmo questa volta perfettamente - Il mio bagueano (pratico) era un capitano Paolo, Americano  indigeno - cio di quella razza infelice - donna del nuovo mondo, pria dell'invasione dei predoni Europei - gente che conserva sempre una peculiare pratica dei suoi campi nativi - La fanteria nostra marci a cavallo - Marciammo tutta la notte, per venti e pi miglia, e pria dell'alba, si giunse alla vista dei fuochi del campo nemico, sulla sponda destra del Dayman - Piede a terra alla fanteria, e si attacc risolutamente in collonna senza fare un tiro -
Fu facilissima la vittoria - e la gente di Vergara nel di cui campo avevimo dato, fu precipitata nel fiume, lasciando armi, cavalli, ed alcuni prigionieri - Era per lungi dall'esser compiuto il trionfo - e me ne accorsi col chiaror del giorno -
Il campo di Lamas era diviso da quello di Vergara da un fiumicello, che avea foce nello stesso Dayman - e sentito l'attacco nel campo di questo, Lamas avea ordinato la sua gente, e preso posizione su d'una collina, che dominava i campi - Vergara colla maggior parte della gente, per il fiume avea potuto riunirsi a Lamas - Erano gente aguerrita, brava - e perci fatta alle vicende della guerra, buone o cattive -
Dopo d'aver raccolto negli accampamenti abbandonati, tutti i cavalli servibili, perseguimmo i nemici; ma vano riusc il proseguimento nostro - La maggior parte dei nostri cavalieri erano montati su Rodomons cavalli domati di fresco - Assai meglio montati erano i nemici, e pi numerosi - Non volevo quindi arrischiare la mia giovane cavalleria - senza il sostegno dei superbi militi della legione -
Bisogn quindi desistere dal correre inutilmente dietro al nemico - e limitandosi ai vantaggi avuti, ripigliare la via del Salto - La fortuna per, volle in quel giorno favorirci maggiormente -
Noi marciavamo verso il Salto, ordinati nel seguente modo:
Uno squadrone di cavalleria, per plottoni alla testa, l'infanteria in quattro sezioni, in collonna nel centro - il resto della cavalleria alla retroguardia nella stessa guisa.
La vanguardia era comandata dal Collonnello Centurion, il centro dal maggiore Carone, e la retroguardia dal collonnello Garcia -
Due forti catene di cavalleria, comandate dai maggiori Carvallo, e N. Fausto, coprivano il nostro fianco destro - su cui si trovava il nemico - La cavallada, ed i cavalli della fanteria, marciavano alla sinistra -
Il nemico, - riordinatosi, come gi dissi, e riconcentrati tutti i distaccamenti, assai numerosi, considerando che cogli stessi ci assediava, bench lontani - ammontava in numero, a circa cinquecento uomini di cavalleria. Egli riconosciuta la forza nostra, ci fiancheggiava alla destra, non lontano, tenendo una direzione parallella alla nostra - e dal suo contegno - sembrava aver l'intenzione di vendicarsi dall'insulto ricevuto di notte -
Avevo io incaricato del comando della cavalleria, il collonnello Centurione, pieno di bravura -
Comandava la fanteria il nostro Carone - a cui avevo raccomandato di tenerla intiera a qualunque costo, e sempre in collonna serrata nel conflitto - Che i movimenti, giammai fossero per conversione - ma di fianco: con un'a destra, a sinistra, o dietro fronte. A Centurion, servisse la fanteria di punto d'apogio non solo, ma di riparo, onde rifarsi a qualunque evento. Il nemico imbaldanziva - a misura che ingrossava coll'arrivo dei distaccamenti -
Noi percorrevamo amenissime colline, circa a due miglia dalle sponde del Dayman - Eravi l'erba sporgente appena, verdissima, dalla superficie del terreno, ondulato come l'Oceano, in tutta la pacifica maest, quando non sconvolto dalle tempeste. Una sola pianta, un arbusto solo non presentava ostacolo in quei bellissimi campi - Sarebbe stato un sito ameno per un banchetto - ma in quel giorno lo fu di strage -
Giunti al limitar d'un ruscello - ove la maciega (erba indurita) era all'altezza d'uomo - non mi piacque passarlo - poich era forza disordinarsi la piccola collonna nel passarlo uno ad uno - poi, la collina di destra copriva il grosso del nemico, e non si vedeva sul suo vertice altroch la sua catena di volteggiatori -
Pensai giustamente, esser attaccato in quel punto, e feci fare alto - Ordinai ai maggiori Carvallo, e Fausto - ambi valorosi ufficiali - di caricare la catena nemica, respingerla oltre la collina - ed avvisarmi delle disposizioni del nemico -
E realmente - caricata bravamente la catena nemica sino al di l dell'eminenza - si fermarono i nostri - e da un ajutante al galoppo, fui avvisato che il nemico convergeva a sinistra, e marciava su di noi con tutte le sue forze al trotto, ed in disposizione di battaglia -
Non v'era tempo da perdere - I plottoni della cavalleria nostra delle ale, eseguirono la loro conversione a destra - e furono riforzati subito dalle catene nostre riconcentrate -
L'infanteria fece per il fianco destro - ed in buon [ordine] si marci sul nemico -
Quando la linea nostra di battaglia, si present sul vertice dell'eminenza - la linea del nemico spunt a tiro di pistola, marciando su di noi -
Qui devo confessare: io vidi far al nemico un movimento dal centro alle ali, di cui la sola cavalleria Americana credo capace - e che prova con qual gente aguerrita noi avevimo da fare - Egli non volendo cozzare contro la fanteria che temeva - si apr dal centro, e convergendo i suoi plottoni: quei di destra a destra - di sinistra a sinistra, eseguendo cos un semicircolo; piombarono sulle nostre due ali, sempre a galopo - e le avrebbero distrutte - senza il convergere, e la carica simultanea dei plottoni nostri -
Subito ch'io avevo scoperto il nemico - per profitar dell'impeto, ordinai la carica di fronte - Ma dai movimenti suddetti, risult il primo cozzo di sola cavalleria, e com'era da prevedersi con la peggio dei nostri inferiori di numero e di bont dei cavalli -
La fanteria rimase per un pezzo inutile ed isolata - Comunque restata nel centro del conflitto - or ferma e compatta com'un fortino - ed ora movente a tutta possibile celerit ove la mischia pi ferveva - serv molte volte a riordinar al coperto del suo palladio - i dispersi nostri cavalieri - che bench rotti dal nemico, pugnavan come leoni e si riformavan poi dietro di noi.
Una piccola riserva di cavalleria nostra - rimasta alla custodia della cavallada - concentrandosi sulla fanteria, serv pure molto al riordinamento dei rotti nostri plottoni.
Varie furon le cariche di cavalleria d'ambe le parti - e varia la fortuna - Era un oscillare di plottoni, or compatti, or disfatti - Non so da che parte vi era pi valore.
Il nemico superiore in numero, ed in bont di cavalli - cacciava i nostri sulla fanteria - e spesso misurava le sue lancie colle bajonette - I nostri rifatti coll'apogio dei fanti - rintuzzavano quello lontano - combattendo corpo a corpo -
I giovani Italiani poi - com'eran belli in quel giorno! compatti com'un baluardo, ed agilissimi accorrevano ovunque li richiedeva il bisogno - naturalmente, sempre al pi folto della mischia - fugando sempre i persecutori dei compagni cavalieri - Pochissime le fucilate, ma misurate e certe - diradavano e sconvolgevano i nemici.
Infine dalla moltiplicit delle cariche - perdendo il nemico l'ordinanza, non era pi che una massa informe - Al contrario sostenuti dalla fanteria - potevano sempre i nostri facilmente riordinarsi.
Circa una mezz'ora avea durato il conflitto in quella guisa - quando non pi acozzati da forze ordinate - rifacendosi i nostri in alcuni plottoni compatti - si lanciarono ad una carica decisiva - Pieg il nemico, si sband del tutto - e principi a fuggire - Una nube di bollas solc l'aria allora, e formava curioso spettacolo - se oggetto di curiosit possa esser la strage sotto qualunque forma.
NOTA: Las Bollas: Una delle armi pi terribili della cavalleria Americana. Costrutte con tre palle di ferro generalmente fasciate di cuojo, e legate a tre gambe di fune, anche di cuojo, quei veri centauri dell'America del Sud le maneggiano, tenendone una nella mano e rotando le altre due nell'aria al dissopra della testa, con il cavallo lanciato a carriera.Avvinghiate, che sian le bollas, nelle gambe d'un animale fuggente  forza per esso fermarsi e per lo pi cadere. Tale  il modo con cui si fanno molti prigionieri. Guai! a chi ha il cavallo stanco dopo la pugna. Io ho veduto fermare anche gli struzzi colle bollas. FINE NOTA.
Io conto il soldato Americano di cavalleria, non secondo a nessuno, in ogni specie di combattimento - In una sconfitta poi, credo non vi sia l'uguale, per perseguire un nemico e catturarlo - Vero centauro, nessun'ostacolo del campo ferma la sua corsa - Un albero non permette di passare diritto, esso si piega sul dorso del destriero - e scomparisce confuso colla sua schiena - Se un fiume - l'Americano vi si precipita coll'arma ai denti, e va a ferire il nemico nel bel mezzo dell'onde.Oltre alle bollas poi, il terribile ed indivisibile coltello - istromento compagno di tutta la vita - che maneggiano con destrezza unica - e forse un po' troppo.
Sventurato quel nemico, il di cui cavallo stanco e bolleado - non pu sottrarsi al coltello del persecutore - Scendere da cavallo - passare il coltello alla gola d'un caduto - e rimontare per ragiungerne altri - io impiego pi tempo a descriverlo - Il costume costante di solo alimento carnivoro - e l'abitudine di spargere sangue vaccino ogni giorno -  probabilmente causa di tale facilit all'omicidio -
Tali consuetudini e con gente coraggiosa senza esagerazione - fa s - che s'impegnano alcune volte anche dopo la vittoria - pugne singolari da inorridire - Una di quelle risse, erasi impegnata, non lontano da me tra un nemico a cui era stato ammazzato il cavallo ed i nostri - Caduto egli combatt a piedi contro chi lo avea rovesciato - e mal governo ne faceva - quando giunse un altro dei vincitori - poi un altro - finalmente contro sei pugnava quel prode - ed in ginocchio, perch ferito in una coscia quando io giunsi - e tardi giunsi per salvare la vita d'un tanto uomo -
Il trionfo fu completto, e rotto intieramente il nemico - si persegu per varie miglie - Il risultato immediato di quella vittoria, non fu quale doveva essere - per non aver noi migliori cavalli - e perci molti de' nemici si salvarono - Ciononostante, per tutto il tempo che rimasimo nel Salto, ebbimo la soddisfazione di veder quel bel dipartimento libero da' nemici -
Mi sono disteso alquanto nella narrazione del fatto d'armi del 20 Maggio - per esser stato quello veramente un bel fatto ed onorevole - combattutto in magnifico terreno e sgombro da ogni ostacolo - in un clima e sotto un cielo, che ci ricordava la bella patria nostra - Qualunque mossa - qualunque gesta era all'evidenza - Contro un nemico aguerrito, e superiore in numero, e nella qualit de' suoi cavalli - principale elemento di quel genere di guerra - Varie, e singolari pugne a cavallo, con pari valore -
La cavalleria nostra, per le condizioni d'inferiorit suddette - fece veramente miracoli in quel giorno - Circa alla fanteria, io rapporter il detto del maggiore Carvallo - il quale compagno nostro in S. Antonio, e nel Dayman, - in ambi conflitti avea pugnato da prode qual era - ed in ambi avea toccato una palla nel volto - sotto gli occhi, alla distanza di due ditta, e nella prominenza della guancia - una a destra - a sinistra l'altra - formando perfetta simmetria.
Egli fu ferito al principio della pugna - e non volle abbandonare il campo di battaglia - Mi chiese poi, al termine della stessa - di recarsi al Salto, onde potersi far medicare.
Passando sotto la batteria della citt - le fu chiesto dell'esito della giornata - Egli rispose: (e poteva parlar poco) "La fanteria Italiana  pi solida della vostra batteria".
Io bramo: ci resti ben impresso nella mente dei nostri giovani Italiani - cui, credo: toccher sventuratamente ancora - misurarsi coi boriosi nostri vicini - e che comunque sia - e comunque si voglia presumere - per colpo di governo, e di preti, noi siamo ben lontani dal possedere i requisiti morali e materiali - necessari per combattere dovutamente i prepotenti invasori.
"Cavalleria! Cavalleria!" io ho udito gridare dai nostri ragazzi - e vergogna a dirlo - gettar le armi e fuggire - sovente davanti ad un immaginario pericolo - Cavalleria!... ma gl'italiani di S. Antonio e del Dayman ridevano della prima cavalleria del mondo - E ci in tempi - ove possedevano cattivi fucili a pietra - Che sar oggi - con armi cotanto perfette!
Noi siamo inferiori in cavalleria a tutte le nazioni vicine, solite a calpestare i nostri diritti e che potrebbero ancora usare contro di noi delle prepotenti velleit - Senza disprezzare la cavalleria utilissima in certe circostanze di guerra - conviene assuefare i nostri giovani militi, e famigliarizzarli all'idea: che la fanteria deve non mai temere la cavalleria.
Io suppongo una compagnia di cento uomini - come si trovava al Dayman - serrata in massa - occupando uno spazio di dieci metri quadrati - Per numerosa che sia la cavalleria nemica - appena cinque cavalieri di fronte potranno caricare uno dei lati della massa, che potr far fuoco su due ranghi - cio venti militi - Lascio pensare: se, ove la fanteria non si sgomenti, i cinque o dieci cavalieri caricanti giungeranno mai ad incrociare i loro ferri colle bajonette - al punto di perfezione in cui sono giunte le odierne armi della fanteria.
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CAPITOLO 47.
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Alcuni morti e feriti della Legione.
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Io gi dissi: trovarsi nel giornale della legione Italiana in Montevideo - tenuto da Anzani - i nomi de' morti, feriti, e distinti, nei diversi fatti d'armi, sostenuti dalla stessa - nonostante non creder superfluo nominare alcuno di quei miei prodi fratelli d'armi ch'io posso ricordare -
Morti in diversi combattimenti della legione Italiana nella campagna dell'Uruguay.
Badano (sargente Ligure) il pi bello, il pi prode tra i militi della legione. Nessuno pi di lui, si distinse nei vari fatti d'armi massime in S. Antonio - Al nostro ritorno in Montevideo, egli chiese di tornare al Salto temporaneamente - e trovossi ad un nuovo attacco di quella citt - da Servando Gomez, generale d'Ourives -
Non era Badano da rimanersi inerte, quando si pugnava - Dopo d'aver combattutto dall'uomo ch'era - cadeva vendendo caramente la vita.
Santo N. caporale piemontese - prode come Badano - Nel principio del combattimento di S. Antonio fu colpito da tre palle, ebbe le due gambe rotte - ed una nel volto che lo sfigurava - Lo ajutai a metter a cavallo nella ritirata, con un custode; ma non giunse al Salto - Il suo cadavere fu ritrovato nel giorno seguente nell'Uruguay.
Alessandro - Veneto - buon soldato e marino, morto in S. Antonio.
Rebella - Ligure - prode milite, morto in S. Antonio -
Azzalino - Ligure prode sargente - morto nel Salto, in conseguenza di ferite ricevute in S. Antonio -
Beruti - Ligure prode sargente - morto nella Salto, in conseguenza di ferite ricevute in S. Antonio -
Luigi Vicente - Ligure - (tutti eran prodi) Moriva nel Salto per ferita ricevuta in S. Antonio -
Antonio - detto trentuno - ligure - avea pugnato in S. Antonio - toccate alcune ferite, di cui era sanato, mor di palla, fuori delle mura di Montevideo -
Tortarello - Ligure - tromba - era al mio lato in S. Antonio - e nel 20 Maggio nel Dayman - Le pugne eran per lui una festa - Avendo ricevuto una ferita nel braccio destro per cui soffr l'amputazione - egli pass la tromba alla sinistra e continu a suonar la carica - Mor pure a Montevideo -
 Feriti gravemente
Vittorio Richieri - di Nizza - sargento - Una tremenda ferita di palla in un ginocchio - per cui vi si doveva amputare la gamba - ed una non men lieve sciabolata in una mano - Valse alla guarigione, l'imperturbabile suo coraggio -
Callegari - Bergamasco - sargento - La ferita la pi straordinaria ch'io m'abbia veduto - egli tocc nel ventre - Ebbe gl'intestini forati - ed oper le funzioni naturali, per quattordici giorni, dagli orifizi delle ferite non dai naturali - Il di lui straordinario stocismo - certamente - influ moltissimo la miracolosa sua guarigione -
Marrocchetti Giuseppe - Capitano - ferito di palla in una coscia al principio della pugna - in S. Antonio -
Casanna - Ligure - Capitano - ferito di palla in una coscia al principio della pugna - in S. Antonio -
Sacchi - pavese - 1 Tenente, oggi generale - ferito di palla nel principio della pugna in S. Antonio -
Ramorino - piemontese - 2 Tenente - ferito di palla in S. Antonio -
Rodi - Piemontese - 2 Tenente ferito di palla nella testa, in S. Antonio -
Amero, detto Graffigna, da Costigliuole d'Asti, 2 Tenente, ferito di palla in S. Antonio -
Zaccarello, il minor fratello - Ligure - ferito di palla in S. Antonio.
Beruti G. Batt. - Ligure Capitano - ferito di palla in S. Antonio -
Paggi Natale - Ufficiale Ligure - ferito di palla in un combattimento nel fiume Uruguay -
Pateta - Ligure, ferito di palla e di sciabolate in S. Antonio -
Gismondi - Ligure - ferito da sciabolate, e lanciate in S. Antonio -
Ferrandin - Ligure - giovinotto di quattordici anni ebbe, traversato il petto da una palla sotto Montevideo -
Juancito Otero - Gallego - ajutante in S. Antonio - moriva nel Rio della plata - da prode - in combattimento di mare -
Jos Maria Villega - comandava la poca cavalleria che ci rimase, dopo la fuga di Baez in S. Antonio - e combatt da prode -
Avrei tenuto come dovere sacro: il ricordare i nomi tutti, di quei valorosi Italiani - che tanto bella, e venerata resero la nostra patria in quelle lontane contrade - e per cui l'Italiano che approda oggi in quella importantissima parte del nuovo mondo -  considerato quasi cittadino dai buoni - e rispettatto da coloro, che sogliono veder un nemico in ogni straniero -
Nel giornale della Legione Italiana, tenuto da Anzani, e che non saprei ritrovare oggi - vi sono certamente i nomi, e le gesta di quei prodi - Io, consultando la povera mia memoria - ho potuto rammentare alcuni - ma il maggior numero certamente - mi  impossibile ricordarlo -
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CAPITOLO 48.
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Ritorno a Montevideo.
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Dopo il combattimento del 20 Maggio 1846 nel Dayman - non occorse pi cosa d'importanza nella nostra campagna dell'Uruguay.
Ebbi ordine dal governo di ritornare in Montevideo, con i legni della flottiglia, ed il distaccamento della Legione Italiana - Rimasero nel Salto, alcuni barchi minori dei nostri - La piazza rimase agli ordini del Comandante Artigas - bravo ufficiale distintosi nel fatto del 20 Maggio -
A pochi giorni dalla mia partenza del Salto - vi giunse il collonnello Blanco - e prese per ordine del generale Rivera il comando della piazza Cogli errori commessi in Corrientes, ed a Montevideo, la causa di Rosas risorgeva potentissima - e quella dei popoli del Plata, ricadeva in ben misera condizione - Corrientes vide il suo esercito annientato da Urquiza, in una battaglia - e quel povero popolo dopo d'aver nuotato in un mare di sangue languiva sotto il despotismo pi esecrato.
Rivera non profitando delle lezioni della sventura - finiva, siccome aveva cominciato - allontanando dagli impieghi, gli uomini, che onestamente li avevano disimpegnati - e sostituendovi i suoi adetti - Distruggendo i materiali d'un esercito d'operazione - che il coraggio e la costanza del popolo avevano creato - e mantenuto con incomparabile erosmo - terminando col sacrifizio delle reliquie dello stesso - e finalmente spinto all'espatriazione dallo sdegno e maledizione di tutti.
Avvenga tal fine, ed avverr, a chiunque considera le nazioni come un apannaggio venuto al mondo soltanto per soddisfare alle libidini di lussuria, di richezze, e di potere che signoreggiano quell'infima classe d'uomini chiamati Monarchi - e certi Presidenti di Republica - peggiori ancora di quelli.
L'Intervenzione Anglo-Francese, svogliata dalle nostre sciagure, e sfiduciata da s deplorevole contegno ci abbandonava: intieramente l'Inghilterra - la Francia, tratenuta per un filo dalla responsabilit della perdita di numerosi suoi nazionali - pi che dall'interesse d'una causa precipitante.
Le posizioni nostre nell'interno cadevano quindi, una ad una in potere del nemico - Il Salto s gloriosamente acquistato, e mantenuto da noi - soggiaceva all'assalto di Servando Gomez - e vi perivano nella difesa il collonnello Blanco - vecchio e prode soldato con non pochi de' suoi difensori, tra cui contava quel tenente Gallegos da me accennato - bravo, ma sanguinario, e che perci, caduto nelle mani del nemico fu massacrato. Infine a Montevideo solo, ultimo baluardo del generoso popolo Orientale, si riduceva ancora la difesa -
A Montevideo, si rannodavano ancora tutti quegli uomini affratellati da sei anni di disagi, di pericoli, di glorie, di sventure! E ricominciavano impavidi a rialzare un'edifizio, che la malvagia avea distrutto, sin quasi alle fondamenta -
Il collonnello Villagram - veterano di quarant'anni di guerra - il pi prode, il pi virtuoso - ringiovinito nelle pugne - ed i Collonnelli Diaz, Tajes - valorosissimi capi - villanamente allontanati da Rivera - perch non lui servivano ma la loro patria - Altri molti giovani capi destituiti da quello, ripigliavano il loro posto colla coscienza e la rassegnazione del giusto - e con loro ritornavano nelle fila dei difensori, la risoluzione e la fiducia -
Orientali, Francesi, Italiani, ricominciavano, sotto lo stimolo della salute pubblica - a marciare colla passata alacrit alla difesa della patria comune - giacch quale patria era considerata da noi, la citt ospitale che ci avea generosamente dato un asilo - Infine, da nessuno pi si udiva una parola di scoraggimento - l'assedio di Montevideo, quando meglio conosciuto ne' suoi dettagli - non ultimo, conter - per le belle difese sostenute da un popolo che combatte per l'indipendenza - per coraggio, costanza, e sacrifizi d'ogni specie - Prover il potere d'una nazione che non vuol piegare il ginocchio davanti alle prepotenze d'un tiranno - e qualunque ne sia la sorte - essa, merita il plauso e l'ammirazione del mondo -
Dal nostro ritorno dall'Uruguay, alla partenza per l'Italia, media un periodo di pochi successi - La Legione Italiana giustamente stimata per le sue gloriose gesta, avea ripreso il consueto servizio di linea agli antiposti - alternando cogli altri corpi della capitale - Anzani usciva con essa - e bench non accadessero pi fatti d'armi importanti, essa non mancava in ogni scontro, d'esser degna della sua fama -
Io mi occupavo pi della Marina - riponendo in istato alcuni dei legni che pi ne abbisognavano, ed incrociando colla goletta Maip nel Plata -
In quel tempo fui chiamato all'onore di comandar l'esercito della Republica, e nulla d'importante successe durante il mio comando - che lasciai al vecchio e prode Villagram -
Intanto l'intervento Francese, affievoliva ogni giorno - non pi mezzi di guerra, esso voleva impiegare per la soluzione del problema, ma diplomatici - e Rosas se ne beffava - Vari inviati a negoziare, non avevano ottenuto dal Dittatore, senonch insignificanti armistizi - che non valevano ad altro, che a far consumare alla povera citt assediata, gli scarzi mezzi, raccolti stentatamente -
Col cambiamento di politica, avea la Francia, cambiato i suoi agenti. Agli uomini, come Deffaudis, Ouseley - ambasciatori - Lain, Inglefield - ammiragli - degni di sostenere una politica generosa; e cari alle popolazioni - eransi sostituiti uomini di transazioni, e d'una politica, che voleva finirla ad ogni costo.
Il governo Orientale, impotente per mancanza di mezzi doveva conformarsi al dettatto dall'Intervento.
Situazione deplorabile! Infelici i popoli, che aspettano il loro benessere dallo straniero! Ed ogni volta che si deve fare l'applicazione di queste desolanti verit...... il pensiero si rivolge malinconico alla nostra povera Italia!
In quei giorni, (credo: principio del 1848) la notizia delle riforme pontificie, era giunta sino a noi, e l'insofferenza delle popolazioni Italiane al dominio straniero - che fosse al colmo, gi era manifesto, in tutte le corrispondenze che giungevano nel Plata -
L'idea del ritorno in patria - e la speranza di poter offrire il nostro braccio alla sua redenzione da molto tempo facevan palpitar l'anime nostre - Era doloroso abbandonare il paese d'asilo, la patria adottiva i fratelli d'armi -  vero; ma la quistione di Montevideo, era divenuta meramente una transazione diplomatica - e per noi, altro non rimaneva: che tedio, e mortificazioni - se non peggio - ciocch ben si poteva congetturare: avendo da fare col governo Francese sempre ostile alla nazionalit nostra.
In tale stato di cose, si decise: di riunire un pugno dei nostri migliori, i mezzi di trasporto, e veleggiare per l'Italia.
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FINE Parte 1.